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 KENIA   10/1/2008   0.21  

PENSIERO DELLA NOTTE  

“La dimensione sociale dell’harambee consisteva nel mettere tutti insieme intorno all’idea che il bene dell’uno è anche il bene dell’altro. Se da solo non riuscivi a raggiungere l’obiettivo prefisso potevi sempre contare su parenti, vicini e amici. Sul versante economico significava che bastavano anche risorse scarse per raggiungere gli obiettivi di uno o di tutti”. (Da un’intervista di “Adili”, pubblicazione di “Transparency international”, a Eric Makokha, responsabile dello ‘Shelter Forum’, nel giugno 2003)


KENIA   9/1/2008   18.09  

VESCOVO DI ELDORET A MISNA: “PRESIDENTE KIBAKI CHIEDE RICONCILIAZIONE”  

“Il presidente ha espresso parole di riconciliazione e di pace. Ha chiesto che le persone ferite nelle violenze o i famigliari delle vittime non cerchino vendetta per il bene del paese e dei loro figli”. Lo ha detto alla MISNA il vescovo di Eldoret, monsignor Cornelius Kipng’eno Arap Korir, che ha accolto oggi il presidente Mwai Kibaki in visita nella cittadina, teatro di violenti scontri nei giorni scorsi. “Kibaki ha visitato la Burnt Forest e Kiambaa, due siti in cui sono rifugiate diverse famiglie di sfollati e poi è venuto alla Cattedrale del Sacro Cuore e ha tenuto il suo discorso – racconta il vescovo – promettendo che il governo continuerà a provvedere alle persone in difficoltà o a coloro che sono stati danneggiati nei disordini”. Eldoret, nell’ovest del paese, è diventata uno dei luoghi-simbolo delle violenze che hanno attraversato il paese in seguito alle elezioni di dicembre che hanno riconfermato Kibaki alla presidenza ma i cui risultati non sono riconosciuti dall’opposizione. Ieri quattro ex capi di stato africani, Joachim Chisano (Mozambico), Kenneth Kaunda (Zambia), Benjamin Mkapa (Tanzania) e Ketumile Masire (Botswana) avevano visitato Eldoret, uno dei centri più dinamici dell’economia keniana, per rendersi conto della situazione sul territorio prima di incontrare Kibaki e Odinga la prossima settimana, nel tentativo di mediare la crisi politica. “Durante la visita, Kibaki non ha fatto riferimento alla situazione politica nel paese – ha concluso il vescovo – ma ha rassicurato la gente sulla questione della sicurezza”.  


KENIA   9/1/2008   16.45  

CRISI ELETTORALE: ALCUNE NOTIZIE DI CRONACA  

- Grano, fagioli, zucchero ma anche tende anti-zanzare e utensili da cucina: sono alcuni dei prodotti che l’organizzazione umanitaria Christian Aid, la Chiesa Anglicana keniana e i Servizi della Comunità cristiana inter-diocesana (Idccs) stanno distribuendo alle popolazioni di Kisumu e della regione di Nyaza, colpiti dalle violenze post-elettorali verificatesi nel paese. “Mi dispiace che molte persone siano dovute fuggire dalle proprie case senza poter portare nulla con sé – ha detto Judith Melby, esponente di Christian Aid in Africa - ma la vera sfida sarà quella di ricostruire il tessuto sociale della popolazione e la fiducia gli uni negli altri”.

- Raila Odinga, capo del Movimento democratico ‘Arancio’ dell’opposizione, che chiede l’annullamento delle elezioni presidenziali del dicembre scorso, ha dichiarato alla Bbc di essere cugino del candidato alle primarie del partito democratico statunitense, Barak Obama. Un portavoce di Obama ha confermato che il candidato discende dall’etnia Luo, la stessa di Odinga, ma ha detto di non poter verificare se il padre di Obama è zio materno di Odinga, come quest’ultimo ha sostenuto.

- Le spese mediche e quelle per i servizi funebri delle vittime delle violenze che negli ultimi giorni hanno scosso la zona di Eldoret saranno completamente coperte dall’amministrazione del Moi Teaching and Referral Hospital, principale ospedale cittadino. Lo ha annunciato la direzione del nosocomio, precisando che la decisione è stata presa per aiutare le vittime e le loro famiglie che, nella maggior parte dei casi, hanno perso ogni avere nelle recenti violenze.

- L'Onu ha deciso di utilizzare una parte degli aiuti destinati ai profughi somali rifugiati in Kenya in favore degli sfollati interni keniani. Lo si apprende da una nota delle Nazioni Unite, nella quale si precisa che gli aiuti erano destinati al campo di Dadaab, nel nord est, al confine con la Somalia, dove vivono decine di migliaia di persone.


KENIA   9/1/2008   13.11  

CRISI ELETTORALE (3): NELL’OVEST, DISORDINI NELLA NOTTE CALMA AL MATTINO  

Se la notte a Nairobi è passata tranquilla, qualche tensione in più si è verificata invece nelle città dell’ovest del Paese, Eldoret, Kisumu, Nakuru, teatro già nei giorni scorsi delle violenze più gravi seguite alla contestata riconferma di Mwai Kibaki alla presidenza del Kenya. Gli incidenti più gravi si sono verificati a Kisumu - città natale e ‘roccaforte’ politica di Raila Odinga, il capo dell’opposizione uscito sconfitto dal voto e che non riconosce Kibaki – dove, secondo fonti della MISNA, in città si parla di almeno tre persone morte e diverse abitazioni date alle fiamme durante i disordini seguiti all’annuncio del nuovo governo. “Oggi le cose vanno meglio, i negozi sono aperti e la città ha ripreso un aspetto normale” dice alla MISNA padre Joseph Otieno, missionario della Consolata, che non nasconde preoccupazione per le tensioni che ancora “scorrono” negli ‘slum’, le baraccopoli, della città. Secondo le informazioni raccolte, la maggior parte delle violenze avvenute nelle ultime ore avrebbero avuto per bersaglio esponenti locali della comunità Akamba (o Kamba) la stessa alla quale appartiene Kalonzo Musyoka, il candidato dell’opposizione giunto terzo alle presidenziali ed entrato ieri nel governo di Kibaki in qualità di vice-presidente. Fonti internazionali riportano stamani la notizia di numerose famiglie appartenenti a questo gruppo etnico in partenza da Kisumu e dirette a Nairobi. “Stamani la situazione appare più calma rispetto a ieri, quando dopo l’annuncio della formazione di una parte del nuovo governo alcune case sono state bruciate e una persona è morta in seguito ai disordini” ha detto alla MISNA Ernet Murimi, segretario esecutivo della Commissione giustizia e pace della diocesi di Nakuru, contattato dalla MISNA in città. Stessa situazione a Eldoret, la cui periferia è stata teatro nelle scorse settimane della principali violenze post-elettorali, incluso l’incendio appiccato alla Chiesa di Kiambaa (una decina di chilometri da Eldoret città), in cui hanno trovato la morte una cinquantina di persone. “La situazione è relativamente calma, anche a Eldoret la vita ha ricominciato a pulsare nelle strade e nei mercati” dice Nixon Oira, esponente della locale Commissione Giustizia e pace, aggiungendo che la tensione di fondo rimane e in molti aspettano a vedere cosa succederà nel pomeriggio, quando in città dovrebbe arrivare in visita il presidente Mwai Kibaki. “Ieri, dopo l’annuncio della creazione del nuovo governo l’atmosfera è diventata tesa e si sono temuti nuovi incidenti ma, fortunatamente, finora il buonsenso e il desiderio di pace hanno prevalso” ha concluso Oira.  


KENIA   9/1/2008   11.20  

CRISI ELETTORALE (2): NAIROBI TRANQUILLA DOPO NOMINA NUOVO GOVERNO  

“Nairobi stamani è decisamente tranquilla. I negozi sono aperti, i ‘matatu’ circolano e in giro c’è un gran traffico”:così padre Luigi Anataloni, missionario della Consolata descrive alla MISNA il clima che si respira nella capitale keniana all’indomani dell’annuncio, a sorpresa, di una parte del nuovo governo del presidente Mwai Kibaki, la cui rielezione continua ad essere contestata da molti. “La temuta ripresa delle violenze fortunatamente non c’è stata. Si è verificato qualche tafferuglio a Mathare e Kibera (le due principali baraccopoli di Nairobi, ndr) ma niente di grave” dice alla MISNA padre Renato Kizito Sesana, che stamani ha passato due ore nella baraccopoli di Kibera. Se le violenze attese nella notte non hanno avuto luogo, resta comunque lo “sconcerto” e la “sorpresa” per la scelta di Kibaki di nominare un governo prima ancora che iniziassero i negoziati diretti con il candidato dell’opposizione Raila Odinga e il suo ‘Orange democratic movement’ (Odm), che reclamano la vittoria delle elezioni del 27 dicembre scorso, o la mediazione del presidente dell’Unione Africana, il ghanese John Kufuor, che oggi dovrebbe incontrare i due contendenti prima di lasciare il paese. “Per i sostenitori di Kibaki la nomina del nuovo governo sarà un’affermazione della loro posizione (…) per chiunque altro abbia contestato la legittimità della sua presidenza il nuovo esecutivo non potrà essere interpretato se non come un segno di cattiva fede alla vigilia dell’inizio di negoziati” si legge in un editoriale pubblicato stamani dal ‘Daily Nation’, principale quotidiano del paese. A stemperare le tensioni politiche ci pensa Kalonzo Musyoka, giunto terzo alle elezioni presidenziali insieme al partito di minoranza Orange democratic movement-Kenya (Odm-K), che ieri è stato nominato vice-presidente e al cui partito sono stati affidati due ministeri nel nuovo Gabinetto. “Sono pienamente cosciente del fatto che la mia nomina arrivi in un momento molto difficile per il Paese (…) ma in qualità di vice-presidente voglio mettermi alla tesa di un movimento che riconcili questa nazione per tornare ad avere un paese prospero e pacifico” ha detto Musyoka in un’intervista rilasciata oggi all’altro principale giornale keniano ‘The Standard’, nella quale ha sottolineato che, nominando solo metà del governo, il presidente ha lasciato la porta aperta all’ingresso di Odinga e del suo partito nell’esecutivo. “Kibaki ha sicuramente forzato la mano, ma dopo aver portato nel governo Musyoka e l’Odm-K si è garantito la maggioranza parlamentare e si trova ora in una posizione di forza in vista dei negoziati e dei colloqui tra i partiti politici in programma per venerdì” dice alla MISNA una fonte diplomatica occidentale, che ha chiesto di restare anonima. “Kibaki ha anche capito che la gente è stanca delle violenze e del braccio di ferro politico e, dopo 15 giorni di stallo, vuole tornare alla vita normale e a fare affari” aggiunge la fonte. E se la reazione a caldo dell’Odm è stata dura - ieri il segretario del partito ha definito la nomina del governo “una barzelletta”, prima di minacciare reazioni di piazza – c’è già chi sostiene che una ventina dei 100 parlamentari eletti nelle file del partito di Odinga sia pronta ad appoggiare il governo martedì quando il nuovo parlamento uscito dal contestatissimo voto del 27 dicembre si installerà ufficialmente.  


KENIA   9/1/2008   8.01  

PENSIERO DEL MATTINO  

“Vedere la crisi solo in termini di etnia e corruzione significa ignorare un elemento vitale della situazione keniana. Oggi, più di 43 anni dopo l’indipendenza ottenuta nel 1963, quasi il 55% dei keniani sopravvivono con un paio di dollari algiorno. Il prodotto nazionale lordo può anche essere aumentato del 6% l’anno ma lo scarto tra chi ha e chi non ha è aumentato. E chi non ha non ha niente da perdere quando scende in strsda, spinto da frustrazione e furia che vanno ben al di là dell’etnia”. (Michael Holman, giornalista cresciuto in Africa, sul quotidiano economico inglese “Financial Times”; vedi anche articolo precedente e “Pensiero della notte”.)


KENIA   9/1/2008   7.20  

CRISI ELETTORALE: LE COMPONENTI ECONOMICO-SOCIALI DELLE VIOLENZE  

“I poveri stanno conducendo una guerra contro i loro simili per conto di una classe di ricchi che, nonostante le differenze etniche o le affiliazioni partitiche, continua a bere insieme, a dormire insieme, a fare affari insieme, ad andare alle feste e a giocare a golf insieme”: è questo uno dei passaggi centrali di un duro editoriale firmato da Machaira Gaitho e comparso ieri sul ‘Daily Nation’ col titolo “I ricchi continuano a fare affari come sempre, mentre i poveri si uccidono a vicenda”. Mentre la stampa internazionale continua a raccontare le violenze keniane dei giorni scorsi marcando oltre misura la componente etnica, troppo spesso isolata e slegata dalla dimensione politico-economica che l’ha alimentata e sfruttata, l’autore dell’editoriale del Nation racconta le ultime giornate della “tipica middle-class di Nairobi”, fatte di centri commerciali, ‘parties’ e birre consumate nei bar alla moda della capitale keniana, dove “Kikuyu, Kemba, Luo, Kalenjin, Somali, Masai e qualsiasi altra persona che faccia parte di un microcosmo keniano” continua a condividere gli stessi tavoli e le stesse feste. Gaitho si chiede poi “cosa accadrà quando i poveri realizzeranno di non essere altro che pedoni e carne da cannone su una gigante scacchiera con la quale i ricchi si divertono? Quello sarà il tempo in cui il Kenya sarà pronto per la rivoluzione. E non sarà la rivoluzione che scaccerà Kibaki dal palazzo presidenziale per metter al suo posto Raila Odinga. Non di certo. Sarà la rivoluzione con la quale entrambe i membri dell’elite politica verranno gettati nel cestino”. L’editorialista del ‘Nation’ conclude poi con una considerazione più realistica: “Naturalmente però l’esperienza ci insegna che le rivoluzioni in Africa spesso hanno portato caos piuttosto che ordine o una nuova definizione della società. Forse il trauma della scorsa settimana ci costringerà a guardarci dentro in maniera profonda. La soluzione non è in elites rivali che si coalizzano o che condividono il potere. La soluzione sta nel dare una nuova forma alla società keniana”. Sulla natura politico-economica degli scontri che nei giorni scorsi hanno sconvolto il Kenya (provocando secondo gli ultimi bilanci ufficiali circa 500 morti e 250.000 sfollati), e che alla luce degli ultimi sviluppi politici potrebbero riaccendersi ancora, torna anche Jean Pierre Campagne, giornalista e scrittore francese, il quale, in un editoriale per ‘Liberation’ scrive: “gli scontri post-elettorali in Kenya sono chiaramente una lotta per la conquista del potere, con una strumentalizzazione e un utilizzo puntuale dell’appartenenza etnica, tra il presidente uscente Mwai Kibaki, che sembra davvero aver imbrogliato, e un oppositore, Raila Odinga, che da tempo, come aveva fatto suo padre Oginga Odinga, cerca di diventare presidente”. Campagne spiega poi ai lettori come la questione etnica non sia mai stata determinante, nella storia keniana, per l’acquisizione del potere e come, in momenti di difficoltà o di fragilità democratica, ad essa (ovvero alla convivenza tra i 40 gruppi etnici differenti) si siano aggrappati politici in cerca di un consenso che altrimenti non avrebbero ottenuto. Nel denunciare i “clichè (stereotipi) razzisti” utilizzati ogni volta che in Africa esplodono tensioni, lo scrittore francese ricorda come “fondamentale” sia, in ogni crisi africana, l’aspetto economico: “non smetterò mai di ripeterlo: l’Africa è molto ricca ma gli africani sono molto poveri. I poveri si fanno facilmente arruolare per pochi spiccioli e possono così essere utilizzati come truppe ausiliarie in conflitti politici che degenerano in conflitti armati. In questa miseria estrema, come nelle bidonville di Kibera e Mathare a Nairobi, la vita vale poco e l’esasperazione nata dall’indigenza è grande ed esplode molto rapidamente”. ( a cura di Massimo Zaurrini)[  


KENIA   9/1/2008   0.38  

MOMBASA, STORIE DI SACCHEGGI E DI… “HALBADIRI”  

Nella sua versione in lingua kiswahili si chiama ‘halbadiri’ ed è una sorta di “maledizione” che sta ottenendo risultati forse inimmaginabili per la polizia, convincendo chi, durante gli incidenti post-elettorali, aveva saccheggiato gli esercizi commerciali di Mombasa a restituire il maltolto. In particolare, è stata la halbadiri di un commerciante di mobili ad aver avuto un effetto domino: al suo ultimatum di una settimana concesso ai ladri prima di pronunciare la fatidica maledizione e alla promessa di non adire le vie legali contro i colpevoli è seguito un crescente viavai di persone che da domenica stanno restituendo quanto trafugato. La storia è stata raccontata ieri dal quotidiano keniano “The Nation” in un articolo firmato da Amina Kibirige; tra le diverse testimonianze raccolte quella di un uomo che ha affermato di non aver potuto più dormire dal giorno in cui si era impossessato di un… letto. A perdere il sonno è stato di sicuro Sylvester Wainaina, impiegato del negozio di mobili, costretto agli straordinari per controllare l’andirivieni preoccupato di gente desiderosa di disfarsi di un bottino diventato improvvisamente troppo scomodo. “Hanno cominciato a restituire ciò che avevano rubato da domenica mattina e non si sono ancora fermati” ha detto lo stesso Wainaina alla Kibirige. Miracoli del minacciato ricorso alla halbadiri, termine che secondo alcune fonti deriva dall’arabo ‘ahl al-Badr’, letteralmente la gente di al-Badr, località a ovest di Medina (nell’attuale Arabia Saudita) dove Maometto prese parte a una delle più note battaglie contro la sua stessa tribù, quella dei Kuraish, conclusasi con la vittoria dei primi musulmani che avevano seguito il suo insegnamento. Recitare tutti i nomi degli eroi di al-Badr, secondo alcune credenze estranee però alla fede islamica, consente di curare le malattie e induce i ladri a restituire il maltolto. A Mombasa, l’effetto positivo c'è stato.  


INTERNAZIONALE   9/1/2008   0.21  

PENSIERO DELLA NOTTE  

“Ancora ieri dicevo ad un amico che sarei potuto andare in Kenya. Nella sua risposta stupita ho capito: Ma vai in un inferno! No, vado in un continente molto bello dove popoli miserabili, saccheggiati da secoli, poco istruiti, a volte violenti e ignobili, spesso poeti e filosofi, tentano di risollevare dignitosamente la testa e di scrivere la loro storia”. (Jean-Pierre Campagne, giornalista e scrittore francese, sul quotidiano “Liberation”).  


KENIA   8/1/2008   20.03  

CRISI ELETTORALE (6): NUOVO GOVERNO…OPPOSIZIONE SCENDE IN STRADA A KISUMU

 L’annuncio a sorpresa da parte del presidente Mwai Kibaki della formazione di una parte del suo nuovo governo ha portato per il momento a una ripresa delle tensioni soprattutto a Kisumu, città natale e roccaforte del capo dell’opposizione Raila Odinga. Fonti della MISNA raggiunte telefonicamente in serata a Nakuru, Eldoret e Mombasa (le località maggiormente interessate dalle violenze dei giorni scorsi), infatti, hanno precisato che nelle loro zone la situazione è ancora tranquilla. Clima differente a Kisumu (ovest del paese) dove da questo pomeriggio la situazione è improvvisamente tornata a farsi tesa. “Fino a stamattina era tutto tranquillo, poi, circa due ore fa, dopo che il presidente Mwai Kibaki ha annunciato il nuovo gabinetto di governo la gente ha cominciato a scendere nelle strade e a riunirsi in piccoli gruppi” ha detto alla MISNA padre Joseph Otieno, missionario della Consolata. “Camionette della polizia hanno cominciato a percorrere le strade della città e a formare posti di blocco. Nessuno può entrare in città senza passare i controlli” ha aggiunto il missionario. Alcuni testimoni hanno parlato anche di saccheggi e di una vittima, ma la notizia, circolata sui media internazionali, è stata finora smentita dalla polizia e non viene ancora confermata neanche dalle fonti della MISNA sul posto. Qualche tensione in più e la paura che l’annuncio del governo interrompa i tentativi di mediazione in corso e riaccenda le violenze dei giorni scorsi (che hanno causato la morte di circa 500 persone e lo sfollamento di 250.000) anche a Nairobi. “Certo il timore è che riprendano le violenze, ma ormai è buio e non è possibile verificare le informazioni in circolazione” dice una fonte contattata in una delle zone povere della capitale per cercare una conferma alle notizie in circolazione sulla stampa internazionale secondo cui giovani, anche armati, sarebbero di nuovo scesi in strada nelle baraccopoli di Mathare e Kibera. Di certo, la polizia ha rafforzato il dispiegamento di sicurezza intorno all’Uhuru Park e nel centro di Nairobi, incluso l’Hotel ‘Intercontinental’, dove si trova il presidente di turno dell’Unione Africana, John Kufuor, arrivato a Nairobi nel pomeriggio per una mediazione a questo punto ancora più delicata.


KENIA   8/1/2008   17.20  

CRISI ELETTORALE (5), NUOVO GOVERNO…PRIME REAZIONI  

Sono di sorpresa le prime reazioni alle nomine di una parte del nuovo governo annunciate nel pomeriggio in diretta televisiva dal presidente keniano Mwai Kibaki, rieletto sulla base di risultati elettorali fortemente contestati dall’opposizione ma non solo. “Nessuno se lo aspettava. Oggi era la giornata del dialogo e dell’arrivo dei mediatori dell’Unione Africana ed è diventata quella del nuovo governo” dice una fonte diplomatica occidentale contattata dalla MISNA a Nairobi. “Colpisce la presenza di Musyoka alla vice-presidenza. Tirando nel governo il candidato dell’Orange democratic movement-Kenya (Odm-K), all’opposizione prima del voto, Kibaki si dovrebbe essere garantito la maggioranza parlamentare” aggiunge la fonte. Soltanto ieri, in un’intervista alla stampa locale Musyoka aveva invitato Kibaki a non “avere fretta nel nominare il suo esecutivo” per non riaccendere le violenze e mettere in pericolo il dialogo con Raila Odinga e il suo Orange democratic movement (Odm), che reclamano la vittoria alle presidenziali contestando e non riconoscendo Kibaki come capo di Stato. I due Odm (quello di Odinga e quello di Musyoka), infatti, hanno ottenuto dalle elezioni legislative rispettivamente 100 e 16 seggi sui 210 di cui è composto il Parlamento. Portando Musyoka nel governo, Kibaki ha così ottenuto una maggioranza relativa. Secca la reazione a caldo del partito di Odinga che, attraverso il suo segretario generale Anyang Nyongo, ha definito l’annuncio di una parte del nuovo governo Kibaki come “uno scherzo”. "Non riconosciamo Kibaki, figuriamoci il suo governo" ha detto Nyongo intervistato dall’agenzia di stampa francese , aggiungendo: "se continua così, vedrà di che pasta siamo fatti". La nomina del governo era stata preceduta dal rifiuto di Odinga di partecipare ai colloqui con i capi dei principali partiti politici fissati per venerdì da Kibaki. E mentre i due principali protagonisti della crisi politica che tiene in stallo dalla fine di dicembre il Kenya sembrano tornati ad arroccarsi sulle rispettive posizioni, a Nairobi è atterrato John Kufuor, presidente di turno dell’Unione Africana, il cui tentativo di mediazione a questo punto sembra ancora più difficile del previsto.


KENIA   8/1/2008   16.28  

CRISI ELETTORALE (4), NUOVO GOVERNO… LA LISTA COMPLETA DELLE NOMINE  

Ecco la lista completa delle nomine annunciate nel pomeriggio dal presidente Mwai Kibaki, come pubblicata dal sito internet della Televisione pubblica keniana ‘Kbc'. La dicitura 'MP' indica un parlamentare]

(1) Vice President and Minister for Home Affairs
Hon. Stephen Kalonzo Musyoka, MP
(2) Minister of State for Provincial Administration and Internal Security, Office of the President
Hon. Professor George Saitoti, MP
(3) Minister of State for Defence, Office of the President
Hon. Yussuf Mohamed Haji, MP
(4) Minister of State for Special Programmes, Office of the President
Hon. Dr. Naomi Namsi Shaban, MP
(5) Minister for Public Service, Office of the President
Hon. Asman Abongotum Kamama, MP
(6) Minister for Finance
Hon. Amos Muhinga Kimunya, MP
(7) Minister for Education
Hon. Professor Sam Ongeri, MP
(8)Minister for Foreign Affairs
Hon. Moses Wetangula, MP
(9) Minister for Local Government
Hon. Uhuru Kenyatta, MP
(10) Minister for Information and Communications
Hon. Samuel Lesuron Poghisio, MP
(11) Minister for Water and Irrigation
Hon. John Munyes, MP
(12) Minister for Energy
Hon. Kiraitu Murungi, MP
(13) Minister for Roads and Public Works
Hon. John Njoroge Michuki, MP
(14) Minister for Science and Technology
Hon. Noah M. Wekesa, MP
(15) Minister for Justice and Constitutional Affairs
Hon. Martha Karua, MP
(16) Minister for East African Community
Hon. Dr. Wilfred Machage, MP
(17) Minister for Transport
Hon. Chirau Ali Mwakwere
 


KENIA   8/1/2008   16.22  

CRISI ELETTORALE (3) PRESIDENTE KIBAKI ANNUNCIA NUOVO GOVERNO  

Il presidente Mwai Kibaki, la cui elezione è stata fortemente contestata, ha diffuso poco fa, nel corso di un discorso televisivo, i nomi di una parte del suo nuovo governo. “Sono lieto di annunciare una parte del mio Gabinetto. Nella sua formazione, ho considerato l’importanza di mantenere il paese unito, pacifico e prospero sotto una forte e ampia guida. Per questo ho nominato la prima metà del mio governo come segue” ha detto Kibaki prima di annunciare che Kalonzo Musyoka, candidato alle presidenziali del 27 dicembre scorso giunto terzo in base ai risultati, sarà vice-presidente e ministro degli Affari Interni. Tra i 17 incarichi assegnati, spiccano le nomine del professor Gorge Saitoti a ministro per l’Amministrazione provinciale e la Sicurezza Interna , quella di Yussuf Mohamed Haji, alla Difesa, Amos Muhinga Kimunya confermato alle Finanze, Moses Wetangula agli Esteri e Martha Karua, al ministero della Giustizia e Affari Costituzionali. Non stupisce neanche la nomina di Uhuru Kenyatta, figlio del padre della patria Jomo Kenyatta ed esponente dell’ex-partito di governo Kanu, al ministero per il governo locale.  


KENIA   8/1/2008   13.09  

CRISI ELETTORALE (2), I CONTRACCOLPI CAUSATI ALL’ECONOMIA  

Un miliardo di dollari: questa la cifra che l’economia keniana ha perso a causa delle violenze che hanno scosso il paese nei giorni scorsi provocando, secondo l’ultimo bilancio ufficiale, la morte di quasi 500 persone e lo sfollamento di oltre 250.000. La stima delle possibili perdite subite dall’economica keniana è stata data oggi dal ministro delle Finanze del governo uscente, Amos Kimunya, il quale ha precisato che nel conteggio non sono state ineriti i danni materiali provocati dalla distruzione di infrastrutture o ai saccheggi. “Ritengo che entro i prossimi due mesi o al massimo entro un anno la gente sarà in grado di riguadagnare quello che ha perso” ha detto il ministro, esprimendo ottimismo sulle possibilità del paese di riprendersi e di attenuare le ricadute economiche della recente crisi. Kimunya ha così aggiunto che il paese dovrebbe essere in grado di mantenere la previsione di crescita economica dell’8% fissata dalla Banca centrale, rispetto al circa 7% fatto registrare nel 2007. L’ottimismo che l’esponente governativo ha espresso a un’agenzia di stampa internazionale non sembra però trovare riscontro sulla stampa locale, dove, invece, si moltiplicano le dichiarazioni di preoccupazione per la ricaduta economica che la crisi avrà sulla vita della gente normale. Così mentre l’associazione degli imprenditori keniani fa sapere che il governo ha perso nei giorni della crisi oltre 30 milioni di dollari al giorno in tasse, sui giornali si moltiplicano le notizie sui raccolti che stanno marcendo nei distretti agricoli dell’ovest del paese o sul crollo del turismo (principale fonte di ingresso di valuta pregiata) lungo le coste orientali. “Oltre ai danni del momento – si legge in un editoriale pubblicato oggi dallo ‘Standard’, uno dei due principali giornali keniani, col titolo ‘La violenza distrugge il successo economico’ – la crisi in corso getterà un’ombra sull’economia nazionale per gli anni a venire”. (vedi anche notizia KENYA ore 05:17)  


KENIA   8/1/2008   11.07  

CRISI ELETTORALE, DOPO DISORDINI PROVE DI DIALOGO  

Situazione tranquilla in tutto il paese questa mattina con un clima di attesa per l’annunciato incontro tra il presidente Mwai Kibaki e il capo dell’opposizione Raila Odinga, uscito sconfitto dalle contestate elezioni del 27 dicembre. Questa sera è inoltre atteso l’arrivo di John Kufuor, presidente dell’Unione Africana (UA) e del Ghana che si tratterrà a Nairobi per due giorni. Kufuor è stato invitato dal governo keniano e proverà a mediare tra due parti che, dopo le forti prese di posizione e gli scontri in strada, sembrano aver abbassato i toni. L’opposizione ha annullato le manifestazioni in programma oggi per evitare eventuali incidenti proprio alla vigilia degli incontri di domani con la presidenza dell’UA: “Attraverso le trattative – ha detto lo stesso Odinga che ha fatto anche un riferimento alla presenza a Nairobi del sottosegretario di stato americano Jendayi Frazer e all’intervento nei giorni scorsi dell’arcivescovo anglicano e premio Nobel per la pace Desmond Tutu – ci aspettiamo di arrivare a una posizione accettabile che ci riporterà insieme sullo stesso binario”. Ribadendo la proposta di indire nuove elezioni presidenziali, il capo del Movimento democratico ‘Arancio’ (Odm) ha comunque aggiunto che questa sarebbe solo una delle vie praticabili per uscire dalla crisi: “La questione – ha detto – non è né il mio futuro né quello di Kibaki, ma il futuro del Kenya”. Parole di apertura sono arrivate anche da Kibaki che ha invitato a una riunione Odinga, insieme ad altri cinque membri del suo partito e a rappresentanti della società civile e del mondo religioso: l’incontro è in programma per venerdì; l’Odm ha già fatto sapere che vi prenderà parte solo nel caso in cui esso rientri nel più ampio processo che si concorderà con l’Unione Africana a partire dagli incontri di domani con Kufuor. La migliorata situazione politica ha coinciso con il ritorno alla normalità di Nairobi e nel resto del paese dopo gli scontri e le violenze che hanno causato a seconda delle stime da un minimo di 350 vittime a 600, con il governo che ha fissato un bilancio parziale di 500 morti e l’opposizione che ha invece alzato questa soglia a “oltre mille”. Fonti locali sentite dalla MISNA hanno confermato il ritorno alla normalità e il clima di attesa che si respira un po’ dappertutto: a Nairobi non ci sono incidenti ormai da qualche giorno, la gente segue l’evolversi della situazione politica e attende novità. Situazione tranquilla nell'ovest del paese: a Eldoret da dove nei giorni scorsi sono fuggiti 120 mila persone secondo fonti locali della MISNA, la situazione è migliorata e il governo ha inviato medici e infermieri; “A Kisumu, dopo le violenze post-elettorali e le conseguenti carenze di generi di prima necessità e acqua, oggi hanno riaperto quasi tutti i negozi e le banche” ha detto alla MISNA padre Joseph Otieno, missionario della Consolata, riferendo la presenza di operatori della Croce Rossa e confermando la riapertura delle principali vie di comunicazione, interrotte nei giorni immediatamente successivi agli incidenti. “Tutti – ha aggiunto padre Joseph – aspettano l’esito delle trattative con Kufuor e soprattutto l’annunciato incontro tra Kibaki e Odinga di venerdì”.


 KENIA   8/1/2008   5.17  

SBOCCERANNO ANCORA LE ROSE E I GAROFANI DI ELDORET?  

“L’Eldorado dei fiori” potrà sopravvivere alle violenze che hanno lacerato il Kenia in questi ultimi giorni? Situata nel nord-ovest del paese, a 2200 metri d’altitudine, la piccola cittadina di Eldoret, centro di floricoltura all’avanguardia e nuovo polo di attrazione per gli investimenti stranieri nel paese, è stata una delle più colpite dagli scontri seguiti alle contestate elezioni di dicembre. Oltre 10.000 famiglie, secondo le stime delle autorità locali, hanno fatto i bagagli e abbandonato la città negli ultimi 10 giorni: “Chi viveva qui prima degli scontri non crederà più che la convivenza pacifica è possibile” ha detto Patrik Njau, imprenditore locale, al quotidiano “Daily Nation”. In seguito all’incendio doloso di una chiesa presbiteriana in cui sono morte tra le 30 e le 50 persone, Eldoret sta vivendo giorni drammatici. Molti investitori stranieri stanno facendo marcia indietro e riconsiderando con timore i rischi delle proprie attività nella regione. “Sto aspettando che le strade riaprano per poter portare via tutte le mie cose, impianterò la mia attività in un’altra zona o forse in un altro paese” ammette Chris Mang’ere, commerciante. A rischiare la chiusura, oltre alle serre di rose e garofani, sono anche le industrie tessili e alimentari, le coltivazioni di cereali e tutte le piccole aziende sorte sulla scia di un volano economico sostenuto dalla creazione di università, strutture sanitarie e sportive di avanguardia finanziate dai molti imprenditori keniani originari di questa regione.  


KENIA   7/1/2008   20.03  

RESTA LO STALLO POLITICO (3): KIBAKI INVITA ODINGA A UN INCONTRO

 Il presidente in carica Emilio Mwai Kibaki ha invitato il capo dell’opposizione Raila Odinga, uscito sconfitto dalle contestate elezioni del 27 dicembre, ad un incontro venerdì prossimo, per cercare di risolvere la crisi che ha causato negli ultimi giorni centinaia di morti in tutto il paese. “Il presidente Kibaki ha invitato Odinga a un incontro per fermare la violenza nel paese, consolidare la pace e avviare la riconciliazione nazionale” si legge in un comunicato diffuso oggi dalla presidenza, precisando che all’incontro sono stati invitati i leader di altri cinque partiti politici. Intanto Kibaki ha annunciato una convocazione del parlamento per il 15 gennaio, mentre nel paese si attende per domani l’arrivo di John Kufuor, presidente del Ghana e alla presidenza di turno dell’Unione Africana (UA), che cercherà di mediare tra maggioranza e opposizione. Intanto, se nel paese sembra essere calata la tensione che nei giorni scorsi aveva provocato scontri e disordini, resta l'incertezza della situazione politica, con l’opposizione che ha conquistato in parlamento una maggioranza relativa e che continua a rifiutare le proposte di un governo di unità nazionale avanzate da Kibaki, mentre la comunità internazionale che preme per una risoluzione della crisi in tempi brevi. Se è vero che le violenze sono diminuite rispetto ai giorni scorsi, il quotidiano ugandese “Monitor” riporta oggi la notizia di 30 keniani affogati nelle acque del fiume Kipkaren, nella Rift Valley, mentre cercavano di sfuggire a uomini armati che li inseguivano. Sul numero delle vittime di questi giorni, tra 350 e i 600 secondo stime correnti, si è pronunciato oggi anche Odinga, accennando a “oltre 1000 vittime”, un bilancio non confermato dal governo, che ne indica invece circa 500.  


KENIA   7/1/2008   8.46  

RESTA LO STALLO POLITICO, AUMENTA LA CRISI UMANITARIA , RARI GLI SCONTRI  

Non è stato a quanto pare ancora superato lo stallo politico che caratterizza da più di una settimana la crisi keniana mentre è aumentato il numero dei profughi interni -che sarebbero ormai più di 250.000 - e si è avuta notizia di qualche altro scontro con vittime accaduto nella giornata di ieri. L’incidente più grave è accaduto a Trans Zoia, un distretto della provincia della Rift Valley: sette persone sono morte quando un centinaio di scalmanati ha dato l’assalto alla stazione di polizia di Cherangany, dove sono temporaneamente alloggiati circa 3000 persone in fuga dalle violenze; a Kuresoi, nel distretto di Molo, ancora Rift Valley - località con decine di morti in violenze politiche precedenti le elezioni - gli “anziani” della comunità sono riusciti a impedire che venisse danneggiata la chiesa cattolica in località Matunda ma non hanno potuto evitare che venisse appiccato il fuoco a una chiesa presbiteriana. Maina Kiai, presidente della Commissione nazionale keniana per i diritti umani ha detto a Jeffrey Gettleman del New York Times “dovete capire che si tratta di questioni ben al di là dell’etnico, sono fatti politici e si ricollegano alla proprietà della terra”; il quotidiano di New York - che dedica appena tre righe alla visita dell’assistente segretaria di stato americana Jendayi Frazer, almeno per il momento priva di sviluppi noti - intitola la sua corrispondenza di oggi da Nakuru “I Kikuyu sono ora l’obiettivo di tribù rivali” e , nonostante il parere di Kiai, finisce con il descrivere nella Rift Valley una situazione di scontro tra l’etnia dei kikuyu (22% della popolazione) e i kalenjin, quella a cui apparteneva Daniel arap Moi, il presidente-padrone al potere per un quarto di secolo fino al 2002 quando venne eletto per la prima volta Emilio Mwai Kibaki. Raila Odinga, capo dell’opposizione che ha conquistato in parlamento una maggioranza relativa, ha intanto continuato a rifiutare le proposte di un governo di unità nazionale avanzate da Kibaki, rieletto alla presidenza il 27 dicembre in circostanze che hanno suscitato dubbi e scatenato disordini, scontri e violenze in diverse zone del paese, a cominciare dalle baraccopoli di Nairobi e dalla provincia di Nyanga , roccaforte dell’etnia luo a cui appartiene Odinga; Kibaki deve prima dimettersi, secondo Odinga, e poi si potrà forse avviare una trattativa politica. Si resta in attesa di un più volte annunciato intervento mediatorio di John Kufuor, presidente del Ghana e alla presidenza dell’Unione Africana per la sessione 2007-2008. “Insieme le nostre preghiere contribuirano a far ridiventare il Kenya la nazione bella e unita che tutti amiamo" ha detto ieri sera il “Media Council” invitando tutto il paese a un'ora di preghiera collettiva.  


KENIA   6/1/2008   18.20  

Dalla scrivania del direttore: SPERANDO IN UN PRONTO RITORNO DELLA PACE – 2  

Ma forse anche altri elementi più o meno sottaciuti in questi giorni stanno giocando il loro ruolo in queste drammatiche ore: secondo accordi che avevano preceduto l’elezione di Kibaki nel 2002 , Odinga avrebbe dovuto diventare primo ministro anche in base a una riforma costituzionale “ad hoc”; al contrario, quando nel 2005 era stata presentata dal governo una bozza di costituzione, il movimento “Orange” guidato da Odinga era riuscito a far bocciare il documento ritenuto da alcuni troppo sbilanciato verso il potere del governo centrale; in seguito alla successiva crisi di governo, nel novembre 2005, Odinga non era più entrato a far parte del gabinetto dei ministri. Il movimento “Arancio”, con emblemi tutti color arancione, è rimasto però attivo fino a costituire il motore politico e il serbatoio di voti, soprattutto negli slums di Nairobi e in altre zone svantaggiate del paese (il 50% della popolazione, nonostante i positvi sviluppi economici degli ultimi anni, rimane sotto la linea di povertà). Non è stato difficile per Odinga dipingersi come un paladino dei diseredati, giocando però purtroppo anche la carta dell’orgoglio della sua etnia, la “luo”, terza del paese, contro quella dei kikuyu, la più numerosa, a cui appartiene Kibaki e che viene percepita come troppo potente sin dai tempi di un altro famoso kikuyu, il primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta. Nonostante l’impegno del governo contro la corruzione - e i passi avanti internazionalmente riconosciuti sulla strada della democrazia, dopo il quasi quarto di secolo del “presidente-padrone” Daniel arap Moi (che si è di recente espresso a favore di Kibaki) - Odinga ha avuto facile gioco anche nell’agitare in campagna elettorale la clava dell’anticorruzione. In questo complicato contesto nazionale e internazionale, qui riassunto solo in termini più che stringati, chi davvero ha a cuore il futuro e la pace del Kenya, dell’Africa orientale, dell’intero continente – e forse del resto del mondo – non può schierarsi da una parte e vedere tutto il bene in un candidato e tutto il male nell’altro. Al di là di qualsiasi irregolarità del processo elettorale, qualsiasi uomo o istituzione di buona volontà e di pace oggi, mentre il paese si agita in modo pericoloso, non può che aiutare i due ex-alleati politici a incontrarsi, a deporre le armi delle accuse e a stabilire un dialogo che potrebbe forse far calare immediatamente la tensione nelle zone più surriscaldate del paese. E disarmerebbe qualsiasi mestatore interno o estero, non esclusi quei mezzi d’informazione che, già con il linguaggio, i resoconti a forti tinte, i bilanci di vittime in continuo aumento e la ricerca del sensazionale, continuano a spargere a piene mani quella maledetta miscela infiammabile di odio e disprezzo, spesso generosamente dispensata sulle piaghe dell’Africa, del Sud del mondo, delle aree di crisi e in genere di tutti quei popoli che più avrebbero invece bisogno di comprensione e solidarietà. Basterebbe pensare alle decine di migliaia di “sfollati dalla paura” che in Kenya stanno già dando vita all’ennesima emergenza umanitaria del mondo. . .(Pietro Mariano Benni)  


KENIA   6/1/2008   18.03  

Dalla scrivania del direttore: SPERANDO IN UN PRONTO RITORNO DELLA PACE  

meno che qualcuno in Kenya o altrove nel mondo non voglia davvero una sorta di guerra civile e la destabilizzazione totale di una tessera grande e importante del complesso mosaico africano, a Mwai Kibaki e Raila Odinga - che peraltro hanno già lavorato insieme al bene del paese - non resta che trovare un modo di uscire insieme dalla crisi. Con un qualsiasi accordo, una ragionevole intesa, una dignitosa riconciliazione che spinga presto da parte tutte le forze piccole e grandi, in buona e in mala fede, interne ed esterne, dell’una e dell’altra parte, irresponsabilmente impegnate a gettare benzina sul fuoco di uno scontro in cui si agitano povertà e rabbia sociale, differenze etniche e rivalità politiche non nuove. Senza contare i discutibili atteggiamenti di chi prima ha ratificato come regolare il processo elettorale e poi ha cominciato a esprimere dubbi di brogli e frodi soprattutto in sedi non istituzionali; e senza aggiungere gli strani atteggiamenti di chi come Washington prima è corso a complimentarsi con il vincitore e il giorno dopo, sulla scia di Londra, che ha in Kenya ancora molti interessi 44 anni dopo la concessione dell’indipendenza, si è rimangiato i complimenti, è sembrato schierarsi con l’opposizione e poi poche ore fa, come esito finale, ha invocato “a spirit of compromise”, uno compromesso tra il presidente-eletto Kibaki e il suo avversario, ma già alleato politico, Odinga. E’ difficile dire se e quante siano state le irregolarità nello scrutinio o nella trasmissione e registrazione di voti; fonti della MISNA dicono da Nairobi che sembra ragionevole ammettere possibili anomalie a favore di entrambi i candidati e che quindi le veementi prese di posizione di chiunque voglia vedere frode o brogli solo da una parte costituiscono a loro volta una frode. Come peraltro spesso accade in circostanze di questo genere in Africa e altrove. Il problema vero è costituito da chi poi, sulla base di un risultato elettorale eventualmente indagabile in più modi, piuttosto che predisporsi a facilitare un’analisi intransigente ma pacata, comincia a dar fuoco a quella pericolosa miscela di differenze etniche già versata durante la campagna elettorale, di aspettative più o meno sensate di cambiamento a ogni costo, tipiche dei giovani socialmente più svantaggiati, e di altri elementi di puro scontro politico. Peggio ancora se dietro tutto questo scenario forze non africane più o meno manifeste dovessero coltivare il desiderio di un Kenya instabile nel delicato scacchiere dell’Africa orientale, in particolare considerando i 3500 chilometri circa di confine con Somalia, Etiopia, Sudan, Uganda e Tanzania. Non è poi di alcun aiuto evocare incomprensibili responsabilità governative di “genocidio” - una parola ormai inflazionata e ritenuta forse “di moda” da troppi pseudodifensori di presunti diritti umani - per la crisi seguita all’annuncio dei risultati elettorali, come ha pubblicamente fatto Odinga ribadendo anche che la manifestazione da lui convocata per domani a Uhuru park nel centro di Nairobi si terrà nonostante il divieto della polizia. Nè può avere effetti positivi evocare ripetutamente fantasmi di imminente e ineluttabile guerra civile.  


KENIA   6/1/2008   17.31  

UN LUO VERSO LA CASA BIANCA ? PER ORA, SOLTANTO UN’ AMERICANA A NAIROBI…  

Barack Hussein Obama, il quinto afro-americano della storia del senato statunitense nato nel 1961 in una clinica delle isole Hawaii in una famiglia di origine keniana, ha vinto qualche ora fa la “primaria” d’esordio del lungo percorso verso la “nomination” del partito democratico per le presidenziali di novembre, battendo i “bianchi” Hillary Clinton e John Edwards. L’edizione odierna del “New York Times” on-line per l’occasione ha telefonato a Nyangoma-Kogelo, il villaggio del distretto di Siaya, uno degli 11 della provincia di Nyanza (Kenya occidentale, sul lago Vittoria) dove nacque ed è sepolto il padre del senatore; non lontano dalla città di Kisumu, uno degli epicentri delle violenze post-elettorali degli ultimi cinque giorni, da cui le fonti missionarie ieri hanno detto alla MISNA: “Durante la notte c'è il coprifuoco e nessuno si muove. C'è una calma relativa. Ma manca il cibo perché da giorni negozi e mercati sono chiusi. Ieri sera c'erano perfino dei bar aperti fino a tardi. Oggi c'è movimento di veicoli, ci sono dei mezzi di trasporto, torna un po' di normalità. E' ancora presto per dire se banche e uffici sono aperti. Si spera che riprendendo a lavorare, ritornino le cose di prima necessità nei negozi: farina, pane, latte, condimento, verdure varie, che mancano da giorni”. Al quotidiano di New York, Said Obama, zio del senatore, residente di solito a Kisumu, ha detto di essere rimasto bloccato a Nyangoma-Kogelo dove si era recato in visita la settimana scorsa. “Non possiamo andare da nessuna parte - ha detto lo zio - non ci sono veicoli che vanno a Kisumu a causa di quel che vi è accaduto. Qui da noi è tutto molto calmo, non ci sono problemi, ma per seguire quel che succede nell’Iowa possiamo contare solo sulla radio…”. Nyangoma-Kogelo è abitata da Luo, terza etnia del Kenya dopo i kikuyu e i luhya - la stessa a cui appartiene Raila Odinga, l’avversario del presidente eletto Mwai Kibaki - e che in Kenya preferisce autodefinirsi stessi Joluo (anche Jaluo). Anche Barack Obama, in fondo in fondo, è un Luo che come tale venne accolto nell’estate 2006 nel piccolo villaggio paterno durante un lungo viaggio africano. Pur avendo distanziato di alcuni punti sia Edwards (giunto secondo a sorpresa) sia la Clinton (incredibilmente solo terza), per Obama la Casa Bianca non è diventata per questo molto più vicina. Il curioso rito del “caucus”, anzi dei “caucuses” dello stato dell’Iowa - il curioso termine che indica le riunioni politiche per scegliere il candidato vincente è di origine “algonchina”, tribù di indiani nordamericani - sono solo una piccola tappa iniziale di un lungo e faticoso percorso dall’esito imprevedibile. Ma , tra il serio e il faceto, un interrogativo forse è lecito: se un Luo fosse alla Casa Bianca, verrebbe mai spedita a Nairobi a far da mediatrice tra due keniani la vice-segretaria di stato americana per gli affari africani Jendayi Frazer? Nell'aprile scorso i giornali scrivevano "Visita a sorpresa in Somalia, questa mattina, in gran segreto e tra enormi misure di sicurezza, di Jendayi Frazer, la vice di Condoleeza Rice con delega per l’Africa. La Frazer non ha osato però scendere a Mogadiscio, dove fino a pochi giorni fa era in corso una feroce battaglia che ha fatto almeno 500 morti e oltre un migliaio di feriti...". E per quel che riguarda il suo ruolo nella questione di confine tra Etiopia ed Eritrea, la sua decisione di assegnare all'Etiopia terra già eritrea neanche è sembrata molto spiegabile; o forse lo è con l'intervento etiopico in Somalia? Mentre appaiono più che legittimi e ragionevoli gli interventi in Kenya del sudafricano Desmond Tutu, arcivescovo anglicano e premio Nobel per la Pace, e del presidente dell’Unione Africana John Kufuor, che mai “c’azzecca” il precipitoso arrivo a Nairobi della molto controversa e criticata Frazer proprio mentre Odinga riconvoca per oggi - o forse per domani, non è chiaro - la sua vietata e pericolosa manifestazione di protesta di ieri? E poi dicono che il colonialismo è finito...  


KENIA   6/1/2008   17.03  

APPELLO DEI MUSULMANI ALLA PACE, AUMENTANO GLI SFOLLATI  

Quello di cui abbiamo bisogno adesso è la pace perchè nessun passo avanti positivo può essere compiuto nel caos; i keniani sanno che gli atti di violenza servono solo a danneggiare il paese”: lo ha detto Muhdhar Khitamy , presidente della rappresentanza di Mombasa del Supkem, Supremo consiglio dei musulmani del Kenya, definendo privi di senso le uccisioni e i saccheggi di massa che hanno raggiunto anche alcune località costiere sull’Oceano Indiano come Kilifi, Diani and Wundanyi, in cui si conterebbe un totale di 16 vittime. Anche il Supkem, come hanno già fatto tutte le istituzioni e le personalità keniane e straniere che non si sono schierate né con il presidente-eletto Mwai Kibaki né con il suo avversario Raila Odinga, ha chiesto ai principali esponenti politici del paese di incontrarsi per discutere delle loro divergenze e tentare di comporle. Anche Alhaji Abdullahi Kiptonui, vice presidente nazionale del Supkem, unendosi all’iniziativa dei musulmani di Mombasa, principale città costiera del Kenia, poco a sud di Malindi, chiede a tutti i keniani di mettere da parte le loro differenze tribali e di tornare a vivere in armonia “ come era già consuetudine”. In un’altra distinta dichiarazione, Sheikh Ali Shee, presidente della “Islamic Lobbying for Justice and Truth”, ha sottolineato che un eventuale riconteggio dei voti espresso per la presidenza dovrebbe essere accettato sia da Kibaki che da Odinga. “ I musulmani non devono partecipare a disordini, uccisioni di persone innocenti o distruzioni di proprietà perchè contrari agli insegnamenti dell’Islam. Molto meno equilibrata la posizione espressa da “Coast Human Rights Network”, una rete di 16 organizzazioni che hanno chiesto l’intervento di magistrati del Commonwealth per un eventuale riconteggio dei voti e chiedono intanto a Kibaki di dimettersi. Secondo fonti di stampa locale, il totale delle vittime degli scontri - che includono una componente etnico-tribale ma appaiono motivati soprattutto dall’ appartenenza a violenti e facinorosi dei gruppi politici contrapposti di Kibaki e Odinga e una mano pesante della polizia – oscilla tra un minimo di 150 e un massimo di 300 persone, incluse le 35 perite nel rogo della chiesa pentecostale di Eldoret, un’essenziale ma facilmente infiammabile costruzione in legno a cui ancora non è chiaro né da chi né perché sarebbe stato appiccato il fuoco. Pur essendoci stata ieri una “corsa al rialzo” del numero di vittime - fino a 500 e perfino a 1000 o oltre, accompagnate da assurde voci di “genocidio” e situazioni “di tipo ruandese” - la Croce Rossa keniana non andava ieri sera oltre le 289. Più preoccupante sembra invece il numero degli sfollati che impauriti hanno lasciato le loro dimore e si contrebbero già nell'ordine di decine di migliaia.  


KENIA   6/1/2008   16.15  

VIOLENZE ELETTORALI: IN PARTE CONTINUANO MENTRE LA POLITICA CORRE AI RIPARI (replica)

 REPLICA DAL 1° GENNAIO

Da una Nairobi sostanzialmente tranquilla ormai da quasi 24 ore, continuano a ripetersi appelli alla riconciliazione e al dialogo tra i partiti politici nel tentativo di riportare la calma nel paese dove, a causa di scelte discutibili effettuate durante la campagna elettorale per il voto del 27 dicembre scorso - e che ha visto candidati a caccia di facili consensi giocare anche la carta della polarizzazione etnica -, ora si devono fare i conti con le violenze che da giorni stanno sconvolgendo i quartieri poveri di Nairobi e le principali città dell’est del Kenya, a cominciare da Eldoret. “Siamo chiusi in casa, c’è molta paura e tensione. Gruppi di giovani armati si aggirano ovunque e le violenze stanno sconvolgendo soprattutto le zone alla periferia di Eldoret, spingendo la popolazione alla fuga e a cercare riparo in città” dice una fonte della MISNA contattata sul posto nel pomeriggio. “La Cattedrale è piena di sfollati, forse quasi 5000 persone, così come tutte le altre chiese, cattoliche e non, della città, gli ospedali o i luoghi pubblici. Non ritengo che la polizia sia in grado di fronteggiare ancora a lungo la minaccia” aggiunge la stessa fonte. Secondo la Croce Rossa almeno 70.000 persone sono sfollate per le violenze degli ultimi giorni, mentre fonti di stampa riportano stime di circa 300 morti, una cifra non verificabile in alcun modo, dal momento che la stessa polizia ha apertamente ammesso di non essere in grado di fornire un bilancio. Ancora incerto perfino quel che è accaduto stamani nei pressi di Eldoret, quando un gruppo di giovani esaltati avrebbe appiccato il fuoco alla chiesa pentecostale di Kiambaa, dove avevano trovato rifugio decine di persone, prevalentemente di etnia kikuyu , la stessa del presidente Mwai Kibaki, la cui rielezione è stata contestata dall'avversario Raila Odinga di etnia luo. Varie fonti contattate dalla MISNA a Eldoret e nelle zone circostanti hanno in linea generale confermato la notizia, precisando però di non poter indicare nè il numero delle vittime nè la dinamica dei fatti ; la voce prevalente è che i morti siano una quarantina , tra cui molte donne e bambini, decedute a causa dell'incendio nella Chiesa o in ospedale a causa delle gravi ustioni. “Quello che sta succedendo non ha senso” dice alla MISNA il guardiano di una chiesa nel centro di Eldoret, appena rientrato da un giro in città. “Molte strade sono bloccate con pietre e sono stati allestiti posti di blocco da giovani armati che chiedono a chiunque i documenti d’identità. È impossibile uscire soprattutto con il sopraggiungere della notte” . Lo scenario di oggi a Eldoret rievoca quello di ieri a Kisumu o a Mombasa (vedi notizie MISNA di ieri) e che riguarda anche altre zone ‘periferiche’ del paese. “Se la situazione a Nairobi oggi sembra essere tornata alla calma e la vita di tutti i giorni riprende timidamente – dice alla MISNA padre Gigi Anataloni, missionario della Consolata nella capitale keniana – continuiamo a ricevere notizie di tensioni e violenze dalle zone occidentali e settentrionali del paese”. Tensioni che vedono contrapposti giovani non solo ‘kikuyu’ e ‘luo’, ma anche ‘nande’, ‘samburu’ o degli altri 42 gruppi culturali presenti nel paese che , di luogo in luogo, si scambiano il ruolo di vittima e aggressore. “Personalmente ritengo che, soprattutto nel nord del mondo, spesso si ricorra alla dimensione etnica per raccontare in maniera semplicistica e superficiale i conflitti e le tensioni africane ; devo dire però che questa volta si tratta, purtroppo, di scontri anche etnici, alimentati dalla scelta di politici e candidati alle ultime elezioni di ricorrere alla carta tribale nei loro comizi elettorali. Dopo aver seminato vento, ora stanno raccogliendo tempesta” dice alla MISNA padre Renato ‘Kizito’ Sesana. Anche per questo nelle ultime ore si sta lavorando molto per un dialogo aperto tra tutte le forze politiche del paese e si rincorrono gli appelli, interni e internazionali (ultimo quello dell’Unione Africana) alla “concertazione” tra i diversi gruppi politici. Fonti diplomatiche occidentali, che hanno chiesto l’anonimato, hanno spiegato alla MISNA che si sta lavorando per convincere le forze politiche ad accettare l’idea di un governo d’unità nazionale. Una conferma a questa strada, “l’unica percorribile a breve termine” secondo la fonte della MISNA, sembra arrivare dalla notizia della formazione di tre comitati speciali ‘ad hoc’ costituiti ieri ( vedi notizia di stamattina alle 9.17) e dall’incontro che si dovrebbe tenere in serata tra gli esponenti dei principali partiti del paese per lanciare un appello alla calma generale e trovare un’intesa politica sulle modalità con cui spegnere i fuochi accesi. Altre fonti parlano di un’intesa tra le forze politiche keniane per la stesura di una nuova costituzione – includendo magari la figura di un primo ministro – e successivamente un ritorno alle urne. La strada più semplice per uscire dallo stallo attuale, secondo le informazioni raccolte in ambienti politici keniani, potrebbe però essere quella della costituzione di un tribunale speciale indipendente incaricato di riprendere in mano i voti e effettuare un nuovo spoglio delle schede sulla base dei dati redatti dalle circoscrizioni, indagando sui casi di brogli che sia il partito di governo che quello dell’opposizione sembrano aver effettuato sulla base di piani ben precisi. (a cura di Massimo Zaurrini)
 


KENIA   6/1/2008   15.26  

DOMENICA TRANQUILLA, ANCORA NUMEROSI SFOLLATI A NAIROBI E NEL RESTO DEL PAESE  

Per il terzo giorno consecutivo l’atmosfera è calma nella capitale, Nairobi, che lentamente si riprende dalle violenze avvenute dopo la proclamazione dei risultati delle presidenziali del 27 dicembre scorso. Vicino al quartiere di Kibera, una delle più grandi bidonville della città, teatro di disordini e atti di vandalismo, circa un migliaio di persone è accampato nel ‘Jamhuri Park’, un sito abitualmente usato per organizzare fiere, in particolare quella agricola. “Si tratta di persone che hanno ancora paura di tornare verso le proprie abitazioni” dice alla MISNA padre Renato ‘Kizito’ Sesana, missionario comboniano, che stamani si è recato sul posto. “Alcuni dormono al Jamhuri Park da una settimana, sembrava il posto giusto dove rifugiarsi per scappare dalle violenze. Appartengono a diverse etnie: forse la maggior parte è Kikuyo (l’etnia del presidente Mwai Kiwaki, Ndr), ma ci sono anche dei Luo (quella del suo principale avversario, Raila Odinga), dei Masai e altri. Sono tutti insieme in questa situazione certo precaria, ma per lo meno abbastanza dignitosa: oltre a ricevere aiuti dalla Croce Rossa, hanno anche accesso ai padiglioni riservati alle fiere, dove possono dormire”. Ma il più grande problema, sottolinea il missionario italiano, è la mancanza di cibo, in parte legato al saccheggio di numerosi negozi durante i disordini della scorsa settimana, che ha penalizzato tutti, senza distinzione di appartenenza etnica o politica. In tutto il paese, secondo stime di agenzie umanitarie internazionali in circolazione nei media, gli sfollati sarebbero decine di migliaia, forse 100.000; altri 5400, secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr), avrebbero cercato riparo in Uganda.  


KENIA   6/1/2008   14.30  

PRENDE CORPO LA VIA DELLA DIPLOMAZIA : IL DIALOGO PER USCIRE DALLA CRISI  

REPLICA DEL 2 GENNAIO

“Il dialogo è la strada da percorrere, il presidente Kibaki desidera trovare un accordo con le varie parti per risolvere tutti i problemi di questo paese”: lo ha detto il portavoce del governo Alfred Mutua bocciando l’ipotesi di qualunque mediatore esterno, ma sottolineando la volontà di trovare soluzioni pacifiche agli scontri seguiti alle elezioni che hanno visto la rinomina di Kibaki alla presidenza del paese. Preoccupazione è stata espressa dal Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon che ha richiamato “il governo, così come i responsabili politici e religiosi, alla responsabilità legale e morale di proteggere la vita dei civili, qualunque sia la loro etnia e religione, facendo tutto il possibile per evitare altre violenze”. Ricordando la possibilità di una crisi umanitaria dovuta al precipitare delle condizioni di sicurezza, Ban Ki-moon ha aggiunto che “è necessaria una soluzione d’urgenza, in uno spirito di dialogo e nel quadro della Costituzione e delle leggi”.
 


KENIA   6/1/2008   14.00  

CRISI: CONSIGLIO CHIESE, “VIOLENZE ETNICHE POLITICAMENTE MOTIVATE” (esclusiva)  

REPLICA DAL 4 GENNAIO

“Una interpretazione semplicemente ‘etnica’ degli scontri seguiti alle elezioni keniane sarebbe fuorviante; in realtà si tratta di violenze etniche politicamente motivate”: lo ha detto alla MISNA il pastore metodista Samuel Kobia, keniano e segretario generale del World Council of Churches (in italiano Consiglio ecumenico delle Chiese), un movimento ecumenico che raccoglie 347 chiese di diverse confessioni cristiane (cattolici, protestanti, ortodossi) in 110 paesi. Secondo il religioso, sebbene ci siano differenze tra le comunità che vivono in Kenya, in particolare tra i due più numerosi gruppi etnici dei kikuyo e dei luo, è l’interferenza della politica oggi come in passato a generare meccanismi di scontro: “Non si dice che il Movimento democratico ‘Arancio’ di Raila Odinga ha perso le elezioni, ma che Raila Odinga ha perso; e così, non si parla della vittoria del Partito di unità nazionale, ma della vittoria del presidente uscente Mwai Kibaki”. Differenze semantiche di non poco conto - sostiene Kobia – perché nascondono l’essenza stessa di ciò che stiamo vedendo: “A questo punto, la soluzione è quella di avere Kibaki e Odinga pronti a sedersi a un tavolo e disposti a dialogare senza pre-condizioni; purtroppo entrambi hanno finora posto condizioni non accettabili dalla rispettiva controparte. Inoltre, da ciò che vedo e sento, so che i keniani nella loro grande maggioranza sono contro la violenza e si aspettano di essere rappresentati da una classe politica che vada oltre la semplice partigianeria per assumersi responsabilità che rispondano alle vere necessità del paese”. Per Kobia, ci saranno sicuramente problemi di carattere umanitario da qui alle prossime due settimane con carenza di generi di prima necessità e carburante dovuti al blocco delle rotte commerciali; ci potrebbero essere problemi nel breve e medio termine per l’economia. Ma a preoccuparlo sono soprattutto le ferite lasciate dalle violenze: “Le vittime delle violenze sono state soprattutto persone di etnia kikuyo; finora non ci sono state reazioni e rappresaglie, ma potrebbero esserci a Nairobi e in altre zone del Kenya centrale. Proprio per questo motivo è necessario che la temperatura del confronto politico si abbassi e che il paese si riprenda presto evitando di cadere nella trappola di confronti etnici che non sono nella natura di questo paese fin quando i politici evitano di interferire e di legare la loro carriera all’esasperazione delle differenze tra le varie comunità”. Ripartire, per il segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese, significa inoltre essere pronti a rivedere alcune parti della Costituzione e garantire piena autonomia alla Commissione elettorale nazionale perché in futuro non si ripetano brogli e incidenti. L’invito al dialogo affidato da Kobia alla MISNA, è stato l’elemento di fondo dell’intervento dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu che oggi a Nairobi ha incontrato Kibaki e Odinga: “Questo – ha detto Tutu – è un paese che è stato a lungo considerato modello di stabilità. Adesso questa immagine è stata offuscata, non è il Kenya che tutti noi conosciamo”. Riferendo della disponibilità di Odinga e Kibaki a trattare, Tutu ha invitato i due leader politici a frenare i rispettivi sostenitori, così da coinvolgere tutti i keniani in aperture pacifiche che restaurino un clima sereno nel paese. Kibaki e Odinga non si sono però finora incontrati , mantenendo quelle pre-condizioni che – come ha detto Kobia alla MISNA – ostacolano il ritorno alla normalità: così, da una parte c’è Kibaki che vuole evitare l’intervento della comunità internazionale affidandosi alla forza di esercito e polizia, dall’altra Odinga che vincola la possibilità di trattare una soluzione negoziata all’ammissione di brogli da parte di Kibaki e alla ripetizione delle elezioni entro tre mesi. Nuove elezioni che il governo avrebbe già escluso.(a cura di Gianfranco Belgrano)
 


KENIA   6/1/2008   13.00  

TESTIMONIANZE MISSIONARIE DAI PRINCIPALI LUOGHI DELLA CRISI  

REPLICA DELLA SCORSA SETTIMANA


Ecco una selezione di sintetici ma incisivi "flashes" che fotografano in maniera semplice ma genuina e incisiva la realtà keniana di questi difficili giorni ma testimoniano al tempo stesso il profondo e intenso rapporto umano che le fonti missionarie della MISNA intrattengono costantemente con le popolazioni locali e con il territorio. Un legame straordinario che, quando e come possibile, il notiziario cerca di registrare e comunicare ai suoi lettori.

ELDORET
2 GENNAIO - “Le chiese e le scuole sono diventate dormitori per le migliaia di persone in fuga, terrorizzate dalle violenze dei giorni scorsi. Abbiamo inutilmente chiesto alla polizia di fornirci un minimo di sicurezza, soprattutto durante la notte… La città di Eldoret è uno dei centri più ‘caldi’ del paese, le violenze sono diffuse e mancano beni di prima necessità: dalla frutta al carburante, i prezzi sono letteralmente quadruplicati”.

3 GENNAIO - “La scorsa notte è passata abbastanza tranquillamente, due poliziotti sono venuti in parrocchia per garantire la sicurezza nostra e delle migliaia di persone che stiamo ospitando. Stanotte c’erano molti meno uomini tra la gente che ha dormito con noi e questo ci preoccupa, perché in caso di attacco le donne e i bambini difficilmente saranno in grado di difendersi da soli…Stamani siamo riusciti ad andare in città per comprare un po’ di cose, ma gli scaffali erano vuoti e non c’è niente da mangiare. Siamo però stati fortunati a trovare un po’ di benzina al prezzo di sempre”.

“Qui a Langas (periferia di Eldoret, ndr) la situazione peggiora ogni giorno. Non c’è cibo e le strutture sanitarie sono in uno stato terribile. Temiamo il propagarsi di epidemie di qualche pericolosa malattia. Non possiamo far altro che stare qui vicino a questa povera gente e dare loro tutta l’assistenza che possiamo in attesa che arrivi aiuto da fuori…Abbiamo ricevuto informazioni sul fatto che il gruppo di giovani armati che sta attaccando le località intorno a Eldoret sarebbe stato pagato per provocare il caos. Tuttavia non sappiamo chi vi sia dietro. È scioccante vedere come un paese che si stava riprendendo sia improvvisamente stato messo nuovamente in ginocchio”

KISUMU
2 GENNAIO - “Kisumu sembra una città fantasma. Le strade sono deserte, molta gente è scappata e quelli che sono rimasti hanno paura. La tensione tra la popolazione e la polizia, che di fatto presidia la citta, è palpabile. I negozi sono ancora chiusi e anche se non ci sono state violenze oggi, alcune case e macchine erano ancora in fiamme e nelle strade erano evidenti i segni delle barricate erette fino a ieri dai manifestanti”.
3 GENNAIO - “Durante la notte c'è il coprifuoco e nessuno si muove. C'è una calma relativa. Ma manca il cibo perché da giorni negozi e mercati sono chiusi. Ieri sera c'erano perfino dei bar aperti fino a tardi. Oggi c'è movimento di veicoli, ci sono dei mezzi di trasporto, torna un po' di normalità. E' ancora presto per dire se banche e uffici sono aperti. Si spera che riprendendo a lavorare, ritornino le cose di prima necessità nei negozi: farina, pane, latte, condimento, verdure varie, che mancano da giorni”.

MARALAL: “Molti hanno passato la notte alla stazione di polizia, altri a una veglia di preghiera che è durata tutta la notte nella missione. Il primo gennaio, ieri, c'è stata calma relativa, alcuni kikuyu sono stati portati alla città di Nyahururu con pullman scortati dalla polizia (conseguenza, in Nyahururu i Samburu sono in pericolo e sono stati invitati a lasciare la città e tornarsene a Maralal). Nel pomeriggio la situazione si è calmata, sono stati riaperti i negozi e la gente ha potuto fare la spesa. Non è ancora pace, ma la gente respira”.
 


KENIA   6/1/2008   12.25  

AGGIORNAMENTI ED EDITORIALI DELLO "STANDARD" E DEL "SUNDAY NATION"

Come abbiamo già fatto nei giorni scorsi, cerchiamo di sottolineare rispetto e considerazione per tutti coloro che soffrono a causa della crisi keniana anche rilanciando sulla pagina della MISNA parte delle opinioni espresse dalla stampa del Kenia.

Nel frattempo, sul fronte dei disordini e delle violenze, la situazione sembra tornata sostanzialmente sotto controllo - se si escludono sporadiche e non verificabili notizie di sparatorie e incidenti a Korogocho (slum della capitale), Mombasa e qualche altra località meno nota - mentre continuano a circolare bilanci di vittime che vanno da circa 180 (fonti della polizia) a 360 (fonti di stampa).

Sul fronte politico, mentre il presidente eletto Emilio Mwai Kibaki si è detto ieri pronto a dar vita a un governo di unità nazionale, l'avversario Raila Odinga ha ribadito che non è disposto ad alcun dialogo se prima Kibaki non si dimette. I due contendenti avevano in giornata incontrato in colloqui separati l'assistente segretaria di stato americana Jendayi Frazer giunta a sorpresa venerdì a Nairobi; la Frazer non ha fatto dichiarazioni dopo i due incontri e la stampa keniana ne riferisce poco o nulla. Con maggiore entusiasmo viene invece annunciata per la prossima settimana la visita, finora rinviata per varie difficoltà logistiche, del presidente dell'Unione Africana per la sessione 2007-2008, il ghanese John (Kofi Agyekum) Kufuor, dalla cui opera di mediazione tutta africana si sperano risultati superiori a quelli apparentemente raggiunti finora.

In un editoriale intitolato "A nation at a crossroads", l'edizione elettronica dello "Standard" scrive tra l'altro: "Come nazione, siamo a un crocevia. Ecco perché, oltre agli appelli per la pace e alle richieste che Kibaki e Odinga dialoghino,dobbiamo essere tanto coraggiosi da assicurarci che la mediazione non arrechi altri danni al paese. Se i negoziati vengono gestiti male, se la situazione scappa di mano, le attuali uccisioni e il danno economico possono diventare un gioco da bambini. La ricerca della pace e di una soluzione politica dovrebbe affrontare la natura storica del conflitto. Si ha come la sensazione che i controversi risultati elettorali siano stati solo la scintilla di qualcosa che cova da tempo. E’ di interesse nazionale che prevalgano capacità da statista e che entrambi i versanti siano soddisfatti della soluzione. I negoziatori devono essere coscienti che prender tempo nella speranza che le tensioni diminuiscano non sarà d’aiuto. Le pressioni internazionali, per dure che possano essere su Kibaki e Raila, dovranno in ogni caso essere integrate da oneste iniziative locali. Devono essere sostenute dalla buona volontà della gente e da una guida onesta. Lo sguardo deve andare oltre i risultati elettorali perché il tessuto sociale del Kenya è logoro e la nostra miscela inter-etnica tragicamente sconvolta".

Il "Sunday Nation", edizione domenicale del "Daily Nation", commentando un 'iniziativa del "Media Council" - organismo del mondo giornalistico ed editoriale per la difesa della libertà d'espressione - per una preghiera nazionale, sottolinea: "Mentre pregano, i keniani dovrebbero riflettere sul prezzo che hanno pagato negli ultimi otto giorni. E dovrebbero restare saldi sul punto di vista che i problemi del paese non verranno risolti dai capi che più facilmente possono portarci alla guerra. Anzichè battersi a morte tra loro sulla politica, dovrebbero lavorare insieme per riparare quello che l'elite politica ha danneggiato".
 


KENIA   6/1/2008   11.32  

POSSIBILE RICORSO AD ALTA CORTE, ATTESO PRESIDENTE UNIONE AFRICANA  

La commissione elettorale nazionale (Eck) potrebbe decidere nei prossimi giorni di rivolgersi all’Alta Corte per ottenere una verifica indipendente delle operazioni elettorali che hanno portato alla rielezione - contestata dall’opposizione - di Mwai Kibaki alla presidenza. Lo riferisce stamani il giornale keniano ‘Sunday Nation’, sottolineando che finora, nessun candidato ha fatto ricorso legale; il principale avversario di Kibaki, Raila Odinga, non reputa la giustizia sufficientemente imparziale. Intanto, nel tentativo di convincere i dirigenti politici a trovare una soluzione alla crisi politica segnata in questi giorni da gravi violenze, è stato annunciato l’arrivo in Kenya di John Kufuor, presidente dell’Unione Africana (UA) e presidente del Ghana, atteso in settimana.  


KENIA   6/1/2008   11.30  

PENSIERO DELL'EPIFANIA  

Il paese continua ad essere sotto shock, economicamente in grave perdita giornaliera per la assenza dal lavoro, dalle attività, per il calo del turismo. Rimane però sostenuto da uno spirito di fede in Dio, tipico del popolo africano, rafforzato da un forte sentimento patriottico che non e’ mai venuto meno anche in questi giorni. Nell’animo di tante persone desiderose di pace, di benessere, di educazione e di salute per le proprie famiglie e per tutto il paese, persiste la fiducia di una positiva mediazione degli enti e persone che si sono offerti per la pacificazione del paese, verso una giusta soluzione di questa grave crisi e per un governo accetto a tutti".
(Da un testo giunto alla MISNA a firma di Franco Cellana , Superiore regionale dei Missionari della Consolata in Kenya, e del missionario Antonio Bianchi.)


KENIA   5/1/2008   16.44  

BENEDETTO XVI: "DIALOGO E CONFRONTO DEMOCRATICO" PER USCIRE DALLA CRISI  

Trovare la soluzione alle presenti difficoltà attraverso il dialogo e il confronto democratico” è l'invito che Benedetto XVI rivolge agli esponenti politici del Kenya in un appello a “imboccare risolutamente la via della pace e della giustizia” contenuto in una lettera firmata dal cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e indirizzata al presidente della Conferenza episcopale nazionale, il cardinale John Njue. Il Kenya “ha bisogno di una pace fondata sulla giustizia e sulla fratellanza” si sottolinea nel messaggio per “l’amata nazione che ha conosciuto tempi di tranquillità sociale e di sviluppo, rappresentando un elemento di stabilità nell'intera travagliata regione”. Benedetto XVI auspica che “venga allontanato al più presto lo spettro del conflitto etnico, che tanti misfatti ha prodotto e continua, purtroppo, a produrre in alcune parti del continente africano". Unendosi al messaggio diffuso nei giorni scorsi dai vescovi del Kenya con un appello al dialogo e alla riconciliazione, il Papa chiede che "cessino subito le violenze e le lotte fratricide"; preoccupato per lo scenario degli scorsi giorni, il Santo Padre esprime “solidarietà” ai vescovi del Kenya, ai cittadini e alle vittime delle violenze. (Il testo integrale e originale del messaggio è disponibile sulla nostra pagina inglese)


KENIA   5/1/2008   15.44  

MATTINATA TRANQUILLA... (2): IN PRIMO PIANO L'EMERGENZA UMANITARIA  

Per fortuna non abbiamo registrato scontri da ieri, ma migliaia di abitanti sono sfollati e temono ancora di tornare nelle proprie abitazioni. Qui, nel territorio della diocesi – ha aggiunto il vescovo - diamo accoglienza a circa 2000 famiglie; hanno cominciato a ricevere aiuti alimentari distribuiti da agenzie umanitarie, ma non bastano e i bisogni sono ancora tanti”: lo dice oggi alla MISNA monsignor Cornelius Kipng’eno Arap Korir, vescovo di Eldoret, 250 chilometri a nord-ovest di Nairobi, una delle città più colpite dalle violenze post-elettorali. E' l'emergenza umanitaria, che riguarda in tutto il paese almeno 250.000 persone, il dato che sta acquistando maggior consistenza mentre, in parte coperte da ovvia discrezione, si moltiplicano le iniziative per giungere a uno sbocco rapido e costruttivo delle recenti tragiche giornate in cui il ruolo dei mezzi d'informazione e di istituzioni non-africani non è apparso sempre di aiuto alla pace. Un "governo di unità nazionale", nuova formulazione di una possibilità d'intesa già indicata soprattutto dalla mediazione dell'arcivescovo Tutu, "non solo unirebbe tutti i keniani, ma aiuterebbe a cicatrizzare le ferite e a portare avanti il processo di riconciliazione” dice un comunicato emesso oggi dall’ufficio della presidenza. “Speriamo che continuino gli sforzi nella direzione del dialogo per risolvere questa crisi politica, che ha trascinato dietro di sé una grave situazione umanitaria” hanno detto oggi alla MISNA da Kisumu, località sulle sponde del Lago Victoria a circa 80 chilometri a sud-ovest da Eldoret, fonti della MISNA che confermano la rimozione del coprifuoco diurno. “La situazione sembra migliorare, stanno pulendo le zone degli scontri e rimuovendo i blocchi stradali che impedivano il collegamento con Nairobi, da dove provengono molti generi di prima necessità. Forse per lunedì saremo tornati a qualcosa che si avvicina alla normalità’” auspica una fonte missionaria che ribadisce però una preoccupazione: “Rimane preoccupante il problema umanitario: manca cibo e i prezzi dei pochi beni rimasti sono saliti alle stelle, ma soprattutto manca acqua potabile per la popolazione, che in parte è dovuta fuggire dalle proprie abitazioni per cercare riparo presso posti di polizia o strutture religiose”.


KENIA   5/1/2008   14.40  

UN FORTE NO A QUALSIASI INTRANSIGENZA  

REPLICA DEL 3 GENNAIO

[Un editoriale del sito-web del quotidiano “Daily Nation”, con un invito a mettere da parte qualsiasi posizione intransigente e a cercare soluzioni accettabili per il presidente eletto Mwai Kibaki e il suo avversario Raila Odinga, sembra costituire un tentativo in extremis di scongiurare i possibili pericoli impliciti nella manifestazione di protesta contro il governo convocata per oggi da Odinga al centro di Nairobi nonostante i divieti della polizia e delle altre competenti autorità. Un nuovo più accurato bilancio delle vittime delle violenze dei giorni scorsi, stilato dall'agenzia di stampa francese Afp in base a fonti di polizia, ospedaliere e dell'obitorio di Kisumu, porta il totale a 342 (un terzo dei 1000 sbandierati ieri da alcune fonti). In attesa della cronaca della giornata - che si spera meno drammatica di alcuni resoconti dei giorni scorsi e delle peggiori previsioni formulate per oggi - anche per testimoniare rispetto alla volontà di riconciliazione della magior parte dei keniani e dei loro mezzi d'informazione, ecco in versione quasi integrale una traduzione dell’editoriale.]

“Il nostro amato paese, la Repubblica del Kenya, è un rudere fumante. L'economia è in stallo e gli eserciti della distruzione marciano sulla ‘Rift Valley’ e altre località. Nel bel mezzo di tutto questo, i capi - che sono la causa diretta di questa catastrofe - emettono tiepidi appelli per la pace dalla comodità dei loro alberghi e delle loro dimore protette da mura da cui entrano ed escono a bordo di limousines corazzate. Per i keniani è incredibile follia distruggere la loro economia, le loro case e il loro modo di vivere in nome della politica e per conto di quegli stessi signori la cui vita di comodità e di lusso continua a procedere normalmente.

I mezzi d’informazione del Kenya propongono oggi di essere espliciti e uniti nell’opporsi a questo spargimento di sangue e alla disunione del paese. Non esiste obiettivo o diritto più prezioso del diritto alla vita. Gli esponenti politici di entrambe le parti devono essere informati in maniera in equivoca che corrono il grosso rischio di perdere la loro credibilità negli occhi dei keniani e della comunità internazionale a causa dell’uccisione sistematica di innocenti in tutto il paese, della distruzione dell’economia e della diffusa disaffezione. Nessuna rivendicazione e nessuna causa vale il sangue innocente dei figli del Kenya. L’orgia di saccheggi, incendi, stupri e l’irresponsabile ma ben orchestrato spargimento di sangue sta minando le fondamenta morali della posizione dei politici. I potenti non devono continuare ad avere più attenzione per la loro - inconsistente - stretta del potere che per la vita e la proprietà. Deve essere cieca e sorda la persona che non ode il grido di quei 70.000, molti dei quali nostri bambini, che sono oggi profughi nel loro stesso paese. Un'ultima occasione ora si presenta ai responsabili politici per ritirare il paese dall’orlo del precipizio e per contribuire al ristabilimento della fiducia e della sicurezza.

I discorsi duri, le prese di posizione esagerate e il tentativo di segnare inutili punti a proprio favore non portano il paese da nessuna parte. E’ giunto il momento di isolare gli intransigenti su entrambi i versanti e permettere che la voce della ragione sia ascoltata al di là delle divisioni politiche. Nessun negoziato può svolgersi mentre keniani vengono massacrati e il paese brucia. Il primo obiettivo deve essere quindi garantire la sicurezza di tutti i keniani. Si facciano dunque rientrare le armi, si scaccino gli incendiari e si crei un ambiente idoneo a un dialogo costruttivo. Se sono minimamente interessati alla loro credibilità e alla vista dei keniani e del paese intero, i politici escano dalle loro sale di riunione e vengano all’aperto a raccomandare pace e pazienza ai loro sostenitori. I keniani si aspettano di vedere il signor Raila Odinga guidare una missione di pace a Kondele e in altre zone sconvolte di Kisumu e di Nyanza […]il presidente Kibaki uscire e calmare le passioni a Dandora, Huruma e altre zone difficili di Nairobi. E’ soltanto con il ritorno della pace che la ragione potrà prevalere. Ma non può esserci pace senza giustizia. Ed è allora importante che il presidente Kibaki e il capo del Movimento democratico Arancio Raila Odinga avviino immediate trattative sulle disputate elezioni e giungano a una soluzione che entrambi possano poi accettare. Le posizioni intransigenti, come la richiesta delle dimissioni immediate del presidente o il rifiuto di qualsiasi interrogativo sui risultati elettorali, non sembrano in questo momento molto utili. Posizioni intermedie esplorabili potrebbero includere un accordo per la condivisione del potere. Una seconda opzione potrebbe essere la creazione di un governo ad interim da cui siano esclusi Kibaki e Odinga e un calendario per nuove elezioni con un sistema elettorale riformato”.
 


KENIA   5/1/2008   13.20  

"IL KENIA NON E'....." – 2  

Se la violenza ha assunto anche un carattere etnico, questo è dovuto a vari fattori. È chiaro che i kikuyu della regione centrale hanno sostenuto il loro presidente, così come i luo dell'ovest hanno dato la loro preferenza a Odinga. Non è vero però che questa sia stata la scelta ovunque. La larga maggioranza data all'opposizione nella Rift Valley non potrebbe spiegarsi senza il voto di almeno parte dei kikuyu che vi vivono. La lettura etnica è stata una lettura semplicistica fatta da chi ha voluto far quadrare i fatti all'interno del pregiudizio tipico che si ha verso l'Africa. La dimensione etnica è vera e presente, ma non preponderante. Rischia di diventarlo se i messaggi mediatici continuassero a spingere in quella direzione. L'esperienza di Radio Mille Collines insegna.

Assolutamente atipico è stato l'attacco ad una chiesa gremita di donne e bambini. Non è mai successo, in Kenya, che ci fosse una mancanza di rispetto tale verso un gruppo rifugiatosi in un luogo sacro. I kenyani hanno punte di secolarismo simili a quelle europee, eppure Dio, il sacro, la preghiera sono sempre rispettati. L'attacco a Eldoret, nella Rift Valley, ricorda la tecnica usata dalle milizie sostenute dal governo agli inizi degli anni novanta, quando uomini armati attacavano i cittadini mettendo a fuoco le loro case per poi sparire velocemente nella boscaglia. Chi siano i mandanti, e quale sia il loro obiettivo, è difficile dirlo. Certo è che le comunità religiose - cattolica e protestanti - hanno lavorato molto nel passato per sostenere la crescita di una sensibilità sociale e politica non sempre ben vista dagli schieramenti politici.


Quale futuro si apre per il Kenya? È difficile dare risposte sicure. A questo punto tutto può succedere. Eppure, se il Kenya resterà fedele alla sua identità, si arriverà al dialogo. Già stamane i temuti scontri tra manifestanti e polizia non sono avvenuti. È subito parso chiaro che ambedue le parti si sono scontrate ma senza attaccarsi in maniera decisa. Raila Odinga si è incontrato con Desmond Tutu, l'arcivescovo premio Nobel per la pace, persona capace di preparare la via al dialogo e di far breccia anche presso il presidente Kibaki, che ha rifiutato una mediazione politica da parte dell'Unione Africana. Se la via del dialogo sarà imboccata, una soluzione pacifica diventerà una certezza.
 


KENIA   5/1/2008   13.00  

“IL KENYA NON E’ IL RWANDA DEL ’94” (Padre Caramazza sull’”Osservatore Romano”)  

[Ripresa dal quotidiano della Santa Sede, ecco un'attenta analisi del missionario comboniano Giuseppe Caramazza, direttore del centro "New People" di Nairobi; il testo fa giustizia di tutte le voci di "genocidio", "pulizia etnica" e di altre iperboli negative circolate in questi giorni intorno alla crisi keniana. E apre alla speranza di una possibile rapida soluzione pacifica.]


La violenza che attanaglia il Kenya da alcuni giorni ha sorpreso i più, anche tra gli osservatori abituali del Paese africano. Ci si domanda come sia possibile che in Kenya, paese tra i più pacifici del continente, si sia giunti ad un'esplosione tale di odio. Odio subito tacciato di razziale da osservatori che ormai guardano agli eventi africani con gli occhiali del genocidio rwandese del 1994. È bene sottolineare subito che il Kenya non è il Rwanda e che le dinamiche sono molto diverse. Cinque anni fa, alla fine della presidenza di Daniel Toroitich arap Moi, i kenyani hanno fatto una scelta chiara. Hanno detto addio al governo del Kanu, che li aveva guidati sin dall'indipendenza, e abbracciato la novità dell'opposizione. Chi era presente non può dimenticare la paura e la gioia di quei giorni. Paura di un colpo di mano da parte di un regime dittatoriale che difficilmente accettava di essere messo da parte. Gioia nel vedere che il sogno democratico pareva avverarsi. Allora i kenyani scelsero Emilio Mwai Kibaki come presidente, ma occorre dire che furono portati a questa scelta soprattutto dal grande lavorio del populista Raila Odinga. Il nuovo governo fece subito una impressione favorevole: buoni programmi, cambiamenti visibili (scuola gratuita per tutti, sanità al servizio della popolazione, seri passi in avanti nell'efficenza dell'amministrazione pubblica). Ma la politica fa fatica a cambiare, ad accogliere il nuovo. Nei ministeri rimanevano molti dei vecchi fedeli al Kanu, e quindi ad un modo clientelare di gestire il potere. Quasi tutti i politici eletti erano sì di un nuovo schieramento, ma avevano fatto parte del vecchio sistema fino a poco prima delle elezioni. I risultati, sulla lunga distanza, non potevano farsi attendere. Il governo di Kibaki non ha brillato per lotta alla corruzione. È invece stato al centro di molti scandali.


Se c'è stata una novità, questa è stata la libertà dei media nazionali nel portare allo scoperto contratti poco chiari, spese esorbitanti e veri e propri latrocinii fatti alle spalle dei cittadini. Alla fine del quinquennio, il governo Kibaki poteva senz'altro vantare grandi passi avanti dell'economia, e la ricostruzione delle infrastrutture fondamentali del paese, ma doveva anche ammettere di essere stato battuto dalla corruzione rampante, dal non essere stato capace di distribuire equamente la crescita. Serve poco poter dire di essere cresciuti del 7%, quando i poveri (60% della popolazione) non hanno visto un solo beneficio raggiungerli nelle baraccopoli che ingolfano tutte le città del paese. Se c'è un momento che ben fotografa questo quinquennio questo è il referendum per l'approvazione della nuova Costituzione del novembre 2005. Il governo, che sosteneva la nuova legge fondamentale (gruppo della Banana), venne battuto in maniera netta. Il gruppo contrario all'approvazione (il gruppo dell'Arancia) raccolse ampi consensi in tutto il paese, in maniera trasversale. Da quel gruppo è nato il partito dell'Arancia che si è opposto a Kibaki alle elezioni del 27 dicembre scorso. Sin dall'inizio era apparso chiaro che Raila Odinga - ex alleato di Kibaki e capo del movimento dell'Arancia - era in grado di mettere in serie difficoltà il presidente in carica. Tutti pensavano ad una transizione pacifica del potere in caso di vincita dell'opposizione. Così non è stato. La reazione di Raila Odinga non poteva tardare. Già all'indomani del voto aveva chiesto che Kibaki ammettesse di aver perso. Non poteva accettare di buon grado che la vittoria gli sfuggisse di mano. Raila è figlio di quell'Odinga che fu il primo vice-presidente del Kenya che per tutta la vita ha lavorato per divenirne il presidente. La violenza per le strade ha sorpreso tutti. Non a caso è stata alimentata da chi abita nelle baraccopoli, i poveri e i dimenticati da questo paese che ama mostrare un'immagine patinata di sé. (continua)
 


KENIA   5/1/2008   12.35  

MATTINATA TRANQUILLA NELLA CAPITALE E ALTROVE

"Anche oggi la città è relativamente calma, la vita sta lentamente tornando alla normalità : lo si vede dai negozi aperti e dal traffico nelle vie di Nairobi, dove hanno ripreso a circolare macchine, ‘matatu’ – i furgoncini di trasporto pubblico – e camion, che non si vedevano da giorni. Questa mattina, ho addirittura celebrato un matrimonio” riferisce alla MISNA Padre Gigi Anataloni, missionario saveriano contattato nella zona delle ‘Westlands’ della capitale, segnata da una settimana di tensioni e scontri scoppiati dopo la pubblicazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 27 dicembre scorso. Anche nel resto del paese sembra migliorare la sicurezza: a Kisumu, una delle città dell’ovest più colpita dalla violenza, è stato rimosso il coprifuoco diurno imposto lunedì scorso tra le 06.00 e le 18.00; la calma sembrerebbe anche tornata a Eldoret e Kericho, secondo il quotidiano ‘The Nation’. “Eravamo abituati a un Kenya diverso, il paese stava lentamente facendo progressi. In soli pochi giorni, il quadro si è trasformato. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà per rivedere il Kenya di prima” scrive in una corrispondenza alla MISNA un missionario da Eldoret, nell’ovest del paese.


KENIA   5/1/2008   12.03  

AL LAVORO PER PACE E RICONCILIAZIONE CON COMITATI " AD HOC"

REPLICA DAL 1° GENNAIO

Il governo ha annunciato ieri sera la costituzione di tre diversi comitati - Peace and Reconciliation, Legal Affairs e Media and Information – incaricati di riportare la pace nel paese e di svolgere un’opera di riconciliazione con gli esponenti dell’opposizione. Si è anche costituito un altro comitato indipendente di keniani “eminenti” – l’ambasciatore Bethuel Kiplagat, lo studioso di pace e d’economia George Wachira e gli ex-generali Daniel Opande e Lazarus Sumbeiywo – che hanno già cominciato a lavorare per i medesimi obiettivi. Nel frattempo, quattro membri della “Electoral commission of Kenya” (Eck) - Jack Tumwa, D.A. Ndamburi, Samuel arap Ngeny e Jeremiah Matagaro – si sono detti favorevoli a un’inchiesta indipendente per accertare se qualcuno degli addetti alle operazioni di scrutinio, raccolta e comunicazione dei risultati elettorali sia sia davvero reso responsabile delle presunte irregolarità su cui l’opposizione al presidente eletto Mwai Kibaki ha innescato le proteste che stanno seminando vittime e danni in diverse zone del paese. Sostenendo di essersi limitati a rendere noti i risultati giunti da tutto il paese al “Kenyatta international conference centre”, i quattro hanno citato il caso della circoscrizione di Molo i cui risultati per il voto presidenziale annunciati a Nairobi sarebbero stati diversi da quelli letti nella circoscrizione, con una differenza a favore di Kibaki che, secondo alcuni, sarebbe andata da 50.145 a 75.261. Tumwa e gli altri tre hanno anche sollecitato il “Kenya Domestic Observers Forum”, l’organizzazione degli osservatori elettorali keniani, a completare al più presto il suo lavoro, rendendosi disponibili a collaborare nel caso di un’inchiesta indipendente. L’ex presidente della Sierra Leone Ahmad Tejan Kabbah, capo del “Commonwealth Observer Group” ha espresso soprattutto preoccupazione per la violenza delle proteste. Preoccupazione e inviti a una soluzione pacifica della controversia elettorale sono stati espressi anche dall'Unione Africana e dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon; si configura quasi come una "gaffe" il doppio standard adottato da Washington che con un portavoce si è omplimentato con Kibaki per la rielezione e con un altro ha poi definito "un errore" quella prima manifestazione di simpatia. Anche Londra (da cui il Kenya ottenne l'indipendenza nel 1963, più tardi di altri paesi africani) ha espresso riserve sul risultato elettorale ma sembra che il primo ministro abbia poi avuto contatti telefonici con esponenti keniani. Altre preoccupazioni sono emerse in una dichiarazione dell'Unione Europea. Molto incerti, e tuttora difficili da verificare, restano i diversi bilanci di vittime in circolazione; dalle 100 circa indicate ieri sera dalla Croce Rossa alle 180 e più suggerite stamani da altre fonti locali.
 


 AFRICA   5/1/2008   11.30  

DA NAIROBI, PADRE KIZITO SESANA... – 2  

Per capire l’attuale contesto politico keniano bisogna risalire almeno al 1982, quando, dopo un tentativo di colpo di stato, l’allora presidente Daniel arap Moi ha trasformato il Kenya in una dittatura brutale, pur mantenendo alcuni elementi di facciata che lo potevano spacciare per una democrazia. Il tutto, è bene notare, sempre restando fedele alleato (e protetto) dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, nonché amico dell’Occidente. Sarebbe troppo lungo seguire dal 1982 a oggi la carriera politica dei due principali protagonisti della crisi odierna, Mwai Kibaki e Raila Odinga. Basti dire che entrambi sono stati alleati di Moi e avversari di Moi, alleati con tutti e avversari di tutti, anche tra di loro. Per entrambi non si può parlare di una posizione ideologica, ma sempre e solo di alleanze per arrivare al potere. Entrambi hanno una rilevantissima fortuna personale, che in qualche caso non esitano a ostentare. È famosa la Hummer di Raila, un fuoristrada che costa diverse decine di migliaia di euro e che fa due chilometri con un litro di benzina, usato da Raila per visitare Kibera, il più grande slum di Nairobi, che fa parte del suo collegio elettorale. Credere che questi due signori siano motivati dal desiderio di servire il paese o che siano paladini delle democrazie e dei poveri, è cadere vittime di una pericolosa illusione. Il loro atteggiamento è descritto bene nell’editoriale del 1 gennaio del Nation, il maggiore quotidiano di Nairobi: « Né il Pnu né l’Odm durante le campagne elettorali hanno dimostrato particolare controllo o rispetto per la stabilità del paese. Il mantra sembra essere stato: o lo governiamo o lo bruciamo». L’incontrollata sete di potere, e di proteggere col potere le ricchezze più o meno legalmente acquisite, è il motore dell’attività politica di questi partiti. Detto questo, bisogna fare delle distinzioni. Mwai Kibaki da quando è andato al potere, cinque anni fa, ha fatto delle riforme importanti: l’istruzione gratuita per gli otto anni di scuola elementare; il garantire la libertà di espressione e di stampa (per cinque anni non abbiamo avuto prigionieri politici e tanto meno assassini politici come avveniva con Moi, e mai in Kenya una campagna elettorale è stata libera come l’ultima…); una serie di provvedimenti economici che hanno fatto ripartire l’economia, che negli ultimi anni di Moi aveva una crescita negativa e, invece, dal 2004 è cresciuta di oltre il 5% all’anno. Due i grandi fallimenti di Kibaki. La corruzione pervasiva, ereditata dai 24 anni di malgoverno di Moi, non è stata combattuta con l’efficacia e la determinazione che il cittadino comune avrebbe voluto. È stata si ridotta di molto, ma resta un cancro che pervade tutta la società keniana. Inoltre, la nuova costituzione, promessa da Kibaki appena eletto, non è stata ancora approvata, e la conseguente promessa di decentralizzazione del potere non è stata onorata. Dal canto suo Raila Odinga, andato al governo come membro della coalizione di Kibaki cinque anni fa, è poi passato all’opposizione sulla questione della nuova costituzione. Ed è riuscito a far bocciare la costituzione proposta da Kibaki con un referendum due anni fa. L’Odm è nato dallo slancio di aver fatto bocciare la costituzione e da allora Raila ha accentrato il potere del movimento e ha esasperato la questione tribale. Da oltre un anno ormai la parola d’ordine fra i luo – l’etnia di Raila e che ha un peso proponderante nel Odm, come, invece, i kikuyu, l’etnia di Kibaki, ce l’ha nel Pnu – è questa: «È arrivato il nostro turno di governare il paese». Per poi trasformarsi più recentemente in «se perdiamo le elezioni vuol dire che ci sono stati brogli». Raila, poi, durante la campagna elettorale ha giocato due carte pericolose. Prima ha promesso di implementare il “majimboism”, una specie di regionalismo che era stato negli anni ‘90 proposto da Moi e rifiutato da Raila. Non ha specificato però i contenuti di questo “majinboism”, lasciando così temere, anche riferendosi alla storia personale di Raila, che si trattasse concretamente di una specie di rigido regionalismo che avrebbe frazionato il paese. Successivamente ha firmato con i notabili della comunità musulmana un “Memorandum of Understanding” (MoU) i cui contenuti non sono mai stati divulgati con chiarezza. I suoi avversari, e molti cristiani, considerano comunque questo MoU un errore, perché propone una distinzione tra cittadini keniani basata sull’appartenenza religiosa. E questo è già un fatto contro la costituzione in vigore, così come contro il progetto di costituzione dell’Odm. Kibaki e il suo gruppo non hanno trovato di meglio che reagire a questa campagna alzando steccati e lasciandosi imprigionare nella trappola degli stereotipi etnici. Questa etnicizzazione della politica è responsabilità esclusiva dei leader. Per citare ancora l’editoriale del Nation, indirizzato a Kibaki e Raila: «Non c'è mai stata tanta animosità tra gente che ha vissuto insieme per molti anni come buoni vicini. Il caos che stiamo vivendo è il prodotto dell’elite tribale, economica e politica che si identifica con voi». Che l’aspetto etnico sia diventato centrale non lo si può negare. Inutile girare intorno al problema. Odinga in primo luogo, ma anche Kibaki e il suo partito, negli ultimi tre anni, per ragioni di opportunità politica personale, hanno fatto tutta una serie di passi intenzionali, e a volte magari solo passi sbagliati, che hanno alimentato l’animosità etnica. Entrambi i partiti usano saltuariamente, soprattutto nei momenti critici, l’appoggio dei “mungiki” e delle squadre organizzate e pagate di giovani disoccupati e disperati. I mungiki sono nati all’inizio degli anni Novanta come una comunità di kikuyu che voleva tornare alla religione ancestrale, la venerazione di Ngai (Dio) rappresentato dal monte Kenya, e via discorrendo. Lentamente questo gruppo è degenerato in una specie di piccola mafia che a Nairobi ha controllato, per esempio, alcune delle linee di trasporto, e che riesce a mobilitare gli adepti anche per azioni violente e criminali. In questo gruppo ci sono ora anche non-kikuyu, ma tendenzialmente si identifica con la difesa delle comunità e degli interessi kikuyu. A questa setta parareligiosa si contrappongono le squadre di giovani disoccupati di Kibera controllate da Raila Odinga e delle quali Raila si è sempre servito per provocare disordini di piazza, più di una volta all’evidente ricerca dei morti da poter poi usare per i propri scopi. Sono i due volti peggiori dello scontro in atto. Non ho elementi certi per capire che cosa sia successo fuori Nairobi: le notizie sono frammentarie e sempre di parte. A Nairobi, però, posso dire che la maggioranza delle vittime di questi ultimi giorni non è stata uccisa negli scontri con la polizia, ma da azioni organizzate da questi due gruppi. Così a Kawangware, dove i kikuyu sono prevalenti, hanno attaccato case e piccole attività artigianali dei luo; l’opposto è avvenuto a Kibera. Purtroppo, come sempre capita, a farne le spese sono le persone inermi e innocenti.  


AFRICA   5/1/2008   11.01  

DA NAIROBI, PADRE KIZITO SESANA SULLA CRISI KENIANA  

[Dal sito-web multimediale dello storico mensile comboniano “Nigrizia”, abbiamo “prelevato” in versione quasi integrale un articolo del suo direttore padre Kizito Sesana, che aiuta a comprendere aspetti più seri e profondi della crisi in atto in Kenya.]

Mentre scrivo, il mattino del 2 gennaio, la tensione per le strade di Nairobi, in particolare di Kibera, è diminuita. Evidentemente la gente ha bisogno di tornare alla vita normale, di guadagnare qualche soldo. Ma le notizie che giungono dall’ovest del Kenya continuano ad essere allarmanti. D’altro lato i problemi che hanno dato origine alle violenze rimangono, e nelle prossime settimane, quando il parlamento dovrà essere convocato, molti nodi politici verranno al pettine, ed è probabile che la tensione torni a salire. A questo punto la possibilità che ci siano stati dei brogli elettorali appare probabile. Ora emerge chiaramente che durante il giorno dell’elezione ci sono state intimidazioni, non necessariamente violente, e che in parecchi seggi sono stati comperati dei voti. Questo stato di cose riguarda entrambi i partiti che erano in corsa per le presidenza – il Partito di unità nazionale (Pnu) del presidente uscente Mwai Kibaki e il Movimento democratico dell’arancia (Odm) di Raila Odinga –, ma non dovrebbe aver influenzato i risultati in modo determinante, anche se è un’ovvia indicazione di un atteggiamento non democratico. Determinanti, invece, potrebbero essere stati dei brogli al momento della conta generale dei voti. Ma al momento nessuno è stato capace di dare prove chiare e attribuire responsabilità precise. Personalmente ho sentito persone che raccontano di voti comprati dall’Odm sulla costa. Ma queste persone non sono disposte a esporsi. E l’Odm non ha finora esibito i documenti, che ha assicurato di possedere, che proverebbero brogli su larga scala al momento della conta. Questa crisi l’abbiamo vista arrivare, ma nessuno ne aveva capito la potenziale distruttività e la carica di tribalismo che stava prendendo. I sondaggi che sono stati pubblicati dai media keniani negli ultimi mesi facevano vedere come la gente continuasse ad avere una sostanziale fiducia nel presidente e sempre meno fiducia nel suo partito. Mentre molti che erano favorevoli ai cambiamenti promessi dall’Odm erano meno entusiasti verso Raila, percepito come un uomo politico con tendenze dittatoriali. Così oggi i risultati delle elezioni, prendendo come autentici quelli ufficiali, rendono il paese ingovernabile, con un presidente che accentra molti poteri, ma che è in minoranza in parlamento, e che quindi non può governare. E con una rivalità tribale che è sfuggita probabilmente anche al controllo di chi l’ha scatenata. E le due parti sembrano ormai fisse su posizioni che non ammettono il dialogo. Un amico giornalista kikuyu, che mi pare possa rappresentare una mentalità comune, la vede così: «Io ho votato nel mio collegio elettorale per un parlamentare dell’Odm, perché credo che l’Odm possa avere in parlamento una funzione importante di controllo su un possibile strapotere del presidente, ma non accetterei mai Raila come presidente. Con lui al potere tra cinque anni non avremmo elezioni truccate: non avremmo elezioni, punto e basta». Come sbloccare la situazione? Innanzitutto, è importante che Kibaki e Raila accettino di muoversi nella legalità, rispettando la legge e la costituzione vigente, rinunciando entrambi alle manifestazioni di piazza che, inevitabilmente, provocherebbero morti e feriti. E servirebbero solo a inasprire le divisioni e creare un piedestallo per i due leader: “I miei morti sono più dei tuoi”. Il parlamento, così come risulta dai risultati elettorali annunciati, deve essere convocato e la giustizia deve lavorare indipendentemente per esaminare le reciproche accuse di brogli. Ma non basta. Kibaki deve accettare una seria revisione delle elezioni e che i voti siano ricontati alla presenza di un monitoraggio internazionale. Non c’è altra alternativa, se Kibaki vuole garantire la propria legittimità. Ma la cosa più importante è che Kibaki e Raila dialoghino. Kibaki finora ha reagito con la repressione, Raila punta sulle manifestazioni di piazza – una è prevista oggi, 3 gennaio a Nairobi – che gli diano legittimità. Ma è una strada di confronto che non può portare lontano e che rischia di bloccare il paese in un conflitto irrisolvibile. La diplomazia internazionale deve aiutare il Kenya; Gran Bretagna e Usa devono aiutare ad avviare il dialogo; l’Unione europea può avere un influenza importante. L’Unione Africana potrebbe aiutare a prender tempo. Tutte le possibili pressioni devono essere fatte su queste due persone e i partiti che rappresentano affinché accettino il fatto che devono collaborare e che il Kenya è più importante delle loro carriere politiche. In ultima analisi la pace non può venire dal di fuori, deve nascere dal di dentro, per poter superare definitivamente le difficoltà e gli odi seminati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Un’ipotesi possibile sarebbe quella di recuperare il “terzo uomo”, Kalonzo Musyoka (etnia kamba), che ha corso per la presidenza ottenendo quasi mezzo milione di voti. Appartiene a un’etnia minoritaria, non ha mai usato né pubblicamente né privatamente, da quanto si sa, il linguaggio dell’odio tribale, ha competenza e conoscenza della situazione politica del paese. Potrebbe diventare il mediatore interno ideale, capace di far procedere un processo di riconciliazione che non può essere imposto dal di fuori. Il dialogo tra le due parti deve cominciare al più presto. Non si può aspettare. Bisogna evitare la manifestazione di piazza di oggi. Se questa manifestazione dovesse andare avanti, che il governo si opponga o no, non ci sono dubbi che scatenerà un nuovo ciclo di violenza e morte che renderà ancora più difficile la possibilità di una riconciliazione.
 


KENIA   5/1/2008   10.36  

IN ATTESA DEI RISULTATI DELLA MEDIAZIONE DELL'ARCIVESCOVO TUTU  

Quella di ieri è stata una giornata calma a Nairobi e nel resto del paese, primo giorno di relativa tranquillità dopo le violenze dell’ultima settimana. L’arcivescovo anglicano e premio Nobel sudafricano per la Pace Desmond Tutu ha incontrato il presidente Mwai Kibaki, capo del Partito di unità nazionale eletto il 27 dicembre per un secondo mandato, e Raila Odinga, capo del Movimento democratico ‘Arancio’ (Odm) che, contestandone duramente l'elezione, ha innescato giorni di ripetute violenze e di disordini soprattutto nella sua provincia, Nyanga, ma anche negli slums di Nairobi e in altre località del paese. A Tutu entrambi gli uomini politici hanno ieri assicurato la volontà di collaborare forse anche per un governo di coalizione in cui Odinga potrebbe essere primo ministro con ampi poteri. “Il presidente – ha detto Tutu – non è contrario alla formazione di una coalizione che deve essere chiaramente preceduta dalla consapevolezza che esiste una legittima autorità nel paese” ovvero dall’accettazione del risultato delle elezioni. I due politici non si sono ancora incontrati, ma tutto lascia però pensare – hanno riferito fonti locali alla MISNA – che la diplomazia possa ora fare il suo corso sfruttando anche il ritorno alla normalità del paese. “Quel che manca adesso – ha detto alla MISNA padre Joseph Otieno, missionario della Consolata che si trova a Kisumu, nell’ovest del paese – sono acqua e generi di prima necessità. I disagi sono poi resi meno sopportabili per l’interruzione delle vie di comunicazione a causa di veicoli e tronchi d’albero che ostacolano la circolazione”. A Kisumu e nelle aree circostanti abitate in prevalenza da keniani di etnia luo – la stessa di Odinga – si sono verificati nei giorni scorsi gli incidenti più gravi con i kikuyu (la tribù di appartenenza di Kibaki), i kissi e i kamba presi di mira dai luo. A Nairobi erano anche circolate voci rivelatesi per ora prive di fondamento – non dissimili da altre diffuse nei giorni scorsi da chi ha gonfiato gli eventi – su episodi efferati come il pasaggio di auto su corpi di Kikuyu uccisi e abbandonati sulla strada. “In realtà sono stati saccheggiati alcuni esercizi commerciali di proprietà di kikuyu e di indiani che hanno già abbandonato l’area” ha detto ancora alla MISNA padre Joseph sottolineando che nessuna abitazione privata è stata invece attaccata e aggiungendo che poliziotti ugandesi (la regione è confinante) hanno collaborato con le forze di sicurezza keniane per riportare la situazione alla normalità. A Kisumu e nella vicina Kakamega la gente sembra così aver ripreso la consueta vita quotidiana; come a Nairobi dove è nuovamente fallita ieri per la seconda volta la manifestazione indetta da Odinga nonostante i divieti di polizia e governativi. Dopo i numerosi bilanci di vittime, che secondo alcune fonti avrebbero superato le 1000, oggi il quotidiano "Saturday Nation" - edizione del sabto del "Daily Nation" - ripiega su un totale di "almeno 185".  


KENIA   5/1/2008   10.01  

PENSIERO/NOTIZIA DEL SABATO  

“Sia il presidente sia il signor Odinga mi hnno assicurato che desiderano avviare un dialogo per la pace nel paese. Questo è il modo giusto. Siamo ottimisti a proposito di una pronta conclusione delle violenze".

(Da dichiarazioni dell'arcivescovo anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace sudafricano, mediatore informale per la composizione del dissidio tra il presidente keniano eletto Mwai Kibaki e il suo avversario Raila Odinga; il "Saturday Nation", edizione del sabato del quotidiano keniano "Daily Nation" riserva ampio spazio alla mediazione di Tutu e pubblica una foto di Tutu e Kibaki sorridenti mentre escono da un incontro di ieri tenendosi per mano.


KENIA   4/1/2008   22.50  

IL PAESE VERSO LA NORMALITÀ, SI CERCA SOLUZIONE POLITICA TUTTA AFRICANA  

E’ stata una giornata calma a Nairobi e nel resto del paese hanno confermato alla MISNA diverse fonti locali: il primo giorno di relativa tranquillità seguito alle violenze dell’ultima settimana e arricchito dalla significativa presenza a Nairobi dell’arcivescovo anglicano e premio Nobel per la pace Desmond Tutu. Il presule sudafricano ha incontrato il presidente Mwai Kibaki, capo del Partito di unità nazionale eletto al suo secondo mandato, e Raila Odinga, capo del Movimento democratico ‘Arancio’ (Odm) che ha contestato il risultato del voto accusando i rivali di brogli elettorali. A Tutu, entrambi gli uomini politici hanno assicurato la volontà di collaborare per trovare una soluzione e, come riferito dallo stesso arcivescovo, un governo di coalizione potrebbe essere la soluzione: “Il presidente – ha detto Tutu – non è contrario alla formazione di una coalizione che deve essere chiaramente preceduta dalla consapevolezza che esiste una legittima autorità nel paese” ovvero dall’accettazione del risultato delle elezioni. “La speranza è grande perché sia l’Odm che il partito di Kibaki hanno riferito di essere disposti a trattare; è vero, stanno ancora ponendo condizioni... ma penso che ci sia questa volontà” ha aggiunto Tutu. I due politici non si sono ancora incontrati, ma tutto lascia però pensare – hanno riferito fonti locali alla MISNA – che la diplomazia possa fare il suo corso sfruttando anche il ritorno alla normalità del paese. “Quel che manca adesso – ha detto alla MISNA padre Joseph Otieno, missionario della Consolata che si trova a Kisumu, nell’ovest del paese – sono acqua e generi di prima necessità. I disagi sono poi resi meno sopportabili per l’interruzione delle vie di comunicazione a causa di veicoli e tronchi d’albero che ostacolano la circolazione”. A Kisumu e nelle aree circostanti abitate in prevalenza da keniani di etnia luo – la stessa di Odinga – si sono verificati nei giorni scorsi gli incidenti più gravi con i kikuyu (la tribù di appartenenza di Kibaki), i kissi e i kamba presi di mira dai luo. A Nairobi oggi sono circolate anche voci rivelatesi per ora prive di fondamento – non dissimili da altre diffuse nei giorni scorsi da chi ha gonfiato gli eventi – su episodi efferati come il pasaggio di auto su corpi di Kikuyu uccisi e abbandonati sulla strada. “In realtà sono stati saccheggiati alcuni esercizi commerciali di proprietà di kikuyu e di indiani che hanno già abbandonato l’area” ha detto ancora alla MISNA padre Joseph sottolineando che nessuna abitazione privata è stata invece attaccata e aggiungendo che poliziotti ugandesi (la regione è confinante) hanno collaborato con le forze di sicurezza keniane per riportare la situazione alla normalità. A Kisumu e nella vicina Kakamega la gente sembra così aver ripreso la consueta vita quotidiana; come a Nairobi dove è nuovamente fallita questa mattina per la seconda volta la manifestazione indetta da Odinga nonostante i divieti di polizia e governativi. “A questo punto, la soluzione è quella di avere Kibaki e Odinga pronti a sedersi a un tavolo e disposti a dialogare senza pre-condizioni” ha detto alla MISNA il pastore metodista Samuel Kobia, keniano e segretario generale del World Council of Churches (in italiano Consiglio ecumenico delle Chiese), un movimento ecumenico che raccoglie 347 chiese di diverse confessioni cristiane (cattolici, protestanti, ortodossi) in 110 paesi. Per Kobia, in realtà, una interpretazione semplicemente ‘etnica’ degli scontri seguiti alle elezioni sarebbe fuorviante: “Si tratta di violenze etniche politicamente motivate, causate dalla politica e dalla strumentalizzazione di differenze tra comunità che esistono ma che non generano attriti a meno, appunto, di interferenze esterne”. La cronaca della giornata, tenuto conto della richiesta di Odinga di indire nuove elezioni entro tre mesi - respinta da Kibaki - si conclude con la visita a Nairobi di Jendayi Frazer, vice-segretario di stato americano con delega per l’Africa, che dovrebbe avere incontri su entrambi i fronti politici. Kibaki ha però nel frattempo più volte ribadito che la soluzione della crisi è tutta interna al Kenya, che l’intervento della comunità internazionale non è necessario, che l’Africa dispone comunque di risorse sufficienti per trovare la chiave di volta che aggiusti gli equilibri di un paese considerato fino a poco tempo fa un modello di stabilità per il resto del continente.


KENIA   4/1/2008   15.40  

TESTIMONIANZE MISSIONARIE DAI LUOGHI DI CRISI - 2 (Eldoret, Isiolo, Nakuru, Nairobi, Mombasa)  

Continuiamo a pubblicare brevi estratti delle numerose testimonianze che giungono alla MISNA da missionari di varie Congregazioni presenti in Kenya e che permettono di tastare il polso della difficile situazione degli ultimi giorni. Per evidenti motivi di sicurezza, non forniremo i nomi delle fonti, che hanno chiesto di rimanere anonime, ma solo il luogo di provenienza:

ELDORET
“Il numero di persone che dorme in parrocchia sta diminuendo. La metà dei circa 3000 sfollati che abbiamo ospitato dalla scorsa settimana è partita per Nairobi. Restano quelli che non hanno un posto dove andare o i soldi per comprarsi un biglietto”

“In serata un camion della Croce Rossa ci ha consegnato 36 sacchi di mais. È stato un sollievo per alcuni dei nostri ‘ospiti’ che non mangiavano da due giorni. Nonostante questo la gente ha condiviso il cibo in maniera commovente”

“Sembra un paradosso ma mentre in città manca il cibo, moltissimo latte sta andando sprecato. I contadini della zona, infatti, a causa delle violenze e delle strade bloccate non hanno consegnato il latte alla cooperativa e non riescono a raggiungere i mercati cittadini.

ISIOLO
“I principali responsabili delle chiese locali e delle moschee hanno lanciato un appello al dialogo al presidente e all’opposizione, ricordando loro il giudizio divino sul loro operato. Tuttavia è bastato che in città arrivasse un gruppo di alcune decine di sconosciuti perché si spargesse il panico e i negozi chiudessero immediatamente”

NAKURU
“Ieri sono arrivate a Nakuru centinaia di persone che fuggivano dalle violenze intorno a Eldoret. Sono entrati in città con un serpentone composto da centinaia di auto e pulmini, scortato dalla polizia e dall’esercito. Hanno raccontato degli orrori ai quali hanno assistito e ai cadaveri visti lungo la strada”

“Ci dicono che il centro commerciale di Mau Narok è completamente isolato a causa delle barricate erette da alcuni giovani sulla principale strada che conduce a Mauche e che rappresenta il più importante collegamento con il distretto di Nakuru. Centinaia di persone sono bloccate”

NAIROBI
“Il prezzo delle uova è raddoppiato nell’arco di poche ore. Se ieri mattina venivano vendute a sei scellini, dopo qualche ora erano saliti a 8 scellini e subito dopo l’annuncio del rinvio a oggi della manifestazione dell’opposizione il prezzo si è stabilizzato intorno ai 12 scellini”

MOMBASA
“Giovani e poliziotti ieri si sono scontrati duramente in alcuni quartieri della città. Se il centro è stato risparmiato, tafferugli e disordini si sono verificati a Maweni, Kisauni, Boumbolulu e Changamwe. Gira voce che almeno un manifestante sia stato ucciso”(vedi anche notizia KENYA ore 00:39)
 


KENIA   4/1/2008   15.16  

CRISI: CONSIGLIO CHIESE, “VIOLENZE ETNICHE POLITICAMENTE MOTIVATE” (esclusiva)  

Una interpretazione semplicemente ‘etnica’ degli scontri seguiti alle elezioni keniane sarebbe fuorviante; in realtà si tratta di violenze etniche politicamente motivate”: lo ha detto alla MISNA il pastore metodista Samuel Kobia, keniano e segretario generale del World Council of Churches (in italiano Consiglio ecumenico delle Chiese), un movimento ecumenico che raccoglie 347 chiese di diverse confessioni cristiane (cattolici, protestanti, ortodossi) in 110 paesi. Secondo il religioso, sebbene ci siano differenze tra le comunità che vivono in Kenya, in particolare tra i due più numerosi gruppi etnici dei kikuyo e dei luo, è l’interferenza della politica oggi come in passato a generare meccanismi di scontro: “Non si dice che il Movimento democratico ‘Arancio’ di Raila Odinga ha perso le elezioni, ma che Raila Odinga ha perso; e così, non si parla della vittoria del Partito di unità nazionale, ma della vittoria del presidente uscente Mwai Kibaki”. Differenze semantiche di non poco conto - sostiene Kobia – perché nascondono l’essenza stessa di ciò che stiamo vedendo: “A questo punto, la soluzione è quella di avere Kibaki e Odinga pronti a sedersi a un tavolo e disposti a dialogare senza pre-condizioni; purtroppo entrambi hanno finora posto condizioni non accettabili dalla rispettiva controparte. Inoltre, da ciò che vedo e sento, so che i keniani nella loro grande maggioranza sono contro la violenza e si aspettano di essere rappresentati da una classe politica che vada oltre la semplice partigianeria per assumersi responsabilità che rispondano alle vere necessità del paese”. Per Kobia, ci saranno sicuramente problemi di carattere umanitario da qui alle prossime due settimane con carenza di generi di prima necessità e carburante dovuti al blocco delle rotte commerciali; ci potrebbero essere problemi nel breve e medio termine per l’economia. Ma a preoccuparlo sono soprattutto le ferite lasciate dalle violenze: “Le vittime delle violenze sono state soprattutto persone di etnia kikuyo; finora non ci sono state reazioni e rappresaglie, ma potrebbero esserci a Nairobi e in altre zone del Kenya centrale. Proprio per questo motivo è necessario che la temperatura del confronto politico si abbassi e che il paese si riprenda presto evitando di cadere nella trappola di confronti etnici che non sono nella natura di questo paese fin quando i politici evitano di interferire e di legare la loro carriera all’esasperazione delle differenze tra le varie comunità”. Ripartire, per il segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese, significa inoltre essere pronti a rivedere alcune parti della Costituzione e garantire piena autonomia alla Commissione elettorale nazionale perché in futuro non si ripetano brogli e incidenti. L’invito al dialogo affidato da Kobia alla MISNA, è stato l’elemento di fondo dell’intervento dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu che oggi a Nairobi ha incontrato Kibaki e Odinga: “Questo – ha detto Tutu – è un paese che è stato a lungo considerato modello di stabilità. Adesso questa immagine è stata offuscata, non è il Kenya che tutti noi conosciamo”. Riferendo della disponibilità di Odinga e Kibaki a trattare, Tutu ha invitato i due leader politici a frenare i rispettivi sostenitori, così da coinvolgere tutti i keniani in aperture pacifiche che restaurino un clima sereno nel paese. Kibaki e Odinga non si sono però finora incontrati , mantenendo quelle pre-condizioni che – come ha detto Kobia alla MISNA – ostacolano il ritorno alla normalità: così, da una parte c’è Kibaki che vuole evitare l’intervento della comunità internazionale affidandosi alla forza di esercito e polizia, dall’altra Odinga che vincola la possibilità di trattare una soluzione negoziata all’ammissione di brogli da parte di Kibaki e alla ripetizione delle elezioni entro tre mesi. Nuove elezioni che il governo avrebbe già escluso.(a cura di Gianfranco Belgrano)


 KENIA   4/1/2008   12.11  

RELATIVA CALMA NEL PAESE, MA C'E' "SETE DI VERITA" SULLE ELEZIONI  

Ad Eldoret la situazione è meno tesa dei giorni scorsi, per le strade c’è movimento anche se i negozi e gli uffici sono chiusi e la gente è in giro in cerca di pane, latte e generi di prima necessità”: Nixon Oira, della Commissione Giustizia e Pace contattato dalla MISNA nella piccola città dell’ovest del paese dice che “sono ancora circa 8000 le persone rifugiate nella cattedrale e nelle parrocchie della zona” ma molti cittadini di etnia Kikuyu, vittime delle violenze a sfondo etnico dei giorni scorsi, “sono decisi a partire, nonostante questa sia la loro terra da oltre tre generazioni e spostarsi a Nairobi, Nakuru e nella Central zone, a maggioranza Kikuyu, fino a quando la situazione non sarà tornata alla normalità”. Secondo Oira, la gente “ha sete di verità” e vuole sapere, prima di decidere se smettere con le proteste “quale responso hanno dato le urne” delle elezioni presidenziali del 27 dicembre. Da Kisumu, padre Joseph Otieno conferma alla MISNA che l’interesse della gente “è concentrato su quello che accade nella capitale” e si aspetta un discorso del capo dell’opposizione, Raila Odinga, nelle prossime ore. “Ovunque ci sia una televisione funzionante, i programmi sono sintonizzati sulla tv di stato – dice Otieno – e si aspettano le decisioni dei vertici di partito”. La notte e la mattinata sono trascorse calme anche a Mombasa, dove non sono stati riportati incidenti fino a questo momento. Lo confermano alla MISNA i missionari del centro di accoglienza della Consolata di Likoni, secondo cui “ la Croce Rossa sta cominciando a distribuire aiuti e cibo alle persone, 375, rifugiate nel centro dall’inizio degli scontri”. La Croce Rossa ha espresso oggi la sua preoccupazione, attraverso le parole di Pascal Cuttac, capo-missione a Nairobi, per “la mancanza di accesso degli operatori umanitari in alcune delle zone toccate dalle violenze”.  


KENIA   4/1/2008   8.01  

PENSIERO DEL MATTINO  

“Per il Partito di unità nazionale di Kibaki e per il Movimento democratico “Arancio” di Odinga è giunto il momento di agire, di mettere da parte ogni forma di partigianeria e di trattare in buona fede per trovare una soluzione pacifica e politica alla loro disputa elettorale”. (Da un messaggio del reverendo Samuel Kobia, pastore metodista keniano e segretario generale del World Council of Churches, organismo ecumenico che raccoglie 347 chiese di diverse confessioni cristiane, in 110 paesi.  


KENIA   4/1/2008   7.50  

UN LUO VERSO LA CASA BIANCA ? PER ORA, SOLTANTO UN’ AMERICANA A NAIROBI…  

Barack Hussein Obama, il quinto afro-americano della storia del senato statunitense nato nel 1961 in una clinica delle isole Hawaii in una famiglia di origine keniana, ha vinto qualche ora fa la “primaria” d’esordio del lungo percorso verso la “nomination” del partito democratico per le presidenziali di novembre, battendo i “bianchi” Hillary Clinton e John Edwards. L’edizione odierna del “New York Times” on-line per l’occasione ha telefonato a Nyangoma-Kogelo, il villaggio del distretto di Siaya, uno degli 11 della provincia di Nyanza (Kenya occidentale, sul lago Vittoria) dove nacque ed è sepolto il padre del senatore; non lontano dalla città di Kisumu, uno degli epicentri delle violenze post-elettorali degli ultimi cinque giorni, da cui le fonti missionarie ieri hanno detto alla MISNA: “Durante la notte c'è il coprifuoco e nessuno si muove. C'è una calma relativa. Ma manca il cibo perché da giorni negozi e mercati sono chiusi. Ieri sera c'erano perfino dei bar aperti fino a tardi. Oggi c'è movimento di veicoli, ci sono dei mezzi di trasporto, torna un po' di normalità. E' ancora presto per dire se banche e uffici sono aperti. Si spera che riprendendo a lavorare, ritornino le cose di prima necessità nei negozi: farina, pane, latte, condimento, verdure varie, che mancano da giorni”. Al quotidiano di New York, Said Obama, zio del senatore, residente di solito a Kisumu, ha detto di essere rimasto bloccato a Nyangoma-Kogelo dove si era recato in visita la settimana scorsa. “Non possiamo andare da nessuna parte - ha detto lo zio - non ci sono veicoli che vanno a Kisumu a causa di quel che vi è accaduto. Qui da noi è tutto molto calmo, non ci sono problemi, ma per seguire quel che succede nell’Iowa possiamo contare solo sulla radio…”. Nyangoma-Kogelo è abitata da Luo, terza etnia del Kenya dopo i kikuyu e i luhya - la stessa a cui appartiene Raila Odinga, l’avversario del presidente eletto Mwai Kibaki - e che in Kenya preferisce autodefinirsi stessi Joluo (anche Jaluo). Anche Barack Obama, in fondo in fondo, è un Luo che come tale venne accolto nell’estate 2006 nel piccolo villaggio paterno durante un lungo viaggio africano. Pur avendo distanziato di alcuni punti sia Edwards (giunto secondo a sorpresa) sia la Clinton (incredibilmente solo terza), per Obama la Casa Bianca non è diventata per questo molto più vicina. Il curioso rito del “caucus”, anzi dei “caucuses” dello stato dell’Iowa - il curioso termine che indica le riunioni politiche per scegliere il candidato vincente è di origine “algonchina”, tribù di indiani nordamericani - sono solo una piccola tappa iniziale di un lungo e faticoso percorso dall’esito imprevedibile. Ma , tra il serio e il faceto, un interrogativo forse è lecito: se un Luo fosse alla Casa Bianca, verrebbe mai spedita a Nairobi a far da mediatrice tra due keniani la vice-segretaria di stato americana per gli affari africani Jendayi Frazer? Nell'aprile scorso i giornali scrivevano "Visita a sorpresa in Somalia, questa mattina, in gran segreto e tra enormi misure di sicurezza, di Jendayi Frazer, la vice di Condoleeza Rice con delega per l’Africa. La Frazer non ha osato però scendere a Mogadiscio, dove fino a pochi giorni fa era in corso una feroce battaglia che ha fatto almeno 500 morti e oltre un migliaio di feriti...". E per quel che riguarda il suo ruolo nella questione di confine tra Etiopia ed Eritrea, la sua decisione di assegnare all'Etiopia terra già eritrea neanche è sembrata molto spiegabile; o forse lo è con l'intervento etiopico in Somalia? Mentre appaiono più che legittimi e ragionevoli gli interventi in Kenya del sudafricano Desmond Tutu, arcivescovo anglicano e premio Nobel per la Pace, e del presidente dell’Unione Africana John Kufuor, che mai “c’azzecca” il precipitoso arrivo a Nairobi della molto controversa e criticata Frazer proprio mentre Odinga riconvoca per oggi - o forse per domani, non è chiaro - la sua vietata e pericolosa manifestazione di protesta di ieri? E poi dicono che il colonialismo è finito...

["Spigolature" a cura di Gaspar Yanga]
 


KENIA   4/1/2008   0.39  

TESTIMONIANZE MISSIONARIE DAI PRINCIPALI LUOGHI DELLA CRISI  

Ecco una selezione di sintetici ma incisivi "flashes" che fotografano in maniera semplice ma genuina e incisiva la realtà keniana di questi difficili giorni ma testimoniano al tempo stesso il profondo e intenso rapporto umano che le fonti missionarie della MISNA intrattengono costantemente con le popolazioni locali e con il territorio. Un legame straordinario che, quando e come possibile, il notiziario cerca di registrare e comunicare ai suoi lettori.

ELDORET
2 GENNAIO - “Le chiese e le scuole sono diventate dormitori per le migliaia di persone in fuga, terrorizzate dalle violenze dei giorni scorsi. Abbiamo inutilmente chiesto alla polizia di fornirci un minimo di sicurezza, soprattutto durante la notte… La città di Eldoret è uno dei centri più ‘caldi’ del paese, le violenze sono diffuse e mancano beni di prima necessità: dalla frutta al carburante, i prezzi sono letteralmente quadruplicati”.

3 GENNAIO - “La scorsa notte è passata abbastanza tranquillamente, due poliziotti sono venuti in parrocchia per garantire la sicurezza nostra e delle migliaia di persone che stiamo ospitando. Stanotte c’erano molti meno uomini tra la gente che ha dormito con noi e questo ci preoccupa, perché in caso di attacco le donne e i bambini difficilmente saranno in grado di difendersi da soli…Stamani siamo riusciti ad andare in città per comprare un po’ di cose, ma gli scaffali erano vuoti e non c’è niente da mangiare. Siamo però stati fortunati a trovare un po’ di benzina al prezzo di sempre”.

“Qui a Langas (periferia di Eldoret, ndr) la situazione peggiora ogni giorno. Non c’è cibo e le strutture sanitarie sono in uno stato terribile. Temiamo il propagarsi di epidemie di qualche pericolosa malattia. Non possiamo far altro che stare qui vicino a questa povera gente e dare loro tutta l’assistenza che possiamo in attesa che arrivi aiuto da fuori…Abbiamo ricevuto informazioni sul fatto che il gruppo di giovani armati che sta attaccando le località intorno a Eldoret sarebbe stato pagato per provocare il caos. Tuttavia non sappiamo chi vi sia dietro. È scioccante vedere come un paese che si stava riprendendo sia improvvisamente stato messo nuovamente in ginocchio”

KISUMU
2 GENNAIO - “Kisumu sembra una città fantasma. Le strade sono deserte, molta gente è scappata e quelli che sono rimasti hanno paura. La tensione tra la popolazione e la polizia, che di fatto presidia la citta, è palpabile. I negozi sono ancora chiusi e anche se non ci sono state violenze oggi, alcune case e macchine erano ancora in fiamme e nelle strade erano evidenti i segni delle barricate erette fino a ieri dai manifestanti”.

3 GENNAIO - “Durante la notte c'è il coprifuoco e nessuno si muove. C'è una calma relativa. Ma manca il cibo perché da giorni negozi e mercati sono chiusi. Ieri sera c'erano perfino dei bar aperti fino a tardi. Oggi c'è movimento di veicoli, ci sono dei mezzi di trasporto, torna un po' di normalità. E' ancora presto per dire se banche e uffici sono aperti. Si spera che riprendendo a lavorare, ritornino le cose di prima necessità nei negozi: farina, pane, latte, condimento, verdure varie, che mancano da giorni”.


MARALAL: “Molti hanno passato la notte alla stazione di polizia, altri a una veglia di preghiera che è durata tutta la notte nella missione. Il primo gennaio, ieri, c'è stata calma relativa, alcuni kikuyu sono stati portati alla città di Nyahururu con pullman scortati dalla polizia (conseguenza, in Nyahururu i Samburu sono in pericolo e sono stati invitati a lasciare la città e tornarsene a Maralal). Nel pomeriggio la situazione si è calmata, sono stati riaperti i negozi e la gente ha potuto fare la spesa. Non è ancora pace, ma la gente respira”.

MOMBASA: “Dopo le grandi tensioni del 31 dicembre, ieri c'era una calma relativa (qualcuno mi ha detto “perché non c'era più niente da saccheggiare!”). Attorno a Likoni ci sono stati saccheggiate diverse case, e nella nostra missione hanno trovato rifugio da 150 a 300 persone, specialmente donne e bambini. La notte è passata tranquilla, anche perché c'era una squadra delle polizia. La Croce Rossa ha già offerto coperte, ma il cibo è più necessario”.

NAIROBI: “Dalle varie parti di Nairobi mi mandano messaggini sms, tutti sono nella stessa situazione di paura e insicurezza e mancanza di cibo e altre cose... soprattutto di pace. E non capiscono cosa sta succedendo e perché sta succedendo. Tutti stanno pregando Dio che li risparmi da questa follia. Pregano, invitano altri a pregare, chiedono preghiere perché la pace prevalga. E hanno paura per il loro bambini, per il futuro”.

“Il numero di vittime di stupro che vengono a cercare aiuto all’Ospedale femminile di Nairobi ieri è stato di 35, molto di più rispetto alla media dei tempi normali. E siamo sicuri che la maggior parte delle donne che hanno subito violenza non venga in ospedale”

“In uno slum vicino alla nostra casa giovani Luo e Kikuyu hanno ingaggiato una battaglia di strada per tutta la mattina. Negozi bruciati, saccheggi, proprietà distrutte e persone uccise sono quello che si sono lasciati alle spalle”.

“L’opposizione aveva chiamato in piazza un milione di persone. Stamani in circolazione c’era solo qualche migliaio di giovani. La gente non solo ha paura, ma è stanca di tutta questa tensione, di questa violenza e dei prezzi alti che questo caos sta alimentando”.

“C’è ansia e comincia a crescere una forte rabbia verso questa classe politica che sta tenendo il paese in scacco solo per tornaconto personale o per il vantaggio della loro ristretta cerchia, invece di trovare un’intesa per il bene del Kenya”
 


KENIA   4/1/2008   0.21  

PENSIERO DELLA NOTTE  

“Abbiamo ricevuto informazioni sul fatto che il gruppo di giovani armati che sta attaccando le località intorno a Eldoret sarebbe stato pagato per provocare il caos. Tuttavia non sappiamo chi vi sia dietro. Qui, a Langas, periferia di Eldoret, non possiamo far altro che stare vicino a questa povera gente e dare loro tutta l’assistenza possibile in attesa che arrivi aiuto da fuori… È scioccante vedere come un paese che si stava riprendendo sia improvvisamente stato messo nuovamente in ginocchio”. (Da una delle tante insostituibili fonti missionarie che, con un contributo determinante, hanno permesso alla MISNA di seguire la crisi keniana - al di là degli “effetti speciali” più cruenti - con occhi a volte impauriti ma sempre penetranti e non privi di vigile compassione soprattutto verso gli “ultimi”.)  


KENIA   3/1/2008   22.57  

LA VIA DEL DIALOGO : DALL’INVITO DELLA CHIESA ALL’INTERVENTO DI KIBAKI

 Nell’incertezza seguita ai risultati delle elezioni, alla riconferma del presidente uscente Mwai Kibaki e alla sconfitta del rivale Raila Odinga, alle violenze degli ultimi giorni, si moltiplicano gli appelli al dialogo. Tra gli interventi più significativi delle ultime ore c’è quello del pastore metodista Samuel Kobia, keniano e segretario generale del World Council of Churches (in italiano Consiglio ecumenico delle Chiese), un movimento ecumenico che raccoglie 347 chiese di diverse confessioni cristiane (cattolici, protestanti, ortodossi) in 110 paesi: “Per il Partito di unità nazionale di Kibaki e per il Movimento democratico “Arancio” di Odinga – ha detto il religioso - è giunto il momento di agire, di mettere da parte ogni forma di partigianeria e di trattare in buona fede per trovare una soluzione pacifica e politica alla loro disputa elettorale”. Kobia chiamando le Chiese del Kenya a fare la loro parte per il bene comune della comunità e del paese, non nega che brogli elettorali ci siano effettivamente stati, ma invita i partiti a sviluppare “una franca e profonda valutazione delle questioni costituzionali ed elettorali che adesso e anche in passato hanno danneggiato il buon andamento del voto”. L’intervento di Kobia arriva mentre non è ancora chiaro se il partito di Odinga abbia o meno chiamato a raccolta i suoi sostenitori per una nuova manifestazione dopo il fallito tentativo di oggi; in un primo tempo la protesta, con partenza da Uhuru Park a Nairobi, avrebbe dovuto tenersi martedì, poi alcune dichiarazioni rilasciate da Musalia Mudavadi, candidato alla vice-presidenza per il Movimento “Arancio”, avevano invece anticipato a domani il giorno della manifestazione. Quel che è certo è che oggi una programmata manifestazione non era stata autorizzata e non si è tenuta anche per l’intervento delle forze di sicurezza pronte a disperdere alcune centinaia di persone che si stavano dirigendo a Uhuru Park. Inoltre sul sito internet ufficiale di Odinga, mentre si cita la manifestazione di oggi invitando la gente a partecipare, non si fa alcun riferimento a quella che si starebbe preparando. Intanto, Kibaki durante una conferenza stampa ripresa da tutti i mezzi di informazione, rivolgendosi ai suoi oppositori, ha ricordato gli obblighi al rispetto della Costituzione e dei diritti dei cittadini: “Sono particolarmente disturbato - ha detto intervallando il suo discorso in inglese con digressioni in swahili – dalla violenza senza senso istigata da alcuni politici per rispondere a propri personali interessi. Ciò sta causando inutili perdite di vite umane, proprietà distrutte e sfollati. (...) Mi rivolgo in particolare ai giovani, affinché non si facciano strumentalizzare causando danni ai loro concittadini. Questo è anche il vostro paese, uccidere e distruggere significa distruggere il vostro futuro”. Da Kibaki è comunque arrivata un’apertura all’opposizione: “Sono pronto a dialogare con i partiti dopo che il paese sarà tornato alla calma e le temperature politiche si saranno abbassate abbastanza per un costruttivo e produttivo dialogo”. (a cura di Gianfranco Belgrano)


 KENIA   3/1/2008   18.47  

ANCHE IL QUOTIDIANO ‘THE STANDARD’ FA SUO L’APPELLO AL DIALOGO  

“Salvate il nostro amato paese”: anche il secondo quotidiano del Kenya, ‘The Standard’, ha scelto lo stesso titolo del ‘Daily Nation’, per un editoriale pubblicato oggi in cui, ricalcando primo giornale nazionale, esorta il presidente riconfermato Mwai Kibaki e il suo rivale e capo dell’opposizione Raila Odinga ad aprire un dialogo capace di mettere fine alle violenze che sconvolgono il paese. “Esistono solo tre modi per tirare fuori il nostro amato paese dalla crisi attuale, ovvero mettersi alle spalle le elezioni presidenziali e tornare alla normalità. Proponiamo che il presidente Kibaki e Raila Odinga si parlino; si accordino per assumersi un ruolo attivo nel fermare le violenze e trovino una strada per dividere il potere” scrive ‘The Standard’. “Il paese – prosegue l’articolo – ha discusso a lungo dalla scorsa settimana su chi ha vinto e chi non ha vinto, su chi ha rubato e chi non ha rubato il voto e se le elezioni presidenziali debbano essere ripetute o meno. Quello che appare certo è che la morte e la distruzione continueranno. Ecco perché dobbiamo portare avanti una soluzione che metta fine al caos”. A Kibaki, il giornale chiede di “rivolgersi alla nazione, compiendo un passo forte e accorato per la riconciliazione e il patriottismo”; Odinga e i suoi sostenitori “dovrebbero seguire il gesto del presidente abbandonando le condizioni che hanno posto perché i colloqui abbiano luogo”, per prima “quella che vuole che il presidente si dimetta e dichiari che non ha vinto le elezioni”. Per ‘The Standard’ è poi necessario designare un arbitro internazionale “non per decidere chi ha vinto le presidenziali ma per lavorare a un ‘tracciato’ che porti indietro il Kenya dal baratro e a una proposta reciprocamente accettabile per una divisione del potere”. Secondo il quotidiano “la maggior parte delle persone che hanno perso le proprie vite, soprattutto gli anziani, i malati e i bambini, non hanno assolutamente idea del perché sono stati aggrediti e uccisi”. Kibaki e Odinga sono infine chiamati a “dimostrare umiltà, cura per i cittadini, altruismo e giudizio per porre gli interessi del paese al di sopra delle rispettive ambizioni”. (vedi anche notizia KENYA delle ore 7:40)  


KENIA   3/1/2008   17.32  

TESTIMONIANZE MISSIONARIE DA VARIE ZONE DEL PAESE  

Pubblichiamo di seguito alcuni brevi estratti delle numerose testimonianze giunte alla MISNA nelle ultime ore da missionari di varie congregazioni presenti in Kenya e che permettono di tastare il polso della difficile situazione degli ultimi giorni. Per evidenti motivi di sicurezza, non forniremo i nomi delle fonti, che hanno chiesto di rimanere anonime, ma solo il luogo di provenienza:

KISUMU

“Kisumu sembra una città fantasma. Le strade sono deserte, molta gente è scappata e quelli che sono rimasti hanno paura. La tensione tra la popolazione e la polizia, che di fatto presidia la citta, è palpabile”.

“I negozi sono ancora chiusi e anche se non ci sono state violenze oggi, alcune case e macchine erano ancora in fiamme e nelle strade erano evidenti i segni delle barricate erette fino a ieri dai manifestanti”.

ELDORET

“La scorsa notte è passata abbastanza tranquillamente, due poliziotti sono venuti in parrocchia per garantire la sicurezza nostra e delle migliaia di persone che stiamo ospitando. Stanotte c’erano molti meno uomini tra la gente che ha dormito con noi e questo ci preoccupa, perché in caso di attacco le donne e i bambini difficilmente saranno in grado di difendersi da soli”

“Stamani siamo riusciti ad andare in città per comprare un po’ di cose, ma gli scaffali erano vuoti e non c’è niente da mangiare. Siamo però stati fortunati a trovare un po’ di benzina al prezzo di sempre”

“Qui a Langas (periferia di Eldoret, ndr) la situazione peggiora ogni giorno. Non c’è cibo e le strutture sanitarie sono in uno stato terribile. Temiamo il propagarsi di epidemie di qualche pericolosa malattia. Non possiamo far altro che stare qui vicino a questa povera gente e dare loro tutta l’assistenza che possiamo in attesa che arrivi aiuto da fuori”

“Abbiamo ricevuto informazioni sul fatto che il gruppo di giovani armati che sta attaccando le località intorno a Eldoret sia stato pagato per provocare il caos. Tuttavia non sappiamo chi vi sia dietro. È scioccante vedere come un paese che si stava riprendendo sia improvvisamente stato messo nuovamente in ginocchio”

NAIROBI
“Il numero di vittime di stupro che vengono a cercare aiuto all’Ospedale femminile di Nairobi ieri è stato di 35, molto di più rispetto alla media dei tempi normali. E siamo sicuri che la maggior parte delle donne che hanno subito violenza non venga in ospedale”

“In uno slum vicino alla nostra casa giovani Luo e Kikuyu hanno ingaggiato una battaglia di strada per tutta la mattina. Negozi bruciati, saccheggi, proprietà distrutte e persone uccise sono quello che si sono lasciati alle spalle”.

“L’opposizione aveva chiamato in piazza un milione di persone. Stamani in circolazione c’era solo qualche migliaio di giovani. La gente non solo ha paura, ma è stanca di tutta questa tensione, di questa violenza e dei prezzi alti che questo caos sta alimentando”.

“C’è ansia e comincia a crescere una forte rabbia verso questa classe politica che sta tenendo il paese in scacco solo per i loro tornaconti personali o per il benessere del loro entourage, invece di trovare un’intesa per il bene del Kenya”
 


KENIA   3/1/2008   16.28  

NAIROBI (3): RICONTEGGIO VOTI E GOVERNO DI COALIZIONE PER USCIRE DALLA CRISI  

Un riconteggio accurato delle schede elettorali delle ultime elezioni presidenziali è stato chiesto oggi dal procuratore della Repubblica del Kenya Amos Wako. In un documento in cinque punti diffuso stamani Wako scrive: “Mwai Kibaki è stato dichiarato presidente eletto e solo un tribunale elettorale può annullare l’elezione qualora venga depositato un ricorso da parte di qualcuno. Tuttavia, alla luce delle accuse di brogli mosse da entrambe le parti e al fatto che alcuni commissari, incluso il presidente della Commissione elettorale del Kenya, hanno espresso dubbi sull’accuratezza del numero di voti dichiarati e tenendo conto che questa crisi (la peggiore nella storia del paese) è nata dalla percezione che i risultati elettorali siano stati manomessi, è necessario, e in questo sono d’accordo con i vescovi cattolici, che un appropriato conteggio dei certificati di voto validi e confermati venga effettuato immediatamente e con priorità assoluta da una persona o un organismo indipendente su cui le parti si trovino d’accordo”. Wako spiega, citando alcuni passaggi della Legge elettorale, che questo riconteggio può essere effettuato d'ufficio, senza alcuna autorizzazione da parte dei magistrati o senza bisogno di depositare alcun ricorso. Il procuratore chiede a tutti i partiti del paese, a cominciare dai tre principali (Pnu, Odm e Odm-K), di “avviare un costruttivo dialogo per una soluzione politica; tra le possibili decisioni potrebbe ad esempio esserci quella della formazione da parte del presidente di un Governo composto da TUTTI (il maiuscolo figura nel testo originale, ndr) i partiti politici presenti in parlamento sulla base di un accordo politico da fare pubblicamente”. Un governo d’unità nazionale o di coalizione è stato chiesto nelle ultime ore anche dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti in una presa di posizione congiunta, ma è da oltre 48 ore la principale opzione alla quale stanno lavorando i molti mediatori: nelle ultime ore, al presidente dell’Unione Africana, John Kufuor, che oggi ha annullato il previsto viaggio a Nairobi pur continuando a lavorare dal Ghana, si sono sommati l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu e il presidente ugandese Yoweri Museveni, tutti impegnati a trovare un’intesa tra i partiti politici keniani. Ieri era stato lo stesso presidente Kibaki - in un incontro con 85 parlamentari eletti convocati alla State House ma disertato dai deputati dell’opposizione - ad annunciare la volontà di formare un governo aperto a tutte le forze politiche presenti in Parlamento. D’altronde, dicono fonti diplomatiche alla MISNA, anche volendo non vi sarebbe alternativa, dal momento che i due principali partiti d’opposizione, l’Orange democratic movement (Odm) di Raila Odinga e l’Orange democratic movement-Kenya (Odm-K) di Kalonzo Musyoka, possono contare sulla maggioranza parlamentare con i loro rispettivi 100 e 16 deputati su un totale di 210 parlamentari. Una posizione che Kibaki ha ribadito ancora oggi: "Sono pronto a un dialogo con le parti interessate appena la nazione sarà calma e la temperatura politica sarà scesa abbastanza per un impegno costruttivo e produttivo" ha detto il presidente ai giornalisti incontrati nella sua residenza di stato a Nairobi. Il rinvio della manifestazione di protesta di oggi alla prossima settimana potrebbe adesso fornire lo spazio e il tempo necessario affinchè le molte iniziative di mediazione della crisi si concretizzino in un accordo politico. (a cura di Massimo Zaurrini)[  


KENIA   3/1/2008   14.02  

ELDORET: CALMA IN CITTÀ, RESTANO TENSIONI ED EMERGENZA SFOLLATI  

Nuovi sfollati continuano ad affluire anche in queste ore a Eldoret, in fuga dalle violenze che hanno interessato e stanno ancora interessando le zone intorno alla città, una delle principali dell’ovest del paese non lontano dal confine con l’Uganda. Secondo fonti della MISNA interpellate sul posto questa mattina, la situazione in città è tornata un po’ più calma e stamani la gente è uscita in strada in cerca di cibo e beni di prima necessità. “C’è solo qualche supermercato aperto, ma la maggior parte dei negozi è ancora chiusa. Nel centro città ci si può muovere, ma è meglio non avventurarsi nelle periferie e nelle zone rurali intorno a Eldoret dove la situazione è molto più tesa” dice alla MISNA Felix Oira, della Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Eldoret, impegnato ad acquistare cibo da distribuire agli follati che da giorni sono assiepati in Cattedrale. “Ci sono ancora 5000 persone nella sola cattedrale. Altre migliaia sono rifugiate in altre chiese, parrocchie o nei commissariati. Il cibo e il rischio della diffusione di epidemie legate alle precarie condizioni igieniche in cui vive questa gente sono le nostre due principali preoccupazioni” aggiunge. Se nuovi sfollati continuano ad arrivare dalle zone circostanti dopo aver perso le loro abitazioni e proprietà date alle fiamme da gruppi di giovani armati, altri hanno lasciato nelle ultime ore la città diretti a Nakuru o a Nairobi. “Chi è in grado di lasciare la città lo sta facendo” dice una fonte della MISNA, precisando che voci di attacchi notturni e la mancanza di rinforzi (promessi ieri dal governo ma non ancora giunti in città) alle esigue forze di polizia locali continuano ad alimentare la paura e a spingere la gente altrove. Ieri pomeriggio un convoglio di almeno 30 autobus, 200 minivan e un numero imprecisato di auto ha lasciato la città scortato dalla polizia in direzione di Nairobi. Un secondo è partito intorno alle 18:00 della sera. Fonti dell’aeroporto hanno fatto sapere alla stampa che voli commerciali e alcuni piccoli charter fanno la spola tra Eldoret e Nairobi trasportando chi è in grado ci comprarsi un biglietto. “I posti di blocco improvvisati da gruppi di giovani armati sono stati smantellati in città, ma restano in piedi nelle zone circostanti. La polizia a volte interviene per rimuovere le pietre e i tronchi posti sulla strada, ma qualche ora più tardi il blocco viene ripristinato. È pericoloso percorrere le strade fuori dalla città e conviene farlo con la scorta della polizia” aggiunge Felix Oira. Secondo il direttore regionale della Croce Rossa nella zona di Eldoret, Patrick Nyongesa, nella provincia della North Rift Valley vi sarebbero almeno 82.000 sfollati ed è urgente un aiuto umanitario. “Abbiamo 20.000 persone sfollate nella Burnt Forest, 50.000 nella zona di Uasin Gishu, 7000 a Nandi South, 3000 a Trans Nzoia e oltre 2000 nella stazione di polizia di Turbo” ha detto Nyongesa ai mezzi di informazioni locali. Intanto resta ancora difficile stilare un bilancio certo delle violenze che negli ultimi 4 giorni hanno sconvolto quest’area, una di quelle maggiormente colpite dagli attacchi lanciati contro i kikuyu (l’etnia del presidente Mwai Kibaki, la cui contestata rielezione ha acceso i disordini) e dove si è registrato uno degli episodi più raccapriccianti dall’inizio della crisi: l’attacco a una chiesa pentecostale a Kiambaa nella quale si erano rifugiate 200 persone e che è costato la vita a una cinquantina di esse, 17 delle quali bruciate all’interno del luogo di culto. L’obitorio del principale ospedale cittadino, il Moi Teaching & Referral Hospital, ha fatto sapere di aver ricevuto 84 cadaveri da lunedì a mercoledì, per un totale, secondo i dati raccolti dalla MISNA nei principali ospedali di Eldoret, di almeno 127 morti. “Abbiamo mancanza di ossigeno e di sangue, ma stiamo cercando di fare tutto il possibile per contenere la situazione” ha detto il direttore del Moi Teaching & Referral Hospital, il dottor Omar Aly, alla stampa locale, precisando che al momento la struttura ospita 700 pazienti, invece dei 500 che è in grado di contenere. Secondo i dati forniti dal dottor Aly, l’ospedale ha ricevuto negli ultimi giorni una media di 130 pazienti al giorno che presentavano ferite di frecce o di machete. Intanto questa mattina 115 persone, tutte di etnia kikuyu, si sono rifugiate in una chiesa nella località di Songoliet, a 12 chilometri da Eldoret, per sfuggire alle violenze. “Ci hanno telefonato chiedendo aiuto. Abbiamo subito avvisato la polizia che è partita per scortarli fuori e garantire la loro sicurezza” ha detto alla MISNA James Kimisoi, impiegato alla curia vescovile di Eldoret. (a cura di Massimo Zaurrini e Alessia de Luca)[  


KENIA   3/1/2008   12.56  

OPPOSIZIONE SCENDE IN STRADA A MOMBASA, RELATIVA CALMA IN ALTRE ZONE  

Dopo una prima manifestazione, tenutasi questa mattina nelle strade principali di Mombasa, numerosi sostenitori dell’opposizione continuano ad affluire nella ‘capitale turistica’ del paese dove è prevista un’altra marcia del partito democratico “Arancio”, di Raila Odinga, sconfitto alle elezioni del 27 dicembre. Lo hanno confermato alla MISNA fonti locali, secondo cui la situazione in città è calma anche se il corteo di questa mattina ha paralizzato il traffico nella capitale ‘turistica’ del paese. Non è ancora chiaro però se i programmi del pomeriggio subiranno cambiamenti dopo l’annuncio del rinvio della grande manifestazione di Nairobi, rimandata all’8 gennaio. Un’atmosfera più serena rispetto ai giorni scorsi sembra esserci anche a Kisumu, nell’ovest del paese, dove numerose famiglie si sono dirette verso le zone rurali per sfuggire alle violenze. Da Eldoret, dove nei giorni scorsi una chiesa è stata data alle fiamme causando una cinquantina di vittime, sono almeno duemila gli sfollati che le organizzazioni umanitarie hanno inviato a Nairobi per essere ospitati in centri di prima accoglienza. Secondo una stima della Croce Rossa sarebbero oltre 100.000 gli sfollati in fuga dalle violenze nel paese. La maggioranza di essi, quasi il 70%, si trova nell’ovest e nei dintorni della capitale: si tratta delle due zone più colpite dalle violenze che secondo dati correnti hanno fatto circa 350 morti e migliaia di feriti.  


KENIA   3/1/2008   12.29  

NAIROBI (2): RINVIATA MANIFESTAZIONE, ALTRI DISORDINI E ATTI DI VANDALISMO  

È stata sospesa la manifestazione prevista oggi all’Uhuru Park di Nairobi e voluta dall’opposizione per contestare i risultati ufficiali delle elezioni del 27 dicembre scorso. Lo riferiscono fonti della MISNA in città, precisando che la marcia di protesta indetta da Raila Odinga, il capo del Movimento democratico arancio (Odm), il quale contesta la sconfitta alle presidenziali, sarebbe stata rimandata all’8 gennaio prossimo. “Speriamo che questo annuncio riporti la situazione alla calma” dice alla MISNA padre Gigi Anataloni, missionario della Consolata contattato telefonicamente a Nairobi. “I disordini esplosi stamani tra manifestanti e polizia, che aveva bloccato l’accesso all’Uhuru Park, hanno nuovamente trasformato alcune zone di Nairobi in aree fantasma. La gente è tornata a chiudersi in casa e i negozi hanno chiuso” ha aggiunto il missionario, secondo il quale con l’annullamento della manifestazione forse nel pomeriggio (al momento a Nairobi sono le 14.00 del pomeriggio) potrebbe riprendere un po’ di vita. Secondo le informazioni raccolte dalla MISNA, scontri sono ancora in corso in alcuni quartieri della città, mentre manifestanti si sono lasciati andare ad atti di vandalismo, dando alle fiamme, abitazioni, baracche, automobili e perfino una stazione di benzina sulla ‘juju road’. Secondo informazioni ancora da verificare incendi sarebbero stati appiccati anche a Kibera, uno dei più grandi ‘slum’ di Nairobi, dove sarebbe stata incendiata anche una piccola chiesa.  


KENIA   3/1/2008   9.31  

NAIROBI: PRIMI SCONTRI TRA POLIZIA E MANIFESTANTI  

La polizia keniana avrebbe fatto uso di gas lacrimogeni e idranti per bloccare gruppi di persone che cercavano di raggiungere il centro di Nairobi e partecipare alla manifestazione indetta nella tarda mattinata dal leader dell’opposizione Raila Odinga. Forze di sicurezza hanno circondato lo Uhuru Park (parco della Libertà) dove è prevista la dimostrazione. Molti dei manifestanti, che indossano sciarpe bianche sono partiti dallo slum di Kibera, uno dei più grandi del mondo, diretti verso il centro di Nairobi. Diversi supermercati e distributori di benzina sono stati saccheggiati da folle di giovani che approfittano dei disordini per commettere atti criminali. Odinga ha dichiarato di poter riunire un milione di sostenitori nel parco per protestare contro i risultati ufficiali delle elezioni del 27 dicembre, che hanno assegnato la vittoria al presidente uscente Mwai Kibaki. Il vice presidente Moody Awori ha esortato Odinga e il suo partito, il Movimento democratico arancione (Odm), a disdire la marcia “per non rischiare la vita dei keniani”. Il clima nella capitale è tesissimo: la manifestazione è stata proibita dalle autorità, ma Odinga l’ha confermata. Nei giorni scorsi, più di 300 persone sono morte in vari centri del paese per gli scontri scoppiati in seguito alle elezioni, con i due partiti che si accusano vicendevolmente di gravi brogli.  


KENIA   3/1/2008   7.40  

UN FORTE NO ALL'INTRANSIGENZA IN ATTESA DELLA MANIFESTAZIONE VIETATA  

Un editoriale del sito-web del quotidiano “Daily Nation”, con un invito a mettere da parte qualsiasi posizione intransigente e a cercare soluzioni accettabili per il presidente eletto Mwai Kibaki e il suo avversario Raila Odinga, sembra costituire un tentativo in extremis di scongiurare i possibili pericoli impliciti nella manifestazione di protesta contro il governo convocata per oggi da Odinga al centro di Nairobi nonostante i divieti della polizia e delle altre competenti autorità. Un nuovo più accurato bilancio delle vittime delle violenze dei giorni scorsi, stilato dall'agenzia di stampa francese Afp in base a fonti di polizia, ospedaliere e dell'obitorio di Kisumu, porta il totale a 342 (un terzo dei 1000 sbandierati ieri da alcune fonti). In attesa della cronaca della giornata - che si spera meno drammatica di alcuni resoconti dei giorni scorsi e delle peggiori previsioni formulate per oggi - anche per testimoniare rispetto alla volontà di riconciliazione della magior parte dei keniani e dei loro mezzi d'informazione, ecco in versione quasi integrale una traduzione dell’editoriale.]

“Il nostro amato paese, la Repubblica del Kenya, è un rudere fumante. L'economia è in stallo e gli eserciti della distruzione marciano sulla ‘Rift Valley’ e altre località. Nel bel mezzo di tutto questo, i capi - che sono la causa diretta di questa catastrofe - emettono tiepidi appelli per la pace dalla comodità dei loro alberghi e delle loro dimore protette da mura da cui entrano ed escono a bordo di limousines corazzate. Per i keniani è incredibile follia distruggere la loro economia, le loro case e il loro modo di vivere in nome della politica e per conto di quegli stessi signori la cui vita di comodità e di lusso continua a procedere normalmente.

I mezzi d’informazione del Kenya propongono oggi di essere espliciti e uniti nell’opporsi a questo spargimento di sangue e alla disunione del paese. Non esiste obiettivo o diritto più prezioso del diritto alla vita. Gli esponenti politici di entrambe le parti devono essere informati in maniera in equivoca che corrono il grosso rischio di perdere la loro credibilità negli occhi dei keniani e della comunità internazionale a causa dell’uccisione sistematica di innocenti in tutto il paese, della distruzione dell’economia e della diffusa disaffezione. Nessuna rivendicazione e nessuna causa vale il sangue innocente dei figli del Kenya. L’orgia di saccheggi, incendi, stupri e l’irresponsabile ma ben orchestrato spargimento di sangue sta minando le fondamenta morali della posizione dei politici. I potenti non devono continuare ad avere più attenzione per la loro - inconsistente - stretta del potere che per la vita e la proprietà. Deve essere cieca e sorda la persona che non ode il grido di quei 70.000, molti dei quali nostri bambini, che sono oggi profughi nel loro stesso paese. Un'ultima occasione ora si presenta ai responsabili politici per ritirare il paese dall’orlo del precipizio e per contribuire al ristabilimento della fiducia e della sicurezza.

I discorsi duri, le prese di posizione esagerate e il tentativo di segnare inutili punti a proprio favore non portano il paese da nessuna parte. E’ giunto il momento di isolare gli intransigenti su entrambi i versanti e permettere che la voce della ragione sia ascoltata al di là delle divisioni politiche. Nessun negoziato può svolgersi mentre keniani vengono massacrati e il paese brucia. Il primo obiettivo deve essere quindi garantire la sicurezza di tutti i keniani. Si facciano dunque rientrare le armi, si scaccino gli incendiari e si crei un ambiente idoneo a un dialogo costruttivo. Se sono minimamente interessati alla loro credibilità e alla vista dei keniani e del paese intero, i politici escano dalle loro sale di riunione e vengano all’aperto a raccomandare pace e pazienza ai loro sostenitori. I keniani si aspettano di vedere il signor Raila Odinga guidare una missione di pace a Kondele e in altre zone sconvolte di Kisumu e di Nyanza […]il presidente Kibaki uscire e calmare le passioni a Dandora, Huruma e altre zone difficili di Nairobi. E’ soltanto con il ritorno della pace che la ragione potrà prevalere. Ma non può esserci pace senza giustizia. Ed è allora importante che il presidente Kibaki e il capo del Movimento democratico Arancio Raila Odinga avviino immediate trattative sulle disputate elezioni e giungano a una soluzione che entrambi possano poi accettare. Le posizioni intransigenti, come la richiesta delle dimissioni immediate del presidente o il rifiuto di qualsiasi interrogativo sui risultati elettorali, non sembrano in questo momento molto utili. Posizioni intermedie esplorabili potrebbero includere un accordo per la condivisione del potere. Una seconda opzione potrebbe essere la creazione di un governo ad interim da cui siano esclusi Kibaki e Odinga e un calendario per nuove elezioni con un sistema elettorale riformato”.


ITALIA   3/1/2008   3.13  

PADRE ALEX ZANOTELLI SU SITUAZIONE IN KENYA (replica dal 1° Gennaio)  

"La base degli scontri e' soprattutto di carattere economico...la mia esperienza di molti anni di vita in Kenya, a Korogocho, mi fa escludere decisamente che si possa arrivare a scontri interreligiosi; l'intesa tra le differenti religioni, con l'eccezione di piccoli gruppi di integralisti, e' stata sempre grande né gli islamici sono affatto coinvolti nelle vicende attuali": lo sottolinea il missionario comboniano Alex Zanotelli - in relazione a improbabili timori espressi da alcune fonti a proposito dell'incendio della chiesa pentecostale di Eldoret - in una dichiarazione diffusa da Napoli dove svolge ora la sua attività missionaria. "I kikuyu, l'etnia del presidente Kibaki, ha una lunga storia di potere non solo politico, ma anche economico sin dai tempi di Kenyatta, poi continuata durante il regime di Moi (concluso dopo 24 anni nel 2002 con l'elezione di Mwai Kibaki, ndr); adesso i Luo, l'etnia di Raila Odinga, vogliono recuperare questo potere economico e certo non vorrebbero lasciarsi sfuggire l'elezione del presidente, che ritenevano a portata di mano. Credo che questa sia la ragione della violenza degli scontri, in un sistema paese che peraltro e' violento per sua natura". Padre Zanotelli aggiunge: "Il problema e' tipicamente interno e deve essere risolto internamente" aggiungendo che la comunita' internazionale potrebbe al massimo chiedere la ripetizione della consultazione elettorale. "Questo mio e' solo un tentativo di riflessione dall'esterno - conclude padre Alex - sapendo peraltro che Raila Odinga ha sempre giocato la carta del personalismo. Mi auguro solo che questo contesto non sfoci in un clima da guerra civile".  


KENIA   3/1/2008   2.55  

DALL'ITALIA, IL PUNTO DI VISTA DI PADRE GIULIO ALBANESE  

Da padre Giulio Albanese abbiamo ricevuto tre "takes" , tre "lanci" dell'agenzia Agi che abbiamo qui liberamente editato e fuso in un unico testo.]

“Sono le vecchie oligarchie ad agitare in Kenya lo spettro dello scontro etnico per mascherare una lotta di potere e interessi economici che coinvolgono anche potenze straniere” ha scritto ieri l’agenzia di stampa Agi, riferendo l’opinione del comboniano padre Giulio Albanese, ex-direttore della MISNA ed esperto di questioni africane. "Sfogliando i giornali italiani si ha l’impressione che quanto sta accadendo in Kenya abbia una chiara matrice etnica" ha detto Albanese all’Agi che aggiunge: “ma a voler leggere bene le tragiche vicende post-elettorali, lo scenario e’ diverso e "vede in gioco il futuro assetto degli equilibri nella regione del Corno d’Africa… Nairobi rappresenta, sin dai tempi della ’guerra fredda’, il fulcro di tutte le operazioni umanitarie sia sul versante somalo sia su quello del Sudan meridionale" e che "dalla capitale keniana sono state coordinate con lo stesso fine, almeno in parte, delicate operazioni d’intervento nei Grandi Laghi". La conferma di questa centralita’ strategica e’ nel fatto che "lo scellino keniano rappresenta da decenni una delle divise africane piu’ robuste, mentre Nairobi si e’ imposta come centro commerciale e polo finanziario al punto da essere oggetto, in piu’ circostanze, di scandali legati alla corruzione dei governi sia di Daniel arap Moi sia di Mwai Kibaki". E’ evidente quindi che i futuri sviluppi politico-istituzionali nell’ex-colonia inglese, che fino a ieri era una sorta d’isola felice, "rischiano di compromettere l’intero scacchiere geo-politico, gia’ contaminato da un processo che alcuni osservatori hanno definito di ’mediorientalizzazione’" afferma Albanese. La contrapposizione tra Kibaki e Odinga rischia quindi di ripercuotersi drammaticamente sulla situazione nell’intero Corno d’Africa. "Il Kenya", prosegue padre Albanese, "potrebbe trasformarsi non tanto nel Rwanda del ’94, ma in un paese spaccato in due come lo e’ la Costa d’Avorio con un nord islamico e un sud di tinte diverse. In Kenya la divisione sarebbe verticale tra i ’luo’ di Odinga e i ’kikuyu’ di Kibaki". L’agenzia Agi anticipa anche un articolo che esce sull’edizione odierna del quotidiano cattolico “Avvenire” in cui padre Albanese aggiunge che la crisi del Kenya - "uno dei pochi paesi del Corno d’Africa uscito indenne dalla cronica conflittualita’ della regione", era nell’aria da tempo. Almeno dal 2005, quando il progetto di riforma della Costituzione -in vigore dall’indipendenza del 1963- proposto dal presidente Mwai Kibaki, fu bocciato in un referendum…su quella proposta Kibaki si giocò tutto, ma vinse il suo ex-alleato, Raila Odinga, che aspirando alla carica di primo ministro non gradiva una riforma costituzionale che rafforzava i poteri del presidente. "Nel 2002, dopo 40 anni di monopolio delle istituzioni, fu finalmente mandato all’opposizione il Kanu (Kenya Afican National Union), partito al potere fin dall’indipendenza " scrive ancora Albanese: "Si trattò di un avvenimento storico per un paese che fino a quel momento non aveva conosciuto alternanza di governo. Il vincitore di quella tornata elettorale fu Kibaki, leader di una grande coalizione denominata Narc (National Rainbow Coalition) che riuniva tutte le componenti socio-politico-religiose strenuamente avverse allo strapotere del presidente uscente, Daniel arap Moi. Quindi, in linea di principio, le elezioni del 27 dicembre scorso consentivano ai keniani una verifica sull’operato di Kibaki dopo cinque anni di multipartitismo". Ma gli equilibri erano gia’ saltati al referendum, quando Odinga lascio’ la coalizione e fondo’ l’Orange Democratic Movement. "Il messaggio popolare al referendum fu chiaro: Kibaki non stava mantenendo le promesse che aveva fatto in campagna elettorale, cioe’ battere la corruzione, prima di tutto, e risollevare le sorti economiche di una nazione saccheggiata dall’oligarchia del vecchio Moi". Lo stesso messaggio che ci si aspettava per queste contestate presidenziali che hanno visto Kibaki ricandidarsi "con il sostegno proprio di quei personaggi che nelle precedenti elezioni erano stati i suoi principali rivali: Moi, che ha malamente guidato il paese per 24 anni, e Uhuru Kenyatta, figlio del primo presidente, che nella tornata del 2002 era il candidato del Kanu".
 


AFRICA   3/1/2008   2.01  

DA NAIROBI, PADRE KIZITO SESANA... – 2

 Per capire l’attuale contesto politico keniano bisogna risalire almeno al 1982, quando, dopo un tentativo di colpo di stato, l’allora presidente Daniel arap Moi ha trasformato il Kenya in una dittatura brutale, pur mantenendo alcuni elementi di facciata che lo potevano spacciare per una democrazia. Il tutto, è bene notare, sempre restando fedele alleato (e protetto) dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, nonché amico dell’Occidente. Sarebbe troppo lungo seguire dal 1982 a oggi la carriera politica dei due principali protagonisti della crisi odierna, Mwai Kibaki e Raila Odinga. Basti dire che entrambi sono stati alleati di Moi e avversari di Moi, alleati con tutti e avversari di tutti, anche tra di loro. Per entrambi non si può parlare di una posizione ideologica, ma sempre e solo di alleanze per arrivare al potere. Entrambi hanno una rilevantissima fortuna personale, che in qualche caso non esitano a ostentare. È famosa la Hummer di Raila, un fuoristrada che costa diverse decine di migliaia di euro e che fa due chilometri con un litro di benzina, usato da Raila per visitare Kibera, il più grande slum di Nairobi, che fa parte del suo collegio elettorale. Credere che questi due signori siano motivati dal desiderio di servire il paese o che siano paladini delle democrazie e dei poveri, è cadere vittime di una pericolosa illusione. Il loro atteggiamento è descritto bene nell’editoriale del 1 gennaio del Nation, il maggiore quotidiano di Nairobi: « Né il Pnu né l’Odm durante le campagne elettorali hanno dimostrato particolare controllo o rispetto per la stabilità del paese. Il mantra sembra essere stato: o lo governiamo o lo bruciamo». L’incontrollata sete di potere, e di proteggere col potere le ricchezze più o meno legalmente acquisite, è il motore dell’attività politica di questi partiti. Detto questo, bisogna fare delle distinzioni. Mwai Kibaki da quando è andato al potere, cinque anni fa, ha fatto delle riforme importanti: l’istruzione gratuita per gli otto anni di scuola elementare; il garantire la libertà di espressione e di stampa (per cinque anni non abbiamo avuto prigionieri politici e tanto meno assassini politici come avveniva con Moi, e mai in Kenya una campagna elettorale è stata libera come l’ultima…); una serie di provvedimenti economici che hanno fatto ripartire l’economia, che negli ultimi anni di Moi aveva una crescita negativa e, invece, dal 2004 è cresciuta di oltre il 5% all’anno. Due i grandi fallimenti di Kibaki. La corruzione pervasiva, ereditata dai 24 anni di malgoverno di Moi, non è stata combattuta con l’efficacia e la determinazione che il cittadino comune avrebbe voluto. È stata si ridotta di molto, ma resta un cancro che pervade tutta la società keniana. Inoltre, la nuova costituzione, promessa da Kibaki appena eletto, non è stata ancora approvata, e la conseguente promessa di decentralizzazione del potere non è stata onorata. Dal canto suo Raila Odinga, andato al governo come membro della coalizione di Kibaki cinque anni fa, è poi passato all’opposizione sulla questione della nuova costituzione. Ed è riuscito a far bocciare la costituzione proposta da Kibaki con un referendum due anni fa. L’Odm è nato dallo slancio di aver fatto bocciare la costituzione e da allora Raila ha accentrato il potere del movimento e ha esasperato la questione tribale. Da oltre un anno ormai la parola d’ordine fra i luo – l’etnia di Raila e che ha un peso proponderante nel Odm, come, invece, i kikuyu, l’etnia di Kibaki, ce l’ha nel Pnu – è questa: «È arrivato il nostro turno di governare il paese». Per poi trasformarsi più recentemente in «se perdiamo le elezioni vuol dire che ci sono stati brogli». Raila, poi, durante la campagna elettorale ha giocato due carte pericolose. Prima ha promesso di implementare il “majimboism”, una specie di regionalismo che era stato negli anni ‘90 proposto da Moi e rifiutato da Raila. Non ha specificato però i contenuti di questo “majinboism”, lasciando così temere, anche riferendosi alla storia personale di Raila, che si trattasse concretamente di una specie di rigido regionalismo che avrebbe frazionato il paese. Successivamente ha firmato con i notabili della comunità musulmana un “Memorandum of Understanding” (MoU) i cui contenuti non sono mai stati divulgati con chiarezza. I suoi avversari, e molti cristiani, considerano comunque questo MoU un errore, perché propone una distinzione tra cittadini keniani basata sull’appartenenza religiosa. E questo è già un fatto contro la costituzione in vigore, così come contro il progetto di costituzione dell’Odm. Kibaki e il suo gruppo non hanno trovato di meglio che reagire a questa campagna alzando steccati e lasciandosi imprigionare nella trappola degli stereotipi etnici. Questa etnicizzazione della politica è responsabilità esclusiva dei leader. Per citare ancora l’editoriale del Nation, indirizzato a Kibaki e Raila: «Non c'è mai stata tanta animosità tra gente che ha vissuto insieme per molti anni come buoni vicini. Il caos che stiamo vivendo è il prodotto dell’elite tribale, economica e politica che si identifica con voi». Che l’aspetto etnico sia diventato centrale non lo si può negare. Inutile girare intorno al problema. Odinga in primo luogo, ma anche Kibaki e il suo partito, negli ultimi tre anni, per ragioni di opportunità politica personale, hanno fatto tutta una serie di passi intenzionali, e a volte magari solo passi sbagliati, che hanno alimentato l’animosità etnica. Entrambi i partiti usano saltuariamente, soprattutto nei momenti critici, l’appoggio dei “mungiki” e delle squadre organizzate e pagate di giovani disoccupati e disperati. I mungiki sono nati all’inizio degli anni Novanta come una comunità di kikuyu che voleva tornare alla religione ancestrale, la venerazione di Ngai (Dio) rappresentato dal monte Kenya, e via discorrendo. Lentamente questo gruppo è degenerato in una specie di piccola mafia che a Nairobi ha controllato, per esempio, alcune delle linee di trasporto, e che riesce a mobilitare gli adepti anche per azioni violente e criminali. In questo gruppo ci sono ora anche non-kikuyu, ma tendenzialmente si identifica con la difesa delle comunità e degli interessi kikuyu. A questa setta parareligiosa si contrappongono le squadre di giovani disoccupati di Kibera controllate da Raila Odinga e delle quali Raila si è sempre servito per provocare disordini di piazza, più di una volta all’evidente ricerca dei morti da poter poi usare per i propri scopi. Sono i due volti peggiori dello scontro in atto. Non ho elementi certi per capire che cosa sia successo fuori Nairobi: le notizie sono frammentarie e sempre di parte. A Nairobi, però, posso dire che la maggioranza delle vittime di questi ultimi giorni non è stata uccisa negli scontri con la polizia, ma da azioni organizzate da questi due gruppi. Così a Kawangware, dove i kikuyu sono prevalenti, hanno attaccato case e piccole attività artigianali dei luogo; l’opposto è avvenuto a Kibera. Purtroppo, come sempre capita, a farne le spese sono le persone inermi e innocenti.  


AFRICA   3/1/2008   1.35  

DA NAIROBI, PADRE KIZITO SESANA SULLA CRISI KENIANA  

Dal sito-web multimediale dello storico mensile comboniano “Nigrizia”, abbiamo “prelevato” in versione quasi integrale un articolo del suo direttore padre Kizito Sesana, che aiuta a comprendere aspetti più seri e profondi della crisi in atto in Kenya.]

Mentre scrivo, il mattino del 2 gennaio, la tensione per le strade di Nairobi, in particolare di Kibera, è diminuita. Evidentemente la gente ha bisogno di tornare alla vita normale, di guadagnare qualche soldo. Ma le notizie che giungono dall’ovest del Kenya continuano ad essere allarmanti. D’altro lato i problemi che hanno dato origine alle violenze rimangono, e nelle prossime settimane, quando il parlamento dovrà essere convocato, molti nodi politici verranno al pettine, ed è probabile che la tensione torni a salire. A questo punto la possibilità che ci siano stati dei brogli elettorali appare probabile. Ora emerge chiaramente che durante il giorno dell’elezione ci sono state intimidazioni, non necessariamente violente, e che in parecchi seggi sono stati comperati dei voti. Questo stato di cose riguarda entrambi i partiti che erano in corsa per le presidenza – il Partito di unità nazionale (Pnu) del presidente uscente Mwai Kibaki e il Movimento democratico dell’arancia (Odm) di Raila Odinga –, ma non dovrebbe aver influenzato i risultati in modo determinante, anche se è un’ovvia indicazione di un atteggiamento non democratico. Determinanti, invece, potrebbero essere stati dei brogli al momento della conta generale dei voti. Ma al momento nessuno è stato capace di dare prove chiare e attribuire responsabilità precise. Personalmente ho sentito persone che raccontano di voti comprati dall’Odm sulla costa. Ma queste persone non sono disposte a esporsi. E l’Odm non ha finora esibito i documenti, che ha assicurato di possedere, che proverebbero brogli su larga scala al momento della conta. Questa crisi l’abbiamo vista arrivare, ma nessuno ne aveva capito la potenziale distruttività e la carica di tribalismo che stava prendendo. I sondaggi che sono stati pubblicati dai media keniani negli ultimi mesi facevano vedere come la gente continuasse ad avere una sostanziale fiducia nel presidente e sempre meno fiducia nel suo partito. Mentre molti che erano favorevoli ai cambiamenti promessi dall’Odm erano meno entusiasti verso Raila, percepito come un uomo politico con tendenze dittatoriali. Così oggi i risultati delle elezioni, prendendo come autentici quelli ufficiali, rendono il paese ingovernabile, con un presidente che accentra molti poteri, ma che è in minoranza in parlamento, e che quindi non può governare. E con una rivalità tribale che è sfuggita probabilmente anche al controllo di chi l’ha scatenata. E le due parti sembrano ormai fisse su posizioni che non ammettono il dialogo. Un amico giornalista kikuyu, che mi pare possa rappresentare una mentalità comune, la vede così: «Io ho votato nel mio collegio elettorale per un parlamentare dell’Odm, perché credo che l’Odm possa avere in parlamento una funzione importante di controllo su un possibile strapotere del presidente, ma non accetterei mai Raila come presidente. Con lui al potere tra cinque anni non avremmo elezioni truccate: non avremmo elezioni, punto e basta». Come sbloccare la situazione? Innanzitutto, è importante che Kibaki e Raila accettino di muoversi nella legalità, rispettando la legge e la costituzione vigente, rinunciando entrambi alle manifestazioni di piazza che, inevitabilmente, provocherebbero morti e feriti. E servirebbero solo a inasprire le divisioni e creare un piedestallo per i due leader: “I miei morti sono più dei tuoi”. Il parlamento, così come risulta dai risultati elettorali annunciati, deve essere convocato e la giustizia deve lavorare indipendentemente per esaminare le reciproche accuse di brogli. Ma non basta. Kibaki deve accettare una seria revisione delle elezioni e che i voti siano ricontati alla presenza di un monitoraggio internazionale. Non c’è altra alternativa, se Kibaki vuole garantire la propria legittimità. Ma la cosa più importante è che Kibaki e Raila dialoghino. Kibaki finora ha reagito con la repressione, Raila punta sulle manifestazioni di piazza – una è prevista oggi, 3 gennaio a Nairobi – che gli diano legittimità. Ma è una strada di confronto che non può portare lontano e che rischia di bloccare il paese in un conflitto irrisolvibile. La diplomazia internazionale deve aiutare il Kenya; Gran Bretagna e Usa devono aiutare ad avviare il dialogo; l’Unione europea può avere un influenza importante. L’Unione Africana potrebbe aiutare a prender tempo. Tutte le possibili pressioni devono essere fatte su queste due persone e i partiti che rappresentano affinché accettino il fatto che devono collaborare e che il Kenya è più importante delle loro carriere politiche. In ultima analisi la pace non può venire dal di fuori, deve nascere dal di dentro, per poter superare definitivamente le difficoltà e gli odi seminati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Un’ipotesi possibile sarebbe quella di recuperare il “terzo uomo”, Kalonzo Musyoka (etnia kamba), che ha corso per la presidenza ottenendo quasi mezzo milione di voti. Appartiene a un’etnia minoritaria, non ha mai usato né pubblicamente né privatamente, da quanto si sa, il linguaggio dell’odio tribale, ha competenza e conoscenza della situazione politica del paese. Potrebbe diventare il mediatore interno ideale, capace di far procedere un processo di riconciliazione che non può essere imposto dal di fuori. Il dialogo tra le due parti deve cominciare al più presto. Non si può aspettare. Bisogna evitare la manifestazione di piazza di oggi. Se questa manifestazione dovesse andare avanti, che il governo si opponga o no, non ci sono dubbi che scatenerà un nuovo ciclo di violenza e morte che renderà ancora più difficile la possibilità di una riconciliazione.
 


KENIA   3/1/2008   0.51  

Dalla scrivania del direttore: SPERANDO IN UN PRONTO RITORNO DELLA PACE – 2  

Ma forse anche altri elementi più o meno sottaciuti in questi giorni stanno giocando il loro ruolo in queste drammatiche ore: secondo accordi che avevano preceduto l’elezione di Kibaki nel 2002 , Odinga avrebbe dovuto diventare primo ministro anche in base a una riforma costituzionale “ad hoc”; al contrario, quando nel 2005 era stata presentata dal governo una bozza di costituzione, il movimento “Orange” guidato da Odinga era riuscito a far bocciare il documento ritenuto da alcuni troppo sbilanciato verso il potere del governo centrale; in seguito alla successiva crisi di governo, nel novembre 2005, Odinga non era più entrato a far parte del gabinetto dei ministri. Il movimento “Arancio”, con emblemi tutti color arancione, è rimasto però attivo fino a costituire il motore politico e il serbatoio di voti, soprattutto negli slums di Nairobi e in altre zone svantaggiate del paese (il 50% della popolazione, nonostante i positvi sviluppi economici degli ultimi anni, rimane sotto la linea di povertà). Non è stato difficile per Odinga dipingersi come un paladino dei diseredati, giocando però purtroppo anche la carta dell’orgoglio della sua etnia, la “luo”, terza del paese, contro quella dei kikuyu, la più numerosa, a cui appartiene Kibaki e che viene percepita come troppo potente sin dai tempi di un altro famoso kikuyu, il primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta. Nonostante l’impegno del governo contro la corruzione - e i passi avanti internazionalmente riconosciuti sulla strada della democrazia, dopo il quasi quarto di secolo del “presidente-padrone” Daniel arap Moi (che si è di recente espresso a favore di Kibaki) - Odinga ha avuto facile gioco anche nell’agitare in campagna elettorale la clava dell’anticorruzione. In questo complicato contesto nazionale e internazionale, qui riassunto solo in termini più che stringati, chi davvero ha a cuore il futuro e la pace del Kenya, dell’Africa orientale, dell’intero continente – e forse del resto del mondo – non può schierarsi da una parte e vedere tutto il bene in un candidato e tutto il male nell’altro. Al di là di qualsiasi irregolarità del processo elettorale, qualsiasi uomo o istituzione di buona volontà e di pace oggi, mentre il paese si agita in modo pericoloso, non può che aiutare i due ex-alleati politici a incontrarsi, a deporre le armi delle accuse e a stabilire un dialogo che potrebbe forse far calare immediatamente la tensione nelle zone più surriscaldate del paese. E disarmerebbe qualsiasi mestatore interno o estero, non esclusi quei mezzi d’informazione che, già con il linguaggio, i resoconti a forti tinte, i bilanci di vittime in continuo aumento e la ricerca del sensazionale, continuano a spargere a piene mani quella maledetta miscela infiammabile di odio e disprezzo, spesso generosamente dispensata sulle piaghe dell’Africa, del Sud del mondo, delle aree di crisi e in genere di tutti quei popoli che più avrebbero invece bisogno di comprensione e solidarietà. Basterebbe pensare alle decine di migliaia di “sfollati dalla paura” che in Kenya stanno già dando vita all’ennesima emergenza umanitaria del mondo.


KENIA   3/1/2008   0.37  

Dalla scrivania del direttore: SPERANDO IN UN PRONTO RITORNO DELLA PACE  

A meno che qualcuno in Kenya o altrove nel mondo non voglia davvero una sorta di guerra civile e la destabilizzazione totale di una tessera grande e importante del complesso mosaico africano, a Mwai Kibaki e Raila Odinga - che peraltro hanno già lavorato insieme al bene del paese - non resta che trovare un modo di uscire insieme dalla crisi. Con un qualsiasi accordo, una ragionevole intesa, una dignitosa riconciliazione che spinga presto da parte tutte le forze piccole e grandi, in buona e in mala fede, interne ed esterne, dell’una e dell’altra parte, irresponsabilmente impegnate a gettare benzina sul fuoco di uno scontro in cui si agitano povertà e rabbia sociale, differenze etniche e rivalità politiche non nuove. Senza contare i discutibili atteggiamenti di chi prima ha ratificato come regolare il processo elettorale e poi ha cominciato a esprimere dubbi di brogli e frodi soprattutto in sedi non istituzionali; e senza aggiungere gli strani atteggiamenti di chi come Washington prima è corso a complimentarsi con il vincitore e il giorno dopo, sulla scia di Londra, che ha in Kenya ancora molti interessi 44 anni dopo la concessione dell’indipendenza, si è rimangiato i complimenti, è sembrato schierarsi con l’opposizione e poi poche ore fa, come esito finale, ha invocato “a spirit of compromise”, uno compromesso tra il presidente-eletto Kibaki e il suo avversario, ma già alleato politico, Odinga. E’ difficile dire se e quante siano state le irregolarità nello scrutinio o nella trasmissione e registrazione di voti; fonti della MISNA dicono da Nairobi che sembra ragionevole ammettere possibili anomalie a favore di entrambi i candidati e che quindi le veementi prese di posizione di chiunque voglia vedere frode o brogli solo da una parte costituiscono a loro volta una frode. Come peraltro spesso accade in circostanze di questo genere in Africa e altrove. Il problema vero è costituito da chi poi, sulla base di un risultato elettorale eventualmente indagabile in più modi, piuttosto che predisporsi a facilitare un’analisi intransigente ma pacata, comincia a dar fuoco a quella pericolosa miscela di differenze etniche già versata durante la campagna elettorale, di aspettative più o meno sensate di cambiamento a ogni costo, tipiche dei giovani socialmente più svantaggiati, e di altri elementi di puro scontro politico. Peggio ancora se dietro tutto questo scenario forze non africane più o meno manifeste dovessero coltivare il desiderio di un Kenya instabile nel delicato scacchiere dell’Africa orientale, in particolare considerando i 3500 chilometri circa di confine con Somalia, Etiopia, Sudan, Uganda e Tanzania. Non è poi di alcun aiuto evocare incomprensibili responsabilità governative di “genocidio” - una parola ormai inflazionata e ritenuta forse “di moda” da troppi pseudodifensori di presunti diritti umani - per la crisi seguita all’annuncio dei risultati elettorali, come ha pubblicamente fatto Odinga ribadendo anche che la manifestazione da lui convocata per domani a Uhuru park nel centro di Nairobi si terrà nonostante il divieto della polizia. Nè può avere effetti positivi evocare ripetutamente fantasmi di imminente e ineluttabile guerra civile.  


KENIA   3/1/2008   0.20  

PENSIERO DELLA NOTTE

"E' indispensabile una soluzione al piu' presto, attraverso il dialogo e con il pieno utilizzo di meccanismi costituzionali e legali". (Il Segretario Generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ricordando anche, attraverso la sua portavoce Michelle Montas, "al governo, oltre che agli esponenti politici e religiosi del Kenya, la loro responsabilita' morale di proteggere le vite di persone innocenti, senza distinzione di razza, religione o origine etnica".  


KENIA   2/1/2008   21.21  

PRENDE CORPO LA VIA DELLA DIPLOMAZIA : IL DIALOGO PER USCIRE DALLA CRISI  

“Il dialogo è la strada da percorrere, il presidente Kibaki desidera trovare un accordo con le varie parti per risolvere tutti i problemi di questo paese”: lo ha detto il portavoce del governo Alfred Mutua bocciando l’ipotesi di qualunque mediatore esterno, ma sottolineando la volontà di trovare soluzioni pacifiche agli scontri seguiti alle elezioni che hanno visto la rinomina di Kibaki alla presidenza del paese. Preoccupazione è stata espressa dal Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon che ha richiamato “il governo, così come i responsabili politici e religiosi, alla responsabilità legale e morale di proteggere la vita dei civili, qualunque sia la loro etnia e religione, facendo tutto il possibile per evitare altre violenze”. Ricordando la possibilità di una crisi umanitaria dovuta al precipitare delle condizioni di sicurezza, Ban Ki-moon ha aggiunto che “è necessaria una soluzione d’urgenza, in uno spirito di dialogo e nel quadro della Costituzione e delle leggi”. Gli sforzi diplomatici per evitare una crisi più profonda si dovrebbero concretizzare domani con l’incontra tra lo stesso Kibaki, il candidato presidenziale sconfitto Raila Odinga e il Presidente dell’Unione Africana John Kufuor.


KENIA   2/1/2008   20.24  

CRISI ELETTORALE, DA UN’ANALISI DEL DIRETTORE DI NIGRIZIA

“I quasi trecento morti accertati che abbiamo visto in questi giorni sulle strade del Kenya sono il risultato di una politica malata, fondata sull’idolatria del potere e dei soldi, una “religione” che è stata alimentata dagli uomini politici keniani fin dall’indipendenza”: lo scrive padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano a Nairobi e direttore del mensile Nigrizia in una lunga analisi pubblicata oggi sul sito della rivista e di cui la MISNA pubblica alcuni stralci. Nell’articolo – che la MISNA pubblicherà integralmente nelle prossime ore – padre Kizito parla delle tensioni e delle violenze degli ultimi giorni, ma anche della campagna elettorale e dei toni che le ha scatenate e alimentate, arrivando a ricostruire “le radici dell’odio” tra alcuni gruppi politico-economici che, nel loro ultimo scontro, non hanno esitato a giocare la carta “etnica” per prevalere sull’altro. “Questa crisi l’abbiamo vista arrivare, ma nessuno ne aveva capito la potenziale distruttività (…) la cosa più importante è che Kibaki e Raila dialoghino. Kibaki finora ha reagito con la repressione, Raila punta sulle manifestazioni di piazza – una è prevista domani 3 gennaio a Nairobi – che gli diano legittimità. Ma è una strada di confronto che non può portare lontano e che rischia di bloccare il paese in un conflitto irrisolvibile (…) Tutte le possibili pressioni devono essere fatte su queste due persone e i partiti che rappresentano affinché accettino il fatto che devono collaborare e che il Kenya è più importante delle loro carriere politiche”.  


AFRICA   2/1/2008   15.57  

TESTIMONIANZE MISSIONARIE DAL KENIA

 Pubblichiamo di seguito alcuni brevi estratti delle numerose testimonianze giunte alla MISNA nelle ultime ore da missionari di varie congregazioni presenti in Kenya e che permettono di tastare il polso della difficile situazione nel paese in queste ultime ore. Per evidenti motivi di sicurezza, non forniremo i nomi delle fonti, che hanno chiesto di rimanere anonime, ma solo il luogo di provenienza:

ELDORET: “Le chiese e le scuole sono diventate dei dormitori per le migliaia di persone in fuga, terrorizzate dalle violenze dei giorni scorsi. Abbiamo chiesto inutilmente alla polizia di fornirci un minimo di sicurezza, specialmente durante la notte, ma non abbiamo ottenuto risposta. La città di Eldoret è uno dei centri più ‘caldi’ del paese, le violenze sono diffuse e mancano beni di prima necessità: dalla frutta al carburante, i prezzi sono letteralmente quadruplicati”.

KISUMU : “Durante la notte c'è il coprifuoco e nessuno si muove. C'è una calma relativa. Ma manca il cibo perché da giorni negozi e mercati sono chiusi. Ieri sera c'erano perfino dei bar aperti fino a tardi. Oggi c'è movimento di veicoli, ci sono dei mezzi di trasporto, torna un po' di normalità. E' ancora presto per dire se banche e uffici sono aperti. Si spera che riprendendo a lavorare, ritornino le cose di prima necessità nei negozi: farina, pane, latte, condimento, verdure varie, che mancano da giorni”.

MARALAL: “Molti hanno passato la notte alla stazione di polizia, altri a una veglia di preghiera che è durata tutta la notte nella missione. Il primo gennaio, ieri, c'è stata calma relativa, alcuni kikuyu sono stati portati alla città di Nyahururu con pullman scortati dalla polizia (conseguenza, in Nyahururu i Samburu sono in pericolo e sono stati invitati a lasciare la città e tornarsene a Maralal). Nel pomeriggio la situazione si è calmata, sono stati riaperti i negozi e la gente ha potuto fare la spesa. Non è ancora pace, ma la gente respira”.

MOMBASA: “Dopo le grandi tensioni del 31 dicembre, ieri c'era una calma relativa (qualcuno mi ha detto “perché non c'era più niente da saccheggiare!”). Attorno a Likoni ci sono stati saccheggiate diverse case, e nella nostra missione hanno trovato rifugio da 150 a 300 persone, specialmente donne e bambini. La notte è passata tranquilla, anche perché c'era una squadra delle polizia. La Croce Rossa ha già offerto coperte, ma il cibo è più necessario”.

NAIROBI: “Dalle varie parti di Nairobi mi mandano messaggini sms, tutti sono nella stessa situazione di paura e insicurezza e mancanza di cibo e altre cose... soprattutto di pace. E non capiscono cosa sta succedendo e perché sta succedendo. Tutti stanno pregando Dio che li risparmi da questa follia. Pregano, invitano altri a pregare, chiedono preghiere perché la pace prevalga. E hanno paura per il loro bambini, per il futuro”.
 


KENIA   2/1/2008   13.47  

ELDORET: VESCOVO INVITA POLITICI AL DIALOGO E CHIEDE CIBO PER SFOLLATI

“La situazione è brutta, molto brutta. Chiediamo ai leader politici di avviare un dialogo e mettere fine a questa follia per il bene del Paese” dice alla MISNA il vescovo di Eldoret, Cornelius Kipng’eno Arap Korir contattato stamani in città. “Oggi dovevo essere a Nairobi per una riunione dei vescovi keniani dedicata proprio alle violenze che stanno sconvolgendo il paese, ma sono bloccato a Eldoret. Le strade che portano fuori dalla città sono impraticabili a causa dei blocchi stradali eretti da alcuni giovani e un ponte è stato distrutto” aggiunge il presule. “C’è bisogno di cibo e di aiuti per le migliaia di persone che sono fuggite dalle zone intorno a Eldoret cercando riparo nel centro della città, finora risparmiato dalle violenze. Nella nostra cattedrale abbiamo tra i 7000 e i 10.000 sfollati. Serve cibo e altri beni di prima necessità che ormai o scarseggiano o hanno prezzi elevatissimi” aggiunge il vescovo. Intanto secondo le informazioni raccolte dalla MISNA in città sarebbero tra i 150 e i 200 i morti delle violenze che nelle ultime 72 ore si sono verificate nelle aree rurali intorno a Eldoret. Fonti del principale ospedale cittadino, il Moi Teaching & Referral Hospital hanno parlato in un contatto telefonico avuto questa mattina di quasi 200 persone morte e di 158 feriti attualmente ricoverati. In base al resoconto fornito alla MISNA da Gwen Thompkins - giornalista della National public radio (Npr) statunitense contattata nell’ufficio del vescovo di Eldoret dove si trovava per un’intervista - ottenuto consultando gli obitori cittadini, da lunedì a oggi sarebbero stati registrati 127 cadaveri. Tra questi anche i 17 cadaveri carbonizzati estratti ieri dalla chiesa protestante di Kiambaa data alle fiamme da un gruppo di giovani e al cui interno si trovavano numerosi sfollati. Un attacco descritto oggi da alcuni sopravvissuti sulle colonne del ‘Daily Nation’, principale quotidiano del paese, e in cui, secondo i bilanci più accreditati sarebbero morte in totale tra le 20 e le 40 persone. “La gente è ancora sotto-shock – dice alla MISNA Gwen Thompkins, che ieri si è recata a Kiambaa dove ha incontrato alcuni sopravvissuti – e racconta l’accaduto in modo molto confuso e a volte discordante. Non è ancora possibile comprendere realmente l’impatto delle violenze nella zona”.


KENIA   2/1/2008   12.06  

VIOLENZE ELETTORALI: DA ELDORET A NAIROBI, TESTIMONIANZE PARLANO DI "CALMA TESA"  

“Calma tesa”: queste le parole ricorrenti utilizzate per descrivere la situazione questa mattina dalle fonti che la MISNA ha interpellato in varie zone del Kenya, incluse quelle maggiormente colpite dalle violenze etnico-politiche legate alle elezioni presidenziali. “Stamani in città c’è un po’ di calma ma moltissima tensione” dice alla MISNA padre Nixon Oira, della Commissione giustizia e Pace delle diocesi di Eldoret contattato nella Cattedrale della città dove si trovano rifugiati da 48 ore alcune migliaia di persone, fuggite alle violenze che hanno sconvolto le zone intorno a Eldoret, risparmiando per ora il centro città. “C’è molta paura. Siamo isolati. Le principali strade che portano fuori città sono bloccate da gruppi di giovani armati che chiedono l’identità, il ponte che collega con Nakura è stato distrutto. I pochi che sono riusciti a lasciare Eldoret lo hanno fatto scortati dalla polizia. Profughi sono assiepati nelle parrocchie, nelle scuole, nei commissariati di polizia”. Nella sola cattedrale si trovano al momento tra le 7000 e le 10.000 persone, altre migliaia sono rifugiate in alcune parrocchie (3000 vengono segnalate nella parrocchia di Langas), ma anche in almeno una moschea cittadina. Secondo un bilancio diffuso ieri dalla Croce Rossa, sarebbero almeno 100.000 le persone colpite dalle violenze degli ultimi giorni, soprattutto nell’ovest del Kenya, e che sono state costrette a fuggire, anche nella confinante Uganda, cercando riparo altrove. “Dare da mangiare a questa gente è adesso il problema principale. Tra le chiusure degli esercizi commerciali per le festività, i saccheggi e il blocco delle arterie che collegano la città con l’esterno siamo a corto di beni di prima necessità. Cibo, acqua e benzina sono i bisogni più urgenti” aggiunge da Eldoret padre Oira. Scenari pressoché identici sono stati raccontati dalle fonti interpellate a Kisumu, terza città del paese sempre nell’ovest del Kenya, e a Mombasa, entrambe teatro tra il 30 e il 31 dicembre delle violenze più gravi. A Kisumu i commercianti questa mattina hanno cominciato a fare i bilanci dei danni causati dalle violenze: “Anche se i negozi rimangono chiusi e i segni delle violenze sono ben visibili, le strade stanno pian piano riprendendo un aspetto normale e molte barricate si sono dissolte” ha detto alla MISNA padre Joseph Otieno, missionario della Consolata a pochi chilometri dalla cittadina dell’ovest, teatro nei giorni scorsi di incidenti e scontri. “ La Croce Rossa sta distribuendo acqua potabile e cibo agli sfollati e a coloro che hanno preferito lasciare la città per rifugiarsi nelle campagne, dove l’atmosfera è più tranquilla”. Situazione simile anche a Likoni, nei pressi di Mombasa: “Circa 200 persone sono venute a rifugiarsi nel nostro centro nelle scorse due notti. Ancora per oggi la situazione sembra essere tesa e molto dipenderà dalla manifestazione di domani a Nairobi. La gente è ancora spaventata e in molti si sono diretti a Mombasa per comprare beni di prima necessità nel caso le cose, nei prossimi giorni dovessero peggiorare” dice padre Michael Njagi missionario saveriano. “Questa situazione sta determinando un notevole aumento dei prezzi e alcune persone hanno dato inizio a una vera e propria borsa nera per i generi più richiesti” aggiunge il missionario da Likoni. Gli occhi del paese comunque sono tutti puntati su Nairobi per la grande manifestazione convocata domani - e già vietata dalla polizia - all’Uhuru Park da Raila Odinga, il candidato dell’opposizione che contesta la sconfitta alle presidenziali. Eventuali nuove violenze a Nairobi potrebbero provocare una nuova fiammata di scontri anche nelle altre aree del paese. Nonostante alcuni volantini diffusi oggi da gruppi armati legati all’etnia kikuyu (quella a cui appartiene il presidente Kibaki e che è al momento principale bersaglio delle violenze in corso nell’ovest, da Edloret a Kisumu) e che minacciano rappresaglie, la situazione nelle periferie povere di Nairobi oggi è “calma”. “Si sta cercando di far raggiungere un accordo politico ai partiti del paese prima della manifestazione di domani. Solo così forse si potrà evitare che la situazione sfugga definitivamente di mano” dice una fonte diplomatica occidentale contattata dalla MISNA a Nairobi. (a cura di Massimo Zaurrini e Alessia de Luca)  


KENIA   2/1/2008   10.39  

UNIONE AFRICANA AVVIA MEDIAZIONE, IL PAESE CHIEDE INTESA POLITICA  

È atteso oggi a Nairobi il presidente dell’Unione Africana (Ua), il capo di stato ghanese John Kufuor, che dovrà incontrare i principali protagonisti delle elezioni presidenziali del 27 dicembre scorso, il cui esito contestato ha dato il via a una serie di violenze che hanno provocato la morte di un numero ancora imprecisato di persone – si va dalle 120 confermate dalla Croce Rossa alle circa 300 riportate dai principali mezzi di informazioni locali e internazionali – il ferimento di un migliaio e lo sfollamento di almeno altre 100.000 secondo le ultime stime. La mediazione di Kufuor si affianca a quelle avviate nelle ultime 48 ore dalla diplomazia internazionale e dall’ex-presidente della Sierra Leone Ahmad Tejan Kabbah che, in qualità di capo della missione elettorale del Comonwealth, ieri ha incontrato il presidente keniano Mwai Kibaki, Railda Odinga (principale candidato dell’opposizione che si dichiara vincitore delle elezioni) e Kalonzo Musyoka, altro esponente di spicco della minoranza giunto terzo al voto. Secondo indiscrezioni pubblicate dalla stampa locale, che cita fonti “ben informate”, Kabbah ieri avrebbe strappato ai tre esponenti un consenso per la diffusione di un messaggio congiunto alla nazione nel quale invitare alla calma la popolazione. Ancora incerto, invece, il raggiungimento di un accordo politico: se Musyoka si è detto favorevole alla formazione di un governo d’unità nazionale, il gruppo di Odinga ritiene che la nascita di un tale esecutivo costituirebbe un’implicita ammissione della vittoria di Kibaki e continua perciò a chiedere il riconteggio dei voti da parte di un’istituzione indipendente. Una soluzione prospettata già ieri dagli osservatori elettorali dell’Unione Europea e che oggi potrebbe essere appoggiata anche dalla Chiesa keniana. Un forte appello ai politici affinché trovino un’intesa arriva anche dai mezzi di informazione keniani. “Questa follia non può andare avanti” si legge nell’editoriale ‘Date un’opportunità alla pace’ comparso oggi sul ‘Nation’, il principale quotidiano keniano che già ieri aveva dedicato un’interessante fondo alle violenze del paese sottolineando le responsabilità della politica e dei due principali candidati alle presidenziali Kibaki e Odinga nell’aver “attizzato” il fuoco e gli scontri etnici che continuano a interessare alcune zone del paese. “La bestialità alla quale è stato dato libero sfogo in questi giorni non può essere trattata come una semplice questione di ordine e sicurezza. Serve uno sforzo diretto e congiunto di tutti i principali attori politici, il cui duello per la presidenza ha incendiato tutto. È gratificante sentire che sia il presidente Kibaki sia il suo oppositore Odinga si sono detti pronti a dialogare per trovare la pace. Bene ora è il momento che passino da mere dichiarazioni a impegni concreti, mettendo da parte ogni condizione per il bene del paese”.  


KENIA   2/1/2008   8.28  

APPELLO DEI MUSULMANI ALLA PACE, AUMENTANO GLI SFOLLATI  

“Quello di cui abbiamo bisogno adesso è la pace perchè nessun passo avanti positivo può essere compiuto nel caos; i keniani sanno che gli atti di violenza servono solo a danneggiare il paese”: lo ha detto Muhdhar Khitamy , presidente della rappresentanza di Mombasa del Supkem, Supremo consiglio dei musulmani del Kenya, definendo privi di senso le uccisioni e i saccheggi di massa che hanno raggiunto anche alcune località costiere sull’Oceano Indiano come Kilifi, Diani and Wundanyi, in cui si conterebbe un totale di 16 vittime. Anche il Supkem, come hanno già fatto tutte le istituzioni e le personalità keniane e straniere che non si sono schierate né con il presidente-eletto Mwai Kibaki né con il suo avversario Raila Odinga, ha chiesto ai principali esponenti politici del paese di incontrarsi per discutere delle loro divergenze e tentare di comporle. Anche Alhaji Abdullahi Kiptonui, vice presidente nazionale del Supkem, unendosi all’iniziativa dei musulmani di Mombasa, principale città costiera del Kenia, poco a sud di Malindi, chiede a tutti i keniani di mettere da parte le loro differenze tribali e di tornare a vivere in armonia “ come era già consuetudine”. In un’altra distinta dichiarazione, Sheikh Ali Shee, presidente della “Islamic Lobbying for Justice and Truth”, ha sottolineato che un eventuale riconteggio dei voti espresso per la presidenza dovrebbe essere accettato sia da Kibaki che da Odinga. “ I musulmani non devono partecipare a disordini, uccisioni di persone innocenti o distruzioni di proprietà perchè contrari agli insegnamenti dell’Islam. Molto meno equilibrata la posizione espressa da “Coast Human Rights Network”, una rete di 16 organizzazioni che hanno chiesto l’intervento di magistrati del Commonwealth per un eventuale riconteggio dei voti e chiedono intanto a Kibaki di dimettersi. Secondo fonti di stampa locale, il totale delle vittime degli scontri - che includono una componente etnico-tribale ma appaiono motivati soprattutto dall’ appartenenza a violenti e facinorosi dei gruppi politici contrapposti di Kibaki e Odinga e una mano pesante della polizia – oscilla tra un minimo di 150 e un massimo di 300 persone, incluse le 35 perite nel rogo della chiesa pentecostale di Eldoret, un’essenziale ma facilmente infiammabile costruzione in legno a cui ancora non è chiaro né da chi né perché sarebbe stato appiccato il fuoco. Pur essendoci stata ieri una “corsa al rialzo” del numero di vittime - fino a 500 e perfino a 1000 o oltre, accompagnate da assurde voci di “genocidio” e situazioni “di tipo ruandese” - la Croce Rossa keniana non andava ieri sera oltre le 289. Più preoccupante sembra invece il numero degli sfollati che impauriti hanno lasciato le loro dimore e si contrebbero già nell'ordine di decine di migliaia.  


ITALIA   1/1/2008   20.07  

PADRE ALEX ZANOTELLI SU SITUAZIONE IN KENYA  

"La base degli scontri e' soprattutto di carattere economico...la mia esperienza di molti anni di vita in Kenya, a Korogocho, mi fa escludere decisamente che si possa arrivare a scontri interreligiosi; l'intesa tra le differenti religioni, con l'eccezione di piccoli gruppi di integralisti, e' stata sempre grande né gli islamici sono affatto coinvolti nelle vicende attuali": lo sottolinea il missionario comboniano Alex Zanotelli - in relazione a improbabili timori espressi da alcune fonti a proposito dell'incendio della chiesa pentecostale di Eldoret - in una dichiarazione diffusa da Napoli dove svolge ora la sua attività missionaria. "I kikuyu, l'etnia del presidente Kibaki, ha una lunga storia di potere non solo politico, ma anche economico sin dai tempi di Kenyatta, poi continuata durante il regime di Moi (concluso dopo 24 anni nel 2002 con l'elezione di Mwai Kibaki, ndr); adesso i Luo, l'etnia di Raila Odinga, vogliono recuperare questo potere economico e certo non vorrebbero lasciarsi sfuggire l'elezione del presidente, che ritenevano a portata di mano. Credo che questa sia la ragione della violenza degli scontri, in un sistema paese che peraltro e' violento per sua natura". Padre Zanotelli aggiunge: "Il problema e' tipicamente interno e deve essere risolto internamente" aggiungendo che la comunita' internazionale potrebbe al massimo chiedere la ripetizione della consultazione elettorale. "Questo mio e' solo un tentativo di riflessione dall'esterno - conclude padre Alex - sapendo peraltro che Raila Odinga ha sempre giocato la carta del personalismo. Mi auguro solo che questo contesto non sfoci in un clima da guerra civile".  


KENIA   1/1/2008   19.15  

VIOLENZE ELETTORALI: IN PARTE CONTINUANO MENTRE LA POLITICA CORRE AI RIPARI  

Da una Nairobi sostanzialmente tranquilla ormai da quasi 24 ore, continuano a ripetersi appelli alla riconciliazione e al dialogo tra i partiti politici nel tentativo di riportare la calma nel paese dove, a causa di scelte discutibili effettuate durante la campagna elettorale per il voto del 27 dicembre scorso - e che ha visto candidati a caccia di facili consensi giocare anche la carta della polarizzazione etnica -, ora si devono fare i conti con le violenze che da giorni stanno sconvolgendo i quartieri poveri di Nairobi e le principali città dell’est del Kenya, a cominciare da Eldoret. “Siamo chiusi in casa, c’è molta paura e tensione. Gruppi di giovani armati si aggirano ovunque e le violenze stanno sconvolgendo soprattutto le zone alla periferia di Eldoret, spingendo la popolazione alla fuga e a cercare riparo in città” dice una fonte della MISNA contattata sul posto nel pomeriggio. “La Cattedrale è piena di sfollati, forse quasi 5000 persone, così come tutte le altre chiese, cattoliche e non, della città, gli ospedali o i luoghi pubblici. Non ritengo che la polizia sia in grado di fronteggiare ancora a lungo la minaccia” aggiunge la stessa fonte. Secondo la Croce Rossa almeno 70.000 persone sono sfollate per le violenze degli ultimi giorni, mentre fonti di stampa riportano stime di circa 300 morti, una cifra non verificabile in alcun modo, dal momento che la stessa polizia ha apertamente ammesso di non essere in grado di fornire un bilancio. Ancora incerto perfino quel che è accaduto stamani nei pressi di Eldoret, quando un gruppo di giovani esaltati avrebbe appiccato il fuoco alla chiesa pentecostale di Kiambaa, dove avevano trovato rifugio decine di persone, prevalentemente di etnia kikuyu , la stessa del presidente Mwai Kibaki, la cui rielezione è stata contestata dall'avversario Raila Odinga di etnia luo. Varie fonti contattate dalla MISNA a Eldoret e nelle zone circostanti hanno in linea generale confermato la notizia, precisando però di non poter indicare nè il numero delle vittime nè la dinamica dei fatti ; la voce prevalente è che i morti siano una quarantina , tra cui molte donne e bambini, decedute a causa dell'incendio nella Chiesa o in ospedale a causa delle gravi ustioni. “Quello che sta succedendo non ha senso” dice alla MISNA il guardiano di una chiesa nel centro di Eldoret, appena rientrato da un giro in città. “Molte strade sono bloccate con pietre e sono stati allestiti posti di blocco da giovani armati che chiedono a chiunque i documenti d’identità. È impossibile uscire soprattutto con il sopraggiungere della notte” . Lo scenario di oggi a Eldoret rievoca quello di ieri a Kisumu o a Mombasa (vedi notizie MISNA di ieri) e che riguarda anche altre zone ‘periferiche’ del paese. “Se la situazione a Nairobi oggi sembra essere tornata alla calma e la vita di tutti i giorni riprende timidamente – dice alla MISNA padre Gigi Anataloni, missionario della Consolata nella capitale keniana – continuiamo a ricevere notizie di tensioni e violenze dalle zone occidentali e settentrionali del paese”. Tensioni che vedono contrapposti giovani non solo ‘kikuyu’ e ‘luo’, ma anche ‘nande’, ‘samburu’ o degli altri 42 gruppi culturali presenti nel paese che , di luogo in luogo, si scambiano il ruolo di vittima e aggressore. “Personalmente ritengo che, soprattutto nel nord del mondo, spesso si ricorra alla dimensione etnica per raccontare in maniera semplicistica e superficiale i conflitti e le tensioni africane ; devo dire però che questa volta si tratta, purtroppo, di scontri anche etnici, alimentati dalla scelta di politici e candidati alle ultime elezioni di ricorrere alla carta tribale nei loro comizi elettorali. Dopo aver seminato vento, ora stanno raccogliendo tempesta” dice alla MISNA padre Renato ‘Kizito’ Sesana. Anche per questo nelle ultime ore si sta lavorando molto per un dialogo aperto tra tutte le forze politiche del paese e si rincorrono gli appelli, interni e internazionali (ultimo quello dell’Unione Africana) alla “concertazione” tra i diversi gruppi politici. Fonti diplomatiche occidentali, che hanno chiesto l’anonimato, hanno spiegato alla MISNA che si sta lavorando per convincere le forze politiche ad accettare l’idea di un governo d’unità nazionale. Una conferma a questa strada, “l’unica percorribile a breve termine” secondo la fonte della MISNA, sembra arrivare dalla notizia della formazione di tre comitati speciali ‘ad hoc’ costituiti ieri ( vedi notizia di stamattina alle 9.17) e dall’incontro che si dovrebbe tenere in serata tra gli esponenti dei principali partiti del paese per lanciare un appello alla calma generale e trovare un’intesa politica sulle modalità con cui spegnere i fuochi accesi. Altre fonti parlano di un’intesa tra le forze politiche keniane per la stesura di una nuova costituzione – includendo magari la figura di un primo ministro – e successivamente un ritorno alle urne. La strada più semplice per uscire dallo stallo attuale, secondo le informazioni raccolte in ambienti politici keniani, potrebbe però essere quella della costituzione di un tribunale speciale indipendente incaricato di riprendere in mano i voti e effettuare un nuovo spoglio delle schede sulla base dei dati redatti dalle circoscrizioni, indagando sui casi di brogli che sia il partito di governo che quello dell’opposizione sembrano aver effettuato sulla base di piani ben precisi. (a cura di Massimo Zaurrini)  


KENIA   1/1/2008   16.15  

ANSA DA MALINDI: UN KENYA A SE' STANTE?  

Rilanciamo questa corrispondenza da Nairobi dell'agenzia di stampa italiana ANSA alle ore 15.32 di oggi, che descrive un angolo di Kenya nel bene e nel male molto diverso dall'immagine prevalente che giunge da quel paese in queste ultime ore. Ne sottolineiamo in particolare le ultime righe:

"Altro che sparatorie: fuochi d'artificio, luminarie, grandi cenoni con aragoste, tutto pieno: così è stato il Capodanno a Malindi e dintorni, dove attualmente si contano tra i 2.500 ed i 3.000 turisti italiani. "Nessun problema, una bellissima festa continua, con tantissima gente", conferma telefonicamente all'Ansa il console italiano onorario Roberto Macrì. "Tutti i locali erano pieni, come le case private, le tante dei Vip sempre più numerosi, e quelle di gente normale qui in vacanza. Non sembrava di essere nel Kenya che vive il dramma di questi giorni; gli alberghi sono tutti gremiti, come sempre". Unico problema, segnala, la mancanza di carburante. "C'é stato -spiega- un fenomeno di accaparramento da parte dei locali, forse per timore di scarsità, forse, da parte dei trasporti pubblici, per aumentare le tariffe. Certo, da ieri è difficile fare benzina, e c'é stato anche qualche accaparramento di cibo, ma niente, almeno finora, che possa avere contraccolpi sul turismo". Il console ha anche smentito che sia stata interrotta ieri la strada Mombasa-Malindi. Qualche blocco -spiega- ma non lungo, ed in alcuni tratti, nei cui dintorni c'erano scontri; era comunque sempre possibile, seppur facendo magari dei giri più lunghi, spostarsi.

Alcuni italiani in vacanza, peraltro, raggiunti telefonicamente, hanno detto di non aver affatto brindato, e di avere solo voglia di rientrare non tanto per paura, ma perché fare festa ora in Kenya apparirebbe loro poco morale.
[Ringraziamo l'ANSA e tutti i suoi colleghi, incluso Lucia no Caqusa a Nairobi, augurando a tutti, per quello che è possibile, un anno di serenità e di pace,anche per il Kenya e altre zone del mondo che ne hanno specialmente bisogno, dalla Terrasanta al Pakistan alla Somalia]
 


KENIA   1/1/2008   15.58  

ELDORET: NUMEROSE VITTIME DI UN INCENDIO IN UNA CHIESA  

Un numero per ora imprecisato di persone - fonti diverse di polizia, di istituzioni locali e di stmpa c ne indicano da una dozzina a più di 40, inclusi alcuni bambini e donne - sarebbero morte a causa di un incendio sviluppatosi – per cause ancora tutte da accertare – in una chiesa della zona di Kiambaa a Eldoret, una zona che ha trascorsi di scontri etnici e che dopo le elezioni del 27 dicembre è stata luogo di violente proteste. La Croce Rossa , senza poter confermare alcun numero di vittime, ha detto a organi di stampa locali e internazionali che 42 persone con gravi ustioni sono state ricoverate in ospedale. La notizia, tutta confermare con fonti che per ora si sono rivelate irraggiungibili, rischia di riaccendere in maniera preoccupante l’atmosfera di violenze che sembrava sopita durante la scorsa notte e nel primo mattino di oggi, nonostante gli ultimi bilanci di 250 vittime diffusi da fonti dell’opposizione e non confermati da organismi indipendenti; sono stati fatti circolare anche bilanci nazionali, per il momento assolutamente non verificabili anche a causa dell’impossibilità di far ispezionare a osservatori indipendenti, alcune delle località coinvolte, 500 vittime causate dalle violenze successive ai risultati elettorali.  


KENIA   1/1/2008   9.17  

AL LAVORO PER PACE E RICONCILIAZIONE CON COMITATI " AD HOC"  

Il governo ha annunciato ieri sera la costituzione di tre diversi comitati - Peace and Reconciliation, Legal Affairs e Media and Information – incaricati di riportare la pace nel paese e di svolgere un’opera di riconciliazione con gli esponenti dell’opposizione. Si è anche costituito un altro comitato indipendente di keniani “eminenti” – l’ambasciatore Bethuel Kiplagat, lo studioso di pace e d’economia George Wachira e gli ex-generali Daniel Opande e Lazarus Sumbeiywo – che hanno già cominciato a lavorare per i medesimi obiettivi. Nel frattempo, quattro membri della “Electoral commission of Kenya” (Eck) - Jack Tumwa, D.A. Ndamburi, Samuel arap Ngeny e Jeremiah Matagaro – si sono detti favorevoli a un’inchiesta indipendente per accertare se qualcuno degli addetti alle operazioni di scrutinio, raccolta e comunicazione dei risultati elettorali sia sia davvero reso responsabile delle presunte irregolarità su cui l’opposizione al presidente eletto Mwai Kibaki ha innescato le proteste che stanno seminando vittime e danni in diverse zone del paese. Sostenendo di essersi limitati a rendere noti i risultati giunti da tutto il paese al “Kenyatta international conference centre”, i quattro hanno citato il caso della circoscrizione di Molo i cui risultati per il voto presidenziale annunciati a Nairobi sarebbero stati diversi da quelli letti nella circoscrizione, con una differenza a favore di Kibaki che, secondo alcuni, sarebbe andata da 50.145 a 75.261. Tumwa e gli altri tre hanno anche sollecitato il “Kenya Domestic Observers Forum”, l’organizzazione degli osservatori elettorali keniani, a completare al più presto il suo lavoro, rendendosi disponibili a collaborare nel caso di un’inchiesta indipendente. L’ex presidente della Sierra Leone Ahmad Tejan Kabbah, capo del “Commonwealth Observer Group” ha espresso soprattutto preoccupazione per la violenza delle proteste. Preoccupazione e inviti a una soluzione pacifica della controversia elettorale sono stati espressi anche dall'Unione Africana e dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon; si configura quasi come una "gaffe" il doppio standard adottato da Washington che con un portavoce si è omplimentato con Kibaki per la rielezione e con un altro ha poi definito "un errore" quella prima manifestazione di simpatia. Anche Londra (da cui il Kenya ottenne l'indipendenza nel 1963, più tardi di altri paesi africani) ha espresso riserve sul risultato elettorale ma sembra che il primo ministro abbia poi avuto contatti telefonici con esponenti keniani. Altre preoccupazioni sono emerse in una dichiarazione dell'Unione Europea. Molto incerti, e tuttora difficili da verificare, restano i diversi bilanci di vittime in circolazione; dalle 100 circa indicate ieri sera dalla Croce Rossa alle 180 e più suggerite stamani da altre fonti locali.  


KENIA   31/12/2007   16.35  

ELEZIONI (4): RINVIATA MANIFESTAZIONE, APPELLI PER RICONTEGGIO VOTI  

È stata rinviata al 3 gennaio prossimo la manifestazione che si sarebbe dovuta tenere oggi pomeriggio a Nairobi per volontà dell’opposizione guidata da Raila Odinga, il candidato del movimento “Arancio” uscito sconfitto dalle elezioni presidenziali con uno scarto di oltre 200.000 voti. Parlando ai giornalisti insieme ai 100 parlamentari del suo partito eletti col voto del 27 dicembre scorso, Odinga ha definito “colpo di stato civile” la riconferma del presidente Mwai Kibaki e ha chiesto ai keniani di scendere in strada giovedì per portare almeno un milione di persone in piazza a Nairobi e altre centinaia di migliaia in tutto il paese. Dopo aver ribadito di non riconoscere Kibaki come presidente eletto, Odinga ha lanciato un appello alla calma, sottolineando che violenze e atti criminali non aiutano il paese. Gruppi della società civile, esponenti religiosi, musulmani, cattolici e protestanti, hanno invitato tutti alla calma, chiedendo al mondo politico di abbassare i toni e di avviare un riconteggio dei circa 200.000 voti di scarto tra i due principali candidati. Molti anche gli inviti a un dialogo diretto tra il presidente Kibaki e lo sfidante Odinga (suo ex-ministro).  


KENIA   31/12/2007   15.38  

ELEZIONI (3): KISUMU E MOMBASA, FAMIGLIE IN FUGA SI RIFUGIANO NELLE CHIESE  

“Ci sono intere famiglie che si stanno dirigendo a piedi verso le aree rurali, cercando di allontanarsi dalla città prima che cali la notte, nel timore che le loro case vengano attaccate o date alle fiamme. Uomini, ma soprattutto donne e bambini stanno cercando riparo nelle campagne e nei poderi”. La voce di padre Michael Njagi, missionario della Consolata contattato dalla MISNA a Likoni, alla periferia di Mombasa, è quasi coperta dalle voci della gente che si è riversata per le strade nelle ultime ore, chiedendo asilo alle chiese e negli ospedali. “Per questa notte ospiteremo alcuni di loro qui nel centro, davanti alla Chiesa della missione c’è un ampio cortile – dice il religioso – dove potranno restare almeno fino a quando la situazione non sarà più calma”. Quasi tutti gli sfollati sono di etnia Kikuyu, quella a cui appartiene il presidente Mwai Kibaki, insediatosi ieri per un secondo mandato dopo aver vinto le elezioni del 27 dicembre, costretti alla fuga da bande di giovani Luo, l’etnia del candidato di opposizione Raila Odinga, uscito sconfitto dalle urne. La pericolosa etnicizzazione del voto emersa in campagna elettorale, quando numerosi candidati hanno rispolverato la carta etnica per catalizzare il consenso, in queste ore sta provocando i danni temuti. Lo scenario descritto dal responsabile del centro di accoglienza di Likoni, infatti, non sembra essere isolato e anche da Kisumu, cittadina dell’ovest del paese la MISNA ha raccolto testimonianze simili: “Decine e decine di persone bussano alla nostra porta in cerca di accoglienza – ha raccontato padre Joseph Otieno – sono tutti di etnia kikuyu e molto spaventati dalle violenze e gli scontri a fuoco che si stanno verificando negli ‘slums’, le zone più degradate e a maggiore mescolanza etnica del paese”. Intanto la televisione di stato keniana ha annunciato che i morti, dal momento della proclamazione di Mwai Kibaki alla presidenza, ieri nel pomeriggio, sarebbero 130, con le ultime sei vittime proprio a Mombasa, città costiera nel sud del paese. Un bilancio non immediatamente verificabile con fonti indipendenti.  


 KENIA   31/12/2007   13.30  

ELEZIONI (2): VIOLENZE IN VARIE CITTÀ, COPRIFUOCO A KISUMU E “CACCIA AL KIKUYU  

Si stanno estendendo a macchia d’olio in varie città del Kenya le violente manifestazioni dei sostenitori dell’opposizione, che contestano i risultati delle elezioni, e i conseguenti scontri con le forze di sicurezza e che finora (secondo un ultimo bilancio fornito dalla televisione nazionale e basato più su stime che su un vero conteggio) avrebbero provocato la morte di oltre 140 persone. Secondo fonti della MISNA interpellate in varie zone del paese, tensioni e violenze sono in corso a Kisumu, dove le autorità stamattina hanno imposto un coprifuoco, ma anche a Kitale, Nakuru, Eldoret, Likoni, Mikindani (tutti centri nell'ovest del paese) e Mombasa, principale città costiera del Kenia. “La situazione a Kisumu è preoccupante – ha detto padre Joseph Otieno, missionario della Consolata residente alla periferia della cittadina, feudo dell'etnia Luo, a cui appartiene il leader dell'opposizione Raila Odinga – la gente non può entrare né uscire se non a piedi o in bicicletta perché le strade sono sbarrate da assembramenti di uomini armati che danno la caccia ai Kikuyu, (etnia alla quale appartiene anche il presidente Mwai Kibaki, ndr)”. Testimoni oculari parlano inoltre di una quarantina di morti, corpi senza vita abbandonati nelle strade, con evidenti ferite da proiettile alla testa. “Una situazione molto tesa – aggiunge il missionario – accompagnata da saccheggi e atti di vandalismo che colpiscono soprattutto i chioschi, piccoli supermercati, perlopiù appartenenti a cittadini Kikuyu”. Scene analoghe di “caccia al kikuyu” - influente e potente gruppo etnico keniano, al quale appartiene il 22% della popolazione - si starebbero verificando anche in molte altre zone del paese ( Kuresoi, Molo, Kakamega, Busia, Kisumu, Ahero, Migori, Kericho, Kitale, Lugari and Homabay), inclusa Mombasa e alcuni centri abitati della sua provincia, dove secondo fonti della MISNA centinaia di kikuyu starebbero cercando rifugio nelle Chiese. “A Mombasa da ieri ci sono gruppi di manifestanti che bruciano copertoni e sfilano per le strade principali” dice una fonte della MISNA contatta in città, precisando tuttavia che “le violenze per ora sono confinate alle zone periferiche e agli ‘slums’”. La stessa fonte riferisce inoltre che le violenze avrebbero provocato “numerose vittime”, ma non è in grado di fornire un bilancio preciso. Ieri, subito dopo il giuramento per un nuovo mandato, il presidente Kibaki aveva invitato la popolazione alla calma e alla riconciliazione. L’opposizione tuttavia ha annunciato una grande dimostrazione alle 14 di oggi allo Huuru Park di Nairobi, per manifestare il dissenso ne confronti di presunti ‘brogli’ avvenuti durante lo scrutinio elettorale e rigettare la rielezione di Kibaki. [AZ/MZ](vedi anche notizia KENYA ore 10:10)


KENIA   31/12/2007   10.10  

ELEZIONI: “CALMA INNATURALE” A NAIROBI DOPO GLI SCONTRI DELLA NOTTE  

“La tensione resta alta e si sono registrati scontri in tutta la città. Gli uomini girano in gruppi armati di machete e le donne con sassi e pietre, mentre molte baracche sono state date alle fiamme”. Lo ha detto alla MISNA, padre ‘Kizito’ Sesana, missionario comboniano nella baraccopoli di Kibera, uno dei più grandi ‘slums’ di Nairobi, capitale del Kenya. “Si assiste ad uno spettacolo insolito per chi vive nella città – aggiunge il missionario – con strade deserte, finestre sbarrate e una calma del tutto innaturale. La gente aspetta che l’atmosfera si distenda per riprendere la vita di sempre”. Le violenze divampate a Nairobi e nelle principali città del paese, sono aumentate dopo l’annuncio, ieri sera, dei risultati delle elezioni presidenziali che accordano la vittoria al presidente Mwai Kibaki per un secondo mandato. I mezzi di informazione parlano di almeno 18 morti da ieri: sette persone uccise a Kisumu, roccaforte dell’opposizione, altre sette a Nakuru nella valle del Rift e quattro vittime in uno scontro tra tribù rivali a Cheber, villaggio poco distante. “Il problema della etnicizzazione dello scontro politico – spiega Kizito – esiste ed è pericoloso. A Kibera, ad esempio, e nelle altre baraccopoli, la tensione tra Luo (etnia dello sfidante Raila Odinga) e Kikuyu (alla quale appartiene il presidente Kibaki) ma anche Akamba e Kisii (altri due gruppi etnici nazionali), rischia di degenerare in conflitto”. Dopo giorni di violenze e caos, Raila Odinga, capo del movimento d’opposizione “Arancio” - che secondo i risultati annunciati ieri è stato sconfitto dal presidente Mwai Kibaki riconfermato con uno scarto di oltre 200.000 voti - ha invitato i keniani a contestare il risultato con una manifestazione che dovrebbe svolgersi oggi pomeriggio al centro di Nairobi, nonostante l’esplicito divieto della polizia. Tafferugli e scontri tra gruppi di giovani e poliziotti sono stati segnalati già in mattinata in alcune zone della città. (per una lista degli articoli dedicati nelle ultime ore ai principali avvenimenti del Kenya cliccare, in ‘home page’, sulla freccetta azzurra alla sinistra del paese)  


KENIA   31/12/2007   8.31  

OPPOSIZIONE CONTESTA RISULTATO ELETTORALE, MANIFESTAZIONE A NAIROBI  

Raila Odinga, capo del movimento d'opposizione "Arancio" - che secondo i risultati annunciati ieri è stato sconfitto dal presidente Mwai Kibaki riconfermato con uno scarto di oltre 200.000 voti - ha invitato i keniani a contestare il risultato con una manifestazione che dovrebbe svolgersi oggi pomeriggio al centro di Nairobi. “La Commissione elettorale ha accordato la vittoria a Kibaki con la frode –sostiene un comunicato dell’Odm diffuso ieri sera – e quindi il partito invita i cittadini a rigettare questi dati e a riunirsi allo Huuru Park (parco della libertà, ndr) di Nairobi per la presentazione alla nazione del nuovo presidente eletto, Raila Odinga”. Fanno gioco a Odinga i sospetti avanzati da Londra sulla regolarità delle operazioni di scrutinio; il Kenya è un ex-colonia inglese che soprattutto negli ultimi anni ha aperto ad altre presenze straniere. Ieri sera l’annuncio della manifestazione di oggi era stato seguito da scontri nella capitale e nelle principali città dell’ovest del paese, roccaforte dell’opposizione, tra polizia e facinorosi scesi in piazza a manifestare il dissenso per la rielezione di Kibaki. Secondo alcune fonti di stampa, da verificare, non sarebbero poche le vittime nel paese in seguito ai disordini e agli scontri di ieri e della notte.  


KENIA   30/12/2007   20.31  

ELEZIONI(6): “VEDO IL FUMO DEGLI INCENDI DI KIBERA” DICE UN MISSIONARIO  

“Da qui si vede il fumo degli incendi appiccati nella baraccopoli di Kibera; ci sono stati scontri per tutta la giornata ma ora, con l’arrivo del buio, la situazione si fa ancora più pericolosa”: lo ha detto stasera alla MISNA padre Gigi Anataloni, missionario saveriano nel Westland, area alla periferia nord-ovest di Nairobi dove in queste ore si stanno moltiplicando i disordini successivi all’annuncio dei risultati elettorali “A peggiorare la situazione c’è il fatto che i trasporti sono bloccati da giorni, prima a causa delle festività e poi in seguito alle violenze, e che mancano beni di prima necessità come pane, latte e verdure – prosegue il missionario – ma la gente non ha il coraggio di uscire per timore di essere coinvolta negli scontri”. Intanto Raila Odinga ha invitato i keniani a rifiutare i risultati ufficiali e ha indatto una manifestazione di protesta per domani a Nairobi.  


KENIA   30/12/2007   18.30  

KIBAKI GIURA E DICE: “ABBRACCIATEVI TUTTI COME FRATELLI E SORELLE”  

“La tensione rimane alta in tutta la città, soprattutto negli ‘slums’ dove già si sono verificati scontri con diverse vittime, anche se il bilancio è difficile da confermare. Le prossime ore, che seguiranno l’annuncio dei risultati elettorali, saranno le più difficili”: lo dice alla MISNA padre Kizito Sesana, missionario a Nairobi, poco dopo l’annuncio da parte della Commissione elettorale keniana (Eck) della vittoria del presidente Mwai Kibaki. Intanto, a Kibari, enorme baraccopoli alle porte della capitale, centinaia di manifestanti sono scesi per le strade per manifestare il loro dissenso. “I sostenitori del Partito democratico arancio (Odm) di Odinga – sottolinea padre Kizito – si sono illusi di vincere perché le prime circoscrizioni ad essere conteggiate erano quelle delle loro roccaforti. Quando sono cominciati ad arrivare i risultati delle altre province del paese, soprattutto la ‘Central zone’, si è visto che Odinga perdeva terreno a favore i Kibaki e sono cominciate le accuse di brogli”. Secondo il missionario, però, le votazioni si sono svolte nella calma e “non si può parlare di manipolazioni se non quando se ne hanno le prove”. Incidenti si sono verificati anche a Kisumu, Kisi e Kakamega nell'ovest del paese, poco dopo che il presidente Kibaki ha giurato nei giardini della State House, a un’ora della proclamazione ufficiale della sua vittoria per un secondo mandato. “Invito tutti i candidati e tutti i keniani ad accettare il verdetto popolare e ad abbracciarsi gli uni con gli altri come fratelli e sorelle - ha detto Kibaki invitando la cittadinanza alla riconciliazione subito dopo il giuramento – poiché apparteniamo tutti ad una sola famiglia, il Kenia”. Secondo il capo della Commissione elettorale Samuel Kiwuito, che ha annunciato i risultati definitivi alla tv di stato dopo che una precedente conferenza stampa al Kenyatta International Conference Centre si era conclusa nel caos generale, Kibaki avrebbe vinto con uno scarto di circa 230.000 preferenze sullo sfidante, mentre al parlamento la maggioranza risulta, almeno per il momento, all’opposizione, con 88 seggi contro i 32 del Pnu. “Le accuse di irregolarità mosse dall’Odm sono ora materiale per la magistratura e la Commissione non ha alcuna giurisdizione in proposito” ha aggiunto Kiwuito. “Nonostante la vittoria, il governo di Kibaki si trova davanti un cammino difficile – ha concluso padre Kizito – con 20 ministri che non sono stati rieletti; la popolazione ha voluto mandare un messaggio forte alle autorità”.  


ITALIA   30/12/2007   16.36  

ELEZIONI (5): LA SOLIDARIETA' DI "W NAIROBI W" E DI PADRE ZANOTELLI  

Riceviamo il seguente comunicato, redatto in Italia subito prima della notizia della rielezione di Kibaki che non ne intacca però il contenuto:
"Solidarietà e appoggio molto determinati sono i sentimenti che la campagna "W NAIROBI W" sente di esprimere in questo momento drammatico ai fratelli keniani della baraccopoli di Korogocho e ai padri comboniani Daniele Moschetti e Paolo Latorre per la testimonianza che stanno rendendo con la loro presenza e la loro azione in favore della popolazione che rischia di subire ancora una volta le conseguenze nefaste di una situazione politica delicata. Nonostante le elezioni presidenziali si siano svolte con estrema correttezza e nel pieno del rispetto delle leggi, nelle ore successive allo spoglio delle schede elettorali una forte tensione si è sviluppata tra elementi dei clan dei due contendenti principali, i Luo e i Kikuyu. La lentezza delle assegnazioni dei voti e l’incertezza crescente sul risultato finale ha fatto scoppiare violenze, partite dallo slum di Kibera e successivamente estese ad altri, per finire a Korogocho, dove gli scontri hanno prodotto la morte di sette residenti, tra i quali due bambini. Rattristati da questi episodi, tutti i partecipanti a "W NAIROBI W" ribadiscono oltre che una forte solidarietà umana anche un ringraziamento a Padre Daniele e a Padre Paolo per il loro impegno a restare a Korogocho ed a continuare a vigilare ed operare perchè le tensioni siano sopite e perchè la buona volontà e l’equilibrio possano prevalere. "Piena e convinta solidarietà - sottolinea padre Alex Zanotelli che ha vissuto a lungo in Kenya e ha fatto conoscere al mondo i problemi degli slums di Nairobi, a partire da Korogocho -per uomini e donne di Korogocho e per i confratelli Daniele e Paolo che hanno deciso di non abbandonarli in questo momento. Nessuno tocchi Daniele e Paolo , abbiamo detto in conferenza stampa oggi e lo ribadiamo, convinti che ‘un altro mondo e’ possibile’ anche per i disperati di Korogocho".
 


KENIA   30/12/2007   16.25  

ELEZIONI (4): CONFERMATA RIELEZIONE KIBAKI  

Il missionario Kizito Sesana ha confermato alla MISNA che Kibaki è stato rieletto presidente con circa 230.000 voti di scarto rispetto a Odinga. L'agenzia Ansa, che ha una sede a Nairobi, riferisce una comunicazione del capo della Commissione elettorale Samuel Kiwuito secondo la quale Kibaki ha ottenuto 4.584,721 voti e Odinga 4.352.993. Kibaki giurerà quasi certamente già nel pomeriggio alla State House. E' parere di molti osservatori che possano ora seguire, tra stasera e stanotte, altre ore di tensione.  


KENIA   30/12/2007   16.07  

ELEZIONI (3): HA VINTO KIBAKI? SI ATTENDONO CONFERME  

Si è appena sparsa lo voce che il presidente Kibaki avrebbe ufficialmente vinto le elezioni e sarebbe stato quindi riconfermato nel suo incarico di presidente. La notizia, data la confusione, la tensione e l’incertezza che regnano almeno da ieri a proposito della conclusione delle elezioni, attende conferma; la MISNA è in contatto con sue fonti a Nairobi che stanno effettuando accertamenti. Sul sitoweb “Kenya decides” per ora si può ancora leggere: “Chaos erupted in the hall”, il caso è scoppiato nella sala “subito dopo che il presidente della Commissione elettorale Samuel Kivuitu ha cominciato questo pomeriggio a leggere nuovamente i risultati quando rappresentanti del movimento Arancio hanno contesttao i risultati della circoscrizione di Molo”. Il sito precisa che William Ruto degli ‘Arancio’ contestava la non aderenza dei pochi risultati appena letti con quelli che a lui risultavano in arrivo dalla circoscrizione. Annunciando la nuova sospensione dei risultati, “Kenya decides” aggiunge: “Presto altri particolari”.  


KENIA   30/12/2007   15.29  

ELEZIONI (2): ULTERIORE RINVIO RISULTATI DOPO DURE PROTESTE OPPOSIZIONE  

causa di un deciso intervento di protesta di Odinga in persona e di alcuni suoi sostenitori, è stato d'improvvisso sospesa una conferenza-stampa in cui la Commissione elettorale stava per comunicare ulteriori risultati che vedrebbero nettamente in testa il presidente uscente KIbaki. Già ieri, si è appreso soltanto oggi, la Commissione stava per annunciare, quando mancavano i risultati di 19 circoscrizioni, un risultato che vedeva Kibaki in testa di ben 120.000 voti, dopo un incredibile recupero compiuto tra la notte e la mattinata. E già ieri, la Commissione avevano rinunciato a fornire tutti i dati in suo possesso a causa del clamore e della tensione dovuti alle forze di opposizione. L'annuncio conclusivo continua quindi a essere rinviato e imprevedibili sembrano divetare a questo punto gli sviluppi per quel che riguarda la proclamazione del vincitore. Sembra comunque confermato, al di là di tutta la confusione, che Kibaki sia ora piuttosto saldamente in testa ma che l'eventuale annuncio del vincitore - a causa della durezza con cui l'opposizione insiste su presunti brogli e delle possibili ulteriori gravi conseguenze in caso di manifestazioni di protesta violente - possa continuare a essere rimandato fino al delinearsi di una situazione meno tesa.[


 KENIA   30/12/2007   13.27  

ELEZIONI: RITARDANO I RISULTATI E PROSEGUONO I DISORDINI, FORSE RICONTEGGIO  

Arrivano più confuse e contraddittorie che mai le notizie sullo scrutinio delle schede per le elezioni presidenziali in Kenia. Se ieri, pur con diverse percentuali, i primi risultati parziali davano lo sfidante Raila Odinga in testa, da questa mattina alcuni mezzi di informazione hanno cominciato a diffondere la notizia di un avvenuto sorpasso dell’attuale presidente e candidato ad un nuovo mandato, Mwai Kibaki. Fonti locali hanno riferito alla MISNA che le informazioni sull’andamento dello scrutinio, ripreso stamattina dopo l’interruzione di ieri sera, arrivano frammentate e discordanti, con il solo risultato di acuire le tensioni già manifestatesi nei giorni scorsi. All’alba di oggi, intorno alle 4 di mattina, un gruppo di attivisti ha sfondato la porta di ingresso della sede in cui la commissione elettorale keniana (Eck) era riunita per ricontrollare eventuali errori nel conteggio. Dopo attimi di paura, i manifestanti – che chiedevano chiarimenti sulla lentezza con cui sta avvenendo lo spoglio – sono stati fatti uscire. Una vera e propria battaglia, invece, sarebbe esplosa nella notte a Korogocho, uno dei più grandi ‘slums’ di Nairobi, causando la morte di almeno sette persone, e le violenze si stanno moltiplicando in tutte le baraccopoli del paese, principali teatri di attrito tra le diverse tribù locali. Intanto il Partito di Unità nazionale(Pnu), di Mwai Kibaki avrebbe accettato l’ipotesi di un riconteggio totale delle schede elettorali, ma solo dopo la proclamazione del vincitore delle presidenziali, previsto oggi. Lo ha detto la televisione keniana; in precedenza Odinga aveva chiesto il riconteggio in alternativa all'ammissione di sconfitta da parte di Kibaki, ovvero alle sue dimissioni “per evitare che il paese cada nel caos”. Le due parti si accusano reciprocamente di massicci brogli elettorali, mentre gli osservatori dell'Ue, dopo aver parlato di votazioni corrette, cominciano ora ad avanzare critiche sull’andamento dello spoglio.  


KENIA   29/12/2007   21.16  

DISORDINI E TENSIONE (3): COMINCIA UNA NOTTE DI CONTROLLI SULLE SCHEDE  

La Commissione elettorale (Eck) dedicherà tutta la notte al riesame dei risultati di tutte le 210 circoscrizioni elettorali del paese “ per scoprire eventuali imprecisioni”; lo ha reso noto, dopo la sospensione dello scrutinio, Jack Tumwa, componente dell’Eck. Quando mancano i voti di 19 circoscrizioni, il conteggio reso noto vede Odinga a 3.880.053 e Kibaki a 3.842.051, una differenza di appena 38.002 voti; poche ore prima si aggirava intorno ai 300.000, con il 49,47% a favore di Odinga e il 45,35% per Kibaki. In considerazione della sequenza geografica delle zone scrutinate - prima circoscrizioni più vicine all’opposizione e poi le altre - l’andamento delle preferenze potrebbe essere del tutto regolare. Resta il fatto che gli attivisti di Odinga, già da giorni impegnati a diffondere l’idea di brogli (non confermati dagli osservatori) avrebbero avviato, secondo fonti di stampa internazionali, proteste più o meno violente un po’ovunque nel paese, procedendo soprattutto a saccheggi di supermercati e negozi. I portavoce dei partiti di Odinga e Kibaki hanno ripetuto più volte, ma a quanto pare con scarso successo, appelli alla calma. Fonti della MISNA a Nairobi confermano le tensioni e le violenze, in particolare negli slums della capitale, e sottolineano una sensazione di grande confusione. Entro domani, salvo ulteriori imprevisti, i risultati ufficiali dovrebbero essere noti.  


KENIA   29/12/2007   19.18  

DISORDINI E TENSIONE. . . (2): SOSPESO SCRUTINIO, SI PROFILA UN TESTA A TESTA  

La Commissione elettorale keniana (Eck) ha sospeso lo scrutinio delle schede elettorali alle 19 e 30 ora locale (le 17 e 30 in Italia), annunciando che il conteggio sarà ripreso domani. Con il 90% circa delle schede scrutinate, i due candidati alla presidenza sono quasi alla pari; lo sfidante e guida del partito democratico arancio (Odm) Raila Odinga risulterebbe in leggero vantaggio rispetto allo sfidante e presidente uscente Mwai Kibaki, per poco più di 38.000 voti. Secondo molti osservatori, quella di sospendere lo scrutinio è una decisione adottata nel tentativo di stemperare le tensioni registrate oggi in diverse zone del paese. Avendo a un certo punto un vantaggio di circa 400.000 preferenze, Odinga ha visto assottigliarsi lo scarto con Kibaki fino all’attuale testa a testa: l'ultimo 10% dei voti potrebbe perfino capovolgere il risultato. Le accuse di brogli da parte dell’Odm restano senza alcun riscontro mentre continuano da più parti gli appelli alla calma.  


KENIA   29/12/2007   15.18  

DISORDINI E TENSIONE IN ATTESA DEL RISULTATO DELLE ELEZIONI

 Sparatorie e disordini sono in corso – in attesa dei risultati ufficiali delle elezioni - in alcuni dei grandi ‘slums’ di Nairobi, con alcuni feriti e un numero imprecisato di vittime, da una a tre secondo fonti diverse. In particolare a Kibera, una delle baraccopoli più grandi del mondo, oggi sarebbero morte due persone in scontri tra attivisti delle diverse formazioni politiche; a Migori, una cittadina dell’est nella provincia di Nyanza, roccaforte del candidato dell’opposizione Raila Odinga, ci sarebbero stati un’altra vittima e 12 feriti. Anche a Kisumo (sud est) e sul lago Vittoria, territori dell'opposizione, negozi di proprietà dell’etnia Kikuyu (alla quale appartiene il presidente Mwai Kibaki) sarebbero stati obiettivo di saccheggi e vandalismi. Per decisione del governo, la giornata è “festiva”, anche nel tentativo di evitare occasioni di scontro nel clima teso dell’attesa del risultato elettorale. Le strade di Nairobi appaiono insolitamente vuote, con negozi chiusi e trasporti sospesi. Contrastanti, anche se con Odinga sempre in testa, sono i risultati elettorali parziali, ufficiali e ufficiosi, circolanti fino a questo momento. Il partito di opposizione keniano, Movimento democratico arancio (Odm), ha comunque annunciato che Odinga avrebbe vinto le elezioni presidenziali ritenendo ormai incolmabile lo scarto tra lui e il suo avversario Kibaki. Dalle 12.30 di oggi, sul sito-web della Commissione elettorale keniana, figurano risultati provvisori – tutti da confermare e frutto di uno scrutinio parziale di dimensioni imprecisate - secondo i quali Odinga avrebbe già ottenuto più di un milione e mezzo di voti mentre Kibabi superebbe di non molto il milione e 100.000; il Partito di Unità nazionale (Pnu), al governo, ha ribadito che “solo la commissione elettorale può annunciare la vittoria di un candidato”. Sul sito della Commissione, non poche circoscrizioni risultano ancora prive di qualsiasi attribuzione di voti e non si esclude che i risultati mancanti possano ancora modificare in maniera sostanziale quelli parziali. Le voci di brogli e la connessa impazienza di risultati defintivi non trovano alcun riscontro nel giudizio formulato ieri dagli osservatori sulla sostanziale regolarità delle operazioni di voto; si moltiplicano quindi anche gli appelli alla calma, qualunque sia il risultato finale della consultazione.  


AFRICA   29/12/2007   13.44  

CONFERENZA DI NAIROBI: GLI ARGOMENTI E GLI OBIETTIVI  

Replica del 16/12/2007) Sulla Conferenza svoltasi dal 6 all'8 dicembre, da Nairobi, a firma di Angelica Alhaique, riceviamo:

"La pace non è assenza di guerra: la pace è quando si ha la societa’ civile ha in mano le redini della propria vita: la Comunità di Koinonia, fondata dal padre comboniano Renato Kizito Sesana, si è proposta di dare maggiori opportunita’ agli emarginati della società, e realizzare con “Africa Peace Point” un lavoro di mediazione dei conflitti. Obiettivi e argomenti della Conferenza sono stati: identificare cause dei complessi conflitti in Africa, gli interessi delle parti coinvolte nella contesa delle risorse, delineare possibili strutture legali che facilitino il sorgere di organismi governativi locali. I noti e meno noti giornalisti italiani presenti sembrano impegnati nel comprendere di piu’i meccanismi dei conflitti, affrontando argomenti quali:’Natura dei conflitti per il controllo delle risorse”, ed Ernest Surrur, Segretario Permanente presso il ministero degli Affari Pubblici della Sierra Leone, presenta il caso della guerra dei “blood dimonds”; “governance” di cui parla il professor Ernest Wamba dia Wamba della Repubblica Democratica del Congo, spiegando come non esista ‘transizione” se le strutture politiche restano sempre separate dalla societa’ civile; “Conflitti nell’area dei Grandi Laghi in Africa” (Prof. Labana Lasay Abar dell’Universita’di Kinshasa); ‘Globalizzazione e ruolo della comunità internazionale nei conflitti per le risorse in Africa”, e il Prof. Adekunle Amuwe esprime il suo pessimismo rispetto a ruolo della comunita’ internazionale; e ancora “Cittadinanza, diritti e conflitti per le risorse in Africa”. Su questo, John Katunga del Catholic Relief Services spiega quali sono gli “ingredienti” che fanno di una risorsa naturale la prima causa di conflitti: dinamiche di interesse, mal governo, l’accessibilita’ alla risorsa stessa. Di forte impatto emotivo e’ il discorso del Capo della Commissone dei Diritti Umani del Kenya, Maina Kiai, che ha parlato di liberta’. Molti paesi sono diventati indipendenti senza pero’ creare forti strutture democratiche che accompagnassero il processo di conquista della liberta’: “L’indipendenza senza conquista di un’identita’ e senza lo sviluppo di una vita politica democratica e’ il punto dove molti paesi africani hanno fallito". L’identita’ singola, il cittadino, e identita’ collettiva, lo Stato sono i due elementi che vengono prima di ogni risoluzione dei conflitti. Ed e’ parlando di identita’ e di liberta’ che si arriva al tema del conflitto in Somalia, con l’intervento dell’inviato politico speciale del ministero degli Esteri italiano per la Somalia, Mario Raffaeli che chiarisce i nodi fondamentali della situazione della Somalia di oggi evidenziando l’importanza di un approccio regionale: il ruolo delle forze internzionali, il senso del governo di transizione a Mogadiscio, e la questione della sicurezza cosi’ strettamente legata al processo di riconcilizione. Con l’invio di forze di pace Onu, a patto del rispetto da parte sia del governo che delle opposizioni di determinate condizioni, la sicurezza potra’ essere garantita e il processo di formazione di un’istituzione governativa procedere fino al 2009. La chiusura della conferenza e’ stata dedicata a un “workshop” su “I media e i conflitti per le risorse in Africa”.
 


AFRICA   29/12/2007   13.03  

CONFERENZA DI NAIROBI: L'AFRICA, IL TERMITAIO E I FUNGHI VELENOSI  

Replica del 16/12/2007 “Secondo un aforisma africano, un termitaio che non vuole morire non deve permettere che funghi nocivi gli crescano sotto; l'Africa ha invece permesso che questi funghi crescessero, consentendo a tutti di sfruttare le sue risorse”: lo ha detto Ernest Surrur, segretario permanente degli Affari pubblici e presidenziali della Sierra Leone, in uno dei più coloriti interventi della Conferenza internazionale di Nairobi sull’origine dei conflitti in Africa, intitolata “Cursed by riches: resources and conflicts in Africa” (Maledetti dai ricchi: risorse e conflitti in Africa), promossa da ‘Koinonia Community’ e Africa Peace Point’, associazioni keniane di volontariato.
Il controllo delle risorse naturali da parte di paesi non africani e la presenza di istituzioni statali deboli sono stati spesso la causa dei conflitti che negli ultimi decenni hanno interessato molti paesi africani. Con l'aneddoto del termitaio e e dei funghi Surrur si riferiva al periodo del colonialismo, ma anche a quello successivo che ha visto le nazioni più ricche sfruttare in maniera indiscriminata le risorse naturali del continente senza che la popolazione locale ne beneficiasse; come è accaduto in Sierra Leone dove, ha aggiunto Surrur, “è stata combattuta una guerra per procura di 10 anni, il cui obiettivo era il controllo dei giacimenti diamantiferi”. Per Surrur, i conflitti africani hanno interessato in definitiva paesi che presentavano debolezza delle istituzioni, ricchezza di risorse naturali e una situazione di declino economico. “Tutti noi, africani e occidentali – ha concluso – abbiamo contribuito a distruggere l’Africa. Ed è per questo motivo che ora tutti insieme dobbiamo impegnarci per ricostruirla”.
 


AFRICA   29/12/2007   12.13  

CONFERENZA DI NAIROBI (2): DISCORSO  

Replica del 16/12/2007) Una delle piu’ note debolezze dell’Africa e’ la mancanza di conoscenza tecnica, abilita’ e strumenti per creare ricchezza dalle loro risorse. C’e’ un’incapacita’ di aggiungere valore alle materie prime esistenti cosi’ da essere lavorate e introdotte nei mercati locali e internazionali e per negoziare prezzi e regole di mercato migliori. Senza quella capacita’ le opportunita’ continueranno a scivolare via o altri continueranno ad avvantaggiarsene senza che i benefici raggiungano le persone nel nome delle quali queste negoziazioni vengono fatte. Dobbiamo coltivare i valori del servizio e dell’impegno per il bene comune, della tenacia e della pazienza fino alla realizzazione dei nostri obiettivi. Vedo questo come importante per gli africani e specialmente per i leader che dovrebbero governare e servire per il beneficio delle persone piuttosto che per se stessi. Lavorando con le persone povere a livello di comunita’ e con le persone povere e marginalizzate del Sud Sudan e attraverso l’Africa, e’ stato deprimente vedere i potenti fallire nel fornire i servizi necessari e nel proteggere la loro terra. Invece hanno continuato a facilitare lo sfruttamento delle persone e delle loro risorse.
Dopo aver sperimentato il mal governo nel corso del mio lavoro con i poveri in Africa, e’ difficile mettere da parte riserve e dubbi espressi dai leader del G8. Da cio’ scaturiscono molte sfide. Per esempio, come assicurarsi che la societa’ civile nelle sue varie forme diventi un partecipante attivo nella formulazione e nell’implementazione delle politiche? Come individualmente o collettivamente utilizzare razionalmente e ai massimi effetti le risorse che il continente possiede? Come superare il male dell’intolleranza politica e religiosa?
Abbiamo visto che coloro al potere inventeranno continuamente scuse per giustificare l’esclusione e le ingiustizie contro coloro che sono considerati deboli e vulnerabili. Ma quando le risorse sono scarse, cosi’ ridotte che non possono piu’ sostenere la vita, o quando non son equamente distribuite, ne derivano inevitabilmente dei conflitti. I ricavi dalle estrazione delle risorse naturali raggiungono i governi sotto forma di tasse, rette, e pagamenti di indennita’. Ma il ricavo generato rimane un segreto tenuto nascosto: ne’ i governi, ne’ le compagnie coinvolte dichiarano quanti soldi sono realmente stati pagati. Questo problema e’ particolarmente serio in paesi che sono fortemente dipendenti dalle entrate derivanti dall’estrazione delle risorse naturali; i cittadini non hanno accesso alle informazioni per vincolare i loro governi a rendicontare le spese e i governi possono fare a meno del bisogno di legittimita’ popolare. C’e’ una lunga lista di paesi dove problemi di questa natura sono stati identificati, quali l’Algeria, l’Angola, il Chad, la Repubblica democratica del Congo, la Nigeria, il Sudan. Il Sudan e’ il piu’ esteso paese dell’ Africa con una popolazione di circa 40 milioni di abitanti. Il Sudan, comunque, e’ stato coinvolto in conflitti interni sin dall’indipedenza, si e’ cercato di governare un paese con differenti storie e culture politiche con lo strumento dell’uniformita’, piuttosto che cercando di valorizzare la ricchezza delle diversita’.
Per quanto riguarda il Sud, l’islamizzazione, e alcuni direbbero l’arabizzazione del paese, e’ stata una negazione delle tradizioni, della cultura e religione dei sud sudanesi. Al cuore dei conflitti in Sudan, c’e’ la negazione della diversita’, dei diritti umani, della distribuzione delle risorse tra le regioni e la risultante concentrazione del potere a Khartoum.

Da quanto detto, dunque, suggerisco che sia importante per noi ottenere una chiara comprensione delle dinamiche che circondano i crescenti conflitti risultanti dalla gestione delle risorse. Come Koinonia Community e Africa Peace Point continueremo a impegnarci per il bene comune di questo paese e di questa regione. Facendo questo il nostro approccio si sviluppera’ secondo le seguenti linee:

- cercheremo di identificare e riconoscere, attraverso un processo di analisi delle parti coinvolte, tutti i gruppi con interessi legittimi nelle risorse contese;

- cercheremo di rafforzare la capacita’ dei gruppi piu’ deboli o esclusi di articolare e negoziare i loro interessi;
- cercheremo di aumentare la coscienza pubblica riguardo alle diverse questioni cosi’ che le diverse parti in causa possano superare le posizioni estreme prima che si irrigidiscano;
- utilizzeremo un approccio empirico e pragmatico per identificare la giusta composizione di strategie locali ed esterne e forum per mediare i conflitti e negoziare nuove soluzioni;
- genereremo e condivideremo informazioni dettagliate e credibili necessarie a esplicitare conflitti impliciti.
Infine:
- incoraggeremo i governi ad adottare politiche e strutture legali che favoriscano la crescita di strutture locali di governo e che portino i gruppi precedentemente esclusi a prendere parte nei processi decisionali.
Cosi facendo speriamo di contribuire alla possibilita’ per le persone che condividono con noi il nostro viaggio in questo continente e in questo momento, di vivere una vita piena.
Grazie a tutti.
 


AFRICA   29/12/2007   11.45  

CONFERENZA DI NAIROBI : DISCORSO DI PADRE KIZITO SESANA  

Ci siamo riuniti qui con la visione negli occhi e il peso nel cuore dei milioni di africani che continuano a soffrire a causa di un sistema internazionale la cui essenza sono guerra, violenza, razzismo, oppressione, repressione e l’impoverimento dei poveri. Siamo tutti piu’ che consapevoli che la pace e’ ben di piu’ che la semplice assenza di guerra, e che molti paesi, considerati ufficialmente in pace, in realta’ continuano ad osservare una continua violenza contro i membri piu vulnerabili della societa’. Le nuvole scure ancora in bilico sulle nostre terre, specialmente in Africa, sono ragione di grave preoccupazione. E’ quella la ragione del nostro umile invito affinche’ insieme si esamini come poter coordinare ulteriormente i nostri sforzi per muovere un passo avanti verso una più giusta e pacifica società. Quando gli oppressi e gli svantaggiati prendono il loro destino nelle proprie mani; e quando quelli divisi in amari conflitti si impegnano per la pace e alla riconciliazione, questo e’ davvero un atto collettivo di straordinario impegno.
E’ stato duro ammettere che il processo di costruzione della pace e’ una grande sfida che richiede una visione a lungo termine e una profonda conoscenza, e che in questi conflitti ci sono spesso attori potenti e nascosti. Ricordo che durante il lavoro di mediazione di Africa Peace Point e Amani People Theatre per gli scontri tribali in Kenya degli anni '90, dopo due o tre giorni di seminari le due parti erano pronte per la riconciliazione e noi suggerimmo agli anziani di mettere in atto i tradizionali rituali di riconciliazione. Ricevemmo questo tipo di risposta:”Non possiamo praticarli, sarebbero inutili e potrebbero essere discreditati. Perche’ i demoni che causano questi scontri e uccisioni non sono qui. Quei demoni provengono da lontano e sono cosi potenti che i nostri riti tradizionali non hanno forza contro di loro.”

E’ per noi un sogno che questa conferenza si sia riunita e si stia realizzando. Aiutera’ tutti noi a capire meglio questo continente di cui siamo parte e che amiamo profondamente. Il tema della conferenza – "Cursed by riches: resources and conflicts in Africa" – vuole riaffermare quella fede nella capacita’ di coloro che sono stati esclusi dalla guida nel dare forma a un ordine nuovo e piu’ equo. Risuona come un impegno unire le nostre mani con i governi in Africa, nei loro sforzi per affrontare l’eredita’ di disuguaglianza nell’allocazione e nella distribuzione delle risorse, sia a livello locale che internazionale. In tutta l’Africa ci sono conflitti che si svolgono tra le nazioni, ma piu’ frequenti sono quelli che si svolgono all’interno di una stessa nazione dove il coinvolgimento di stati confinanti o distanti - o di demoni piu’ potenti - avviene soprattutto con la fornitura di armi e basi per le fazioni combattenti. Piu’ numerosi e forse anche meno noti sono i conflitti che non coinvolgono direttamente lo stato, ma che esistono a livello locale tra gruppi in competizione per risorse quali l’acqua o la terra.


 AFRICA   29/12/2007   11.02  

DA LISBONA A NAIROBI, IN CERCA DI DIALOGO E PACE CON L'AFRICA  

La Conferenza di Nairobi sull’origine dei conflitti in Africa - "Cursed by riches: resources and conflicts in Africa" da un'idea di padre Kizito Sesana, missionario da decenni impegnato sul fronte della pace e del socorso agli ultimi - e il II vertice afroeuropeo di Lisbona (dopo il primo del 'lontano' 2000) hanno alimentato nella prima parte di questo mese il dibattito sui rapporti tra nuovo e vecchio continente, il ruolo di altre presenze straniere in Africa e le iniziative italiane. Almeno tutta la prima parte di questa "Finestra domenicale" - e forse anche il resto - si aprirà sull'Africa, ospitando repliche e interventi che dovrebbero consentire un ragionevole riepilogo. In questa introduzione alla pagina di oggi, anticipiamo qui, a mo' di guida, soltanto qualche frase chiave del discorso di Padre Kizito di cui più avanti proporremo ampi stralci.
- In tutta l’Africa ci sono conflitti che si svolgono tra le nazioni, ma più frequenti sono quelli all’interno di una stessa nazione dove il coinvolgimento di stati confinanti o distanti - o di demoni più potenti - avviene soprattutto con la fornitura di armi e basi per le fazioni combattenti.
- I conflitti africani – guerra civile, ribellioni, conflitti civili, instabilità politica e violenza etnica e di genere - sono la fonte dei problemi umanitari del giorno d’oggi, inclusi gli spostamenti delle popolazioni e il disordine economico. I costi in termini di sofferenza umana, ferite emotive, perdita di vite, e distruzione di proprietà sono incalcolabili.
- Siamo tutti più che consapevoli che la pace è ben di piu’ che la semplice assenza di guerra, e che molti paesi, considerati ufficialmente in pace, in realta’ continuano a osservare una continua violenza contro i membri piu vulnerabili della società.
 


KENIA   27/12/2007   21.30  

ELEZIONI (4): INCIDENTI SPORADICI, SI È VOTATO IN LIBERTÀ  

“Nella capitale – hanno riferito fonti missionarie della MISNA da Nairobi – l’affluenza è stata altissima e si è votato nella calma; la gente ha fatto code di quattro-cinque ore dimostrando una maturità superiore a quella dei dirigenti politici. Si tratta sicuramente delle elezioni più libere della storia del paese e il fatto che nessuno sia sicuro di vincere può essere la dimostrazione che non ci sono stati brogli”. In attesa che la Commissione elettorale renda noto il tasso di affluenza e, in attesa della conclusione dello spoglio dei voti, le elezioni generali di oggi hanno dunque dato questo primo tangibile risultato: con l’esclusione di sporadici incidenti, sono state elezioni non-violente e libere. Lo hanno confermato i 350 osservatori di Unione Europea e Stati Uniti, incaricati di seguire le operazioni di voto; lo hanno confermato i confronti con quel che è avvenuto in passato; lo hanno confermato le immagini di votanti in fila più o meno ordinata anche per ore. E’ stato così a Nairobi, ma anche fuori dalla capitale la situazione non si è presentata in maniera diversa: “Non ci sono stati incidenti rilevanti – ha detto alla MISNA monsignor Francis Mwangi, segretario generale della diocesi di Ngong, località a circa 50 chilometri a ovest di Nairobi – la gente è felice di aver votato e il bel tempo ha contribuito a rendere piacevole la giornata”. Gli incidenti: un uomo è morto a Kisumu, linciato perché trovato a rubare all’interno di un seggio elettorale; due hanno perso la vita a Tigania Est in seguito a scontri collegabili alle elezioni; tre i feriti; brogli sono stati rilevati in alcuni seggi, in altri come nel distretto elettorale di Kuresoi si è iniziato a votare con ritardo rispetto al resto del paese causando le ire di qualche elettore. Dalle prime indicazioni – che però devono ancora trovare conferme ufficiali – l’affluenza alle urne dovrebbe essere superiore a quella delle elezioni del 2002 (57,2%). Nelle prossime ore, lo spoglio dei voti, dirà chi tra Mwai Kibaki, presidente uscente, e Raila Odinga, suo principale avversario, sarà il prossimo capo di stato.


KENIA   27/12/2007   16.06  

ELEZIONI (3): VOTO NELLA CALMA A NAIROBI, FORTE AFFLUENZA ALLE URNE  

È trascorsa finora nella calma a Nairobi la giornata elettorale in cui sono convocati alle urne oltre 14 milioni di aventi diritto per scegliere il nuovo presidente, un nuovo parlamento e le amministrazioni locali. "Almeno 200 persone erano in fila fin dall’alba aspettando l’apertura, alle 6.00, del seggio allestito nell'aula del nostro centro di Kivuli. Credo che verso le ore 10.00, la maggior parte dei circa mille iscritti avesse già votato. Tutto si è svolto in un clima sereno” ha detto alla MISNA il missionario comboniano padre Renato Sesana, più conosciuto come ‘Padre Kizito’, contattato presso il centro fondato per aiutare bambini di strada nella zona ovest della capitale keniana. L’alta affluenza registrata al centro di Kivuli sembra riflettere una tendenza generale, per lo meno a Nairobi dove, secondo il missionario italiano, queste elezioni hanno mobilitato un gran numero di votanti, forse il più alto nella storia. Alcune tensioni dovute a ritardi nello svolgimento delle operazioni di voto sono state segnalate nel quartiere di Kibera, una delle più grandi baraccopoli del paese e di tutta l’Africa (circa un milione di abitanti), ma la commissione elettorale ha già fatto sapere che i seggi rimarranno aperti oltre le 17.00. La stampa locale riferisce che il candidato alle presidenziali Raila Odinga, principale sfidante del capo di stato uscente Mwai Kibaki, ha avuto qualche problema per votare nel seggio allestito presso la ‘Old Kibera primary school’ perché né il suo nome, né quello della sua consorte figuravano sul registro dei votanti. L’anomalia, che riguardava anche altri iscritti, è stata risolta ma Odinga non ha mancato di sottolineare che si trattava di un tentativo di brogli da parte dell’attuale governo, contribuendo ad alimentare tensioni, strumentalizzate dai dirigenti politici, che hanno segnato la campagna elettorale. Le operazioni di spoglio inizieranno tra poco, dopo la chiusura dei seggi; le prime tendenze sono attese entro domattina.  


KENIA 27/12/2007  12.30   

VOTAZIONI  Elezioni: vota anche Odinga   

Al leader opposizione era stato impedito entrare al seggio NAIROBI, 27 DIC - Il leader dell'opposizione kenyana Raila Odinga ha votato, dopo che in un primo momento gli era stato impedito 'per problemi burocratici'. A Odinga era stato detto che non poteva votare in quanto, presso il seggio elettorale dove avrebbe dovuto essere registrato, mancava il suo nome. Una gaffe troppo grave per essere casuale: lo stesso Kibaki aveva parlato di 'mossa calcolata'. L'episodio e' avvenuto a Kibera, il piu' grande e drammatico slum di Nairobi, suo vero e proprio feudo.


 

KENIA   27/12/2007   8.32  

ELEZIONI: AL VOTO, TRA PASSI IN AVANTI OGGETTIVI E VIOLENTE PROVOCAZIONI  

“La situazione a Nairobi è abbastanza tranquilla. Ieri ho passato la mattina a Kibera, la più grande baraccopoli della capitale e ho notato molta calma. È un buon segno perché di solito è proprio tra queste baracche che si accendono i primi ‘fuochi’ di tensioni politiche”: lo dice alla MISNA il missionario comboniano padre Renato Sesana, più conosciuto come ‘padre Kizito’, contattato a Nairobi alla vigilia delle elezioni di oggi nella quale i keniani sono chiamati a scegliere un nuovo presidente, un nuovo parlamento e le amministrazioni locali. I mezzi di informazione, soprattutto internazionali, hanno puntato l’attenzione sulle violenze che hanno preceduto il voto e che ieri - nell’ultimo di una serie di episodi che dall’avvio della campagna elettorale ha causato la morte di 25 persone e il ferimento di 140 - ha visto una folla di sostenitori dell’opposizione uccidere alcuni agenti di polizia (si parla di almeno tre) perché accusati di organizzare brogli per contro dello schieramento governativo. Nonostante gli episodi violenti, non molti per la verità e verificatisi soprattutto nelle ‘periferie’ del paese, e una campagna elettorale non meno intensa soprattutto da parte di alcuni politici, recenti sondaggi hanno mostrato che i keniani (79%) sono convinti che il voto sarà regolare e onesto e sono pronti ad accettare (75%) la sconfitta dei propri candidati. “Nonostante i toni forti e una campagna elettorale senza esclusioni di colpi, la gente si rende perfettamente conto che il clima politico di questi ultimi anni è il più libero da molto tempo a questa parte” dice alla MISNA un altro missionario della Consolata interpellato a Nairobi, padre Gigi Anataloni, il quale sottolinea come gli scontri tra i sostenitori dello schieramento governativo e dei principali partiti d’opposizione hanno alimentato tensioni in alcune aree storicamente ‘calde’ da un punto di vista politico. Ma più delle sporadiche violenze tra fanatici di questo o quello schieramento, a preoccupare maggiormente sia gli osservatori locali che quelli internazionali è soprattutto il ricorso alle differenze tra gruppi etnici alimentato da alcuni candidati e strumentalizzato per fini politici. “Da quando sono in Kenya non avevo mai notato una polarizzazione sugli aspetti tribali così forte come quella alla quale abbiamo assistito in questi mesi” dice ancora alla MISNA padre Kizito. Come dimostra l’incidente di ieri, costato la vita ai poliziotti, soprattutto i toni forti e aggressivi utilizzati dall’opposizione hanno acceso gli animi di molti sostenitori , già ampiamente ‘riscaldati’ dall’aspra campagna elettorale delle ultime settimane, nella quali si è passati dalle accuse di “monopolio politico” mosse al gruppo etnico al quale appartiene il presidente uscente, per finire, negli ultimi giorni, con il presunto piano di brogli su scala nazionale con il sostegno delle amministrazioni provinciali. Ovviamente tanto il presidente Kibaki, quanto il governo e le altre istituzioni keniane hanno rigettato le accuse definite “provocazioni“. A parziale giustificazione del clima incandescente la totale insicurezza sull’esito del voto che si preannuncia come una gara all’ultimo voto tra il presidente uscente Mwai Kibaki e il suo ex-ministro dei lavori pubblici oggi all’opposizione Raila Odinga. Da ‘Kivuli’, il centro da lui fondato per aiutare bambini di strada e che oggi ospita un seggio elettorale, padre Kizito non se la sente di fare un pronostico sul nome del prossimo presidente: “Ci sono molti indecisi i sondaggi danno il presidente uscente e Odinga testa a testa, con un leggero vantaggio di quest’ultimo”. Nonostante le indagini statistiche, tuttavia, molti osservatori locali e internazionali ritengono che Kibaki dovrebbe ottenere una conferma e un secondo mandato, grazie ai buoni risultati dell’economia e al comportamento generale del suo governo. “Kibaki (eletto nel 2002 dopo dieci anni di governo del partito Kanu) è stato un passo avanti enorme rispetto ai precedenti governi. Anche la corruzione, spesso citata come il punto debole dell’amministrazione in carica, è molto inferiore ai livelli del passato” dice ancora alla MISNA il missionario comboniano. Dello stesso avviso anche un diplomatico occidentale contattato a Nairobi che chiede di restare anonimo: “I cinque anni di Kibaki sono stati una rivoluzione rispetto alla gestione Moi (riferendosi all’ex-presidente Daniel Arap Moi, 1992-2002). Anche l’accesa campagna elettorale di questi mesi è figlia di un clima politico molto più aperto. Il fenomeno dei prigionieri politici è scomparso, i mezzi di informazione hanno goduto di una libertà di stampa impensabile fino a qualche anno fa. Il governo Kibaki ha fatto compiere al paese molti passi in avanti. Paradossalmente il presidente rischia di essere sconfitto proprio dal cambiamento che ha contribuito ad attuare nel paese, dal momento che la gente vuole continuare ad andare avanti”. Anche il diplomatico, però, è convinto che alla fine Kibaki potrebbe uscire vincitore dalle urne. “Il momento positivo dell’economia e l’incertezza sulla gestione di Raila Odinga potrebbero portare alla conferma di Kibaki, riconoscendo così i concreti passi in avanti che il suo governo ha fatto compiere al paese” conclude la fonte della MISNA.  


KENIA   27/12/2007   8.29  

APERTE LE URNE PER LE ELEZIONI GENERALI  

Si sono aperti alle 06 del mattino ore locali, le 04 in Italia, i seggi delle 210 circoscrizioni allestite in tutto il Kenya per le elezioni generali che hanno chiamato gli oltre 14 milioni di aventi diritto a scegliere il nuovo presidente, un nuovo parlamento e le amministrazioni locali. La Commissione elettorale ha fatto sapere di aver distribuito le schede in tutte le circoscrizioni e di aver completato in tempo tutti i preparativi. Fino alle 17:00 di questa sera, le 15:00 in Italia, gli elettori avranno tempo per esprimere la propria preferenza tra i 9 candidati alle presidenziali, i 2547 che lottano per un posto in Parlamento e gli oltre 15.000 candidati a incarichi municipali, sostenuti in totale da ben 117 differenti partiti. Le elezioni di oggi hanno già fatto registrare un record nella storia del paese: quello della partecipazione femminile nelle liste (una alle presidenziali , 261 per il parlamento e quasi 1500 per le elezioni locali). A garantire la sicurezza del voto, dopo un’infuocata campagna elettorale caratterizzata in alcune aree da violenti scontri tra gruppi di sostenitori di candidati opposti, oltre 60.000 tra agenti di polizia e militari. La correttezza delle operazioni, invece, sarà monitorata da un’esercito di osservatori elettorali: oltre 30.000, tra nazionali e internazionali, secondo le cifre diffuse ieri dalla presidenza. (per una lista di articoli sulle elezioni keniane ‘cliccare’ sulla freccette azzura in homepage alla sinistra di Kenya)  


KENIA   26/12/2007   15.59  

ELEZIONI: POLIZIOTTI UCCISI DA SOSTENITORI OPPOSIZIONE  

Almeno tre poliziotti - ma qualche fonte dice anche otto - sono stati uccisi oggi da una folla di sostenitori del candidato dell'opposizione Raila Odinga che li accusava di operare per falsare le elezioni generali (presidenziali, legislative e locali) di domani in Kenya. Le violenze sono avvenute nella provincia di Nyanza, ovest del paese, nota come una delle roccaforti dell’opposizione guidata da Odinga, principale avversario del presidente Mwai Kibaki. Ad alimentare le tensioni starebbero contribuendo fortemente le ripetute accuse di brogli mosse al governo dal partito di Odinga (Orange democratic movement, Odm), secondo cui Kibaki intenderebbe utilizzare forze di sicurezza e agenti delle amministrazioni provinciali per falsare il voto. Accuse che hanno acceso gli animi di molti sostenitori dell’opposizione, già ampiamente ‘riscaldati’ dall’aspra campagna elettorale delle ultime settimane e dai toni molto aggressivi utilizzati soprattutto dalla minoranza. Oggi Mwai Kibaki ha respinto, attraverso un comunicato ufficiale della presidenza, le accuse di possibili brogli e ha invitato i keniani a esercitare serenamente il loro diritto di elettori, assicurando un voto onesto e trasparente, monitorato da oltre 30.000 osservatori elettorali sia locali che internazionali. Odinga, in testa in alcuni sondaggi realizzati nelle scorse settimane, ha cambiato negli ultimi 15 anni sette differenti formazioni politiche. Noto per il suo presunto ascendente soprattutto tra una parte dei settori più svantaggiati della popolazione, Odinga viene ritenuto da alcuni un populista e un opportunista politico.  


SUD DEL MONDO   26/12/2007   15.04  

BREVI DALL’AFRICA (Ciad, Nigeria, Kenya)  

CIAD – Dai 7 agli 11 anni di reclusione, accompagnati dai lavori forzati, sono stati chiesti oggi dal procuratore generale di N'Djamena per i sei francesi dell’organizzazione Arca di Zoé sotto processo nella capitale ciadiana per aver cercato di portare in Francia illegalmente 103 bambini. Ai sei viene contestato il tentato sequestro dei bambini e la falsificazione di documenti pubblici.

NIGERIA – Sono una quarantina, secondo un bilancio ufficioso e ancora parziale diffuso dai mezzi di informazione nigeriani, le persone morte ieri nell’esplosione di un oleodotto nella zona occidentale dello stato di Lagos. Come accaduto più volte in passato, l’esplosione sarebbe avvenuta mentre la gente era impegnata a sottrarre illegalmente il greggio da una conduttura dell’azienda petrolifera nigeriana (Nnpc) all’altezza del villaggio di Adagbo, nell’area di Victoria Island.

KENYA – Un accompagnatore turistico italiano è stato ucciso ieri nel corso di una rapina mentre si trovava nella sua abitazione. Lo ha confermato il ministero degli Esteri italiano, precisando che l’uomo, di 30 anni, lavorava per una nota azienda turistica italiana.
 


KENIA   23/12/2007   17.29  

ELEZIONI (5): SI MOLTIPLICANO APPELLI AD ACCETTARE IL VOTO  

Si moltiplicano gli appelli lanciati nelle ultime ore ai candidati di tutti gli schieramenti affinchè accettino il responso delle urne senza provocare tensioni e accendere animi. Negli ultimi giorni, soprattutto dagli ambienti religiosi, si sono levate numerose voci, rivolte tanto ai candidati presidenziali quanto ai deputati, a “essere coraggiosi e accettare i risultati”, per usare le parole dell Chiesa anglicana del Kenya in una nota. Già nei giorni scorsi i membri del Forum-interreligioso keniano - nel quale sono raccolti insieme cattolici, protestanti, evangelici, musulmani, hindu – avevano invitato gli eventuali delusi dall’esito del voto a “desistere dalla violenza” e cercare la giustizia per vie legali. “Dal momento che nelle elezioni ci sono sempre vincitori e vinti, vi saranno persone non soddisfatte dall’esito del voto. Queste insoddisfazione, tuttavia, non dovrà causare manifestazioni di strada e caos” si legge in una nota del Forum, nel quale si invitano soprattutto i candidati alle presidenziali a calmare gli animi. “Un candidato che incita alla violenza non merita di guidare un paese” aggiungono. Una posizione che sembra essere condivisa dalla maggior parte dei keniani che, come mostra un sondaggio diffuso nelle ultime ore, al 75% ha detto di essere pronto ad accettare “serenamente” la sconfitta del proprio candidato. Il 79,8% delle persone interpellate si è, inoltre, detta fiduciosa del fatto che le prossime elezioni saranno “libere e corrette”.  


KENIA   23/12/2007   16.43  

ELEZIONI (4): SEGGI MOBILI NELLE AREE A RISCHIO  

(replica del 20/12/2007)
Accogliendo la proposta della Conferenza episcopale keniana di adoperare seggi mobili per le elezioni generali del 27 dicembre, la Commissione elettorale keniana ne ha autorizzato la dislocazione in alcune aree dei distretti di Juresoi, Monte Elgon, Samburu e Baringo, dove per recenti violenze parte della popolazione locale è stata costretta a spostarsi in temporanei campi profughi. La decisione è stata presa in seguito ad alcuni sopralluoghi della Commissione e il provvedimento riguarda diverse migliaia di elettori che, dimostrando con testimoni la propria identità, avranno la possibilità di votare anche in mancanza di documenti e scheda elettorale. Intanto, si moltiplicano gli appelli alla calma per evitare ulteriori violenze; secondo un rapporto della Commissione nazionale per i diritti umani (Knchr) sarebbero state più di 70 le persone uccise in cinque mesi a causa di scontri legati alla campagna elettorale. Nelle ultime settimane, organismi e istituzioni, tra cui la Conferenza episcopale keniana, hanno moltiplicato gli appelli alla tolleranza e alla calma, denunciando le strumentalizzazioni di alcuni politici candidati alle elezioni locali. Il 27 dicembre, circa 14 milioni di keniani dovranno eleggere il presidente, i 210 membri del parlamento e 2484 rappresentanti locali. Per la massima carica dello stato dovranno scegliere tra nove canditati: i principali sfidanti sono il presidente uscente Mwai Kibaki, Raila Odinga, in testa ad alcuni sondaggi, e Kalonzo Musyoka
 


KENIA   23/12/2007   16.09  

ELEZIONI (3): COMMISSIONE ELETTORALE CONTRO CHI ACCENDE TENSIONI  

(replica del 21/12/2007)
Un sottosegretario e sette candidati al parlamento sono stati convocati oggi dalla Commissione elettorale keniana (Eck) per essere interrogati in merito alle accuse di aver fomentato le violenze durante la campagna elettorale nella quale sono impegnati. Lo riporta, con ampio risalto, la stampa locale, precisando che la Commissione elettorale ha convocato per l’occasione il proprio comitato etico, oltre ad aver chiesto di interrogare anche il capo della Polizia nazionale in merito alle modalità con le quali la polizia sta contenendo le violenze che stanno accompagnando, seppur in maniera molto inferiore al passato, la campagna elettorale per le elezioni generali del prossimo 27 settembre. Le autorità keniane stanno affrontando in maniera molto seria le violenze pre-elettorali e hanno annunciato misure nei confronti di chiunque venga ritenuto responsabile, nel corso di comizi, di incitare all’odio e alla violenza, arrivando anche a chiedere ai candidati di registrare i propri discorsi per potersi difendere in sede legale. Secondo un bilancio diffuso nei giorni scorsi dalla Commissione governativa per i diritti umani, sono una settantina le persone morte negli ultimi cinque mesi in violenze riconducibili alle tensioni politiche in vista delle elezioni. Oggi anche il capo della missione elettorale inviata dall’Unione Europea per seguire il voto del 27 dicembre ha “deplorato” gli episodi violenti. Tuttavia le tensioni delle ultime settimane, particolarmente evidenziate dalla stampa, sembrano non preoccupare particolarmente la maggioranza dei keniani, che, in un sondaggio diffuso nelle ultime ore, si sono al 79,8% detti fiduciosi del fatto che le prossime elezioni saranno “libere e corrette”, mentre il 75% dei votanti ha detto di essere pronto ad accettare “serenamente” la sconfitta del proprio candidato.[
 


KENIA   23/12/2007   15.42  

ELEZIONI (2): VIOLENZE PRIMA DEL VOTO, OLTRE 70 VITTIME IN CINQUE MESI  

(replica del 17/12/2007)
Sarebbero state più di 70 le persone uccise negli ultimi cinque mesi a causa di violenze legate alla corsa per le elezioni generali del prossimo 27 dicembre o di scontri apparentemente “etnici”: il bilancio è contenuto in un rapporto della Commissione nazionale per i diritti umani (Knchr) diffuso oggi. Nelle ultime settimane, diverse fonti, tra cui la Conferenza episcopale del Kenya, hanno moltiplicato gli appelli alla tolleranza e alla calma, denunciando come gli scontri intercomunitari siano in realtà frutto delle strumentalizzazioni operate da alcuni politici senza scrupoli candidati alle elezioni locali. Il rapporto della Knchr sottolinea che diverse migliaia di civili sono stati costretti a lasciare le loro abitazioni a causa del clima di violenza e rischiano di non poter votare. Le zone più colpite dalle tensioni pre-elettorali, riferisce l’organismo per i diritti umani, sono i distretti di Molo e del Monte Elgon, nell’ovest del paese. “Mentre in alcuni casi, la polizia è stata piuttosto reattiva, siamo preoccupati di fronte alla sua incapacità a contenere l’ondata di violenza in particolare a Kuresoi (distretto di Molo) e nel distretto del Monte Elgon, dove la polizia possedeva informazioni sugli attacchi in preparazione” si legge nel rapporto. Tra dieci giorni circa 14 milioni di keniani dovranno eleggere il presidente, i 210 membri del parlamento e 2484 rappresentanti locali. Per la massima carica dello stato dovranno scegliere tra nove canditati; i principali sfidanti sono il presidente uscente Mwai Kibaki, Raila Odinga, in testa ad alcuni sondaggi, e Kalonzo Musyoka.


KENIA   23/12/2007   15.28  

ELEZIONI: TESTA A TESTA FRA PRESIDENTE USCENTE E CANDIDATO OPPOSIZIONE  

(replica del 19/12/2007)
Si prospetta come un serrato testa a testa tra il presidente uscente Mwai Kibaki e il principale avversario Raila Odinga, suo ex-ministro dei Lavori pubblici, l’esito del voto per le presidenziali che si terranno, insieme alle legislative e alle elezioni locali, il prossimo 27 dicembre in Kenya. Gli ultimi sondaggi diffusi in queste ore, infatti, segnalano Kibaki e Odinga in testa alle preferenze con circa il 40% delle intenzioni di voto. Se nell’indagine statistica realizzata dal gruppo ‘Steadman’ Odinga resta in vantaggio col 45% su Kibaki col 43% (un dato che evidenzia comunque il recupero di quest’ultimo), nel sondaggio della Gallup, le parti si sarebbero ribaltate e il presidente uscente in cerca di un secondo mandato sarebbe in testa di due punti percentuali sul principale candidato dell’opposizione. Entrambi i sondaggi concordano nel piazzare al terzo posto e a grande distanza, con poco più del 10% dei pareri, Kalonzo Musyoka, che come Odinga era stato ministro nel governo Kibaki, prima che si consumasse la rottura maturata durante il referendum costituzionale di due anni fa. “Per le strade di Nairobi si respira un forte sostegno a Odinga, che sembra essere il candidato più popolare, ma il responso delle urne potrebbe garantire la conferma di Kibaki, grazie al fatto che, tutto sommato, il suo governo ha ottenuto buoni risultati e che si è garantito il sostegno del partito Kanu, al potere in Kenya per dieci anni dal 1992 al 2002” dice alla MISNA un diplomatico occidentale che ha chiesto di restare anonimo. Per il momento sia gli esperti di sondaggi sia i commentatori politici keniani non sembrano sbilanciarsi sull’esito del voto della prossima settimana, confermando un’incertezza che verrà sciolta solo all’interno dei seggi. Anche il direttore del gruppo ‘Steadman’, che negli ultimi sette sondaggi ha sempre indicato Odinga come candidato favorito per le presidenziali, entrando nei dettagli dell’ultimo sondaggio ha precisato che lo scenario è incerto e confuso e che l’affluenza alle urne potrebbe ribaltare qualsiasi previsione. Spiegando nel dettaglio, un consulente del gruppo statistico ha precisato al Daily Nation, uno dei principali quotidiani del paese, che Odinga gode di un enorme seguito tra l’elettorato giovane e il 50% delle intenzioni di voto a suo favore proviene da persone con un’età compresa tra i 18 e i 36 anni, quello che in numero minore poi si reca alle urne, mentre Kibaki è il candidato dei keniani con oltre 40 anni. Ma il confronto politico più acceso è in corso soprattutto per le elezioni legislative e locali, con il ripetersi di episodi di violenze, che fortunatamente per il momento sono molto minori rispetto alle preoccupanti aspettative della vigilia. In uno di questi incidenti, avvenuto ieri in una provincia occidentale del Kenya, a margine di un comizio si sono scontrati sostenitori dell’opposizione e di uno schieramento filogovernativo. Le violenze hanno portato, secondo la stampa locale, alla morte di una persone e a una gigantesca rissa, con l’uso di armi bianche, per le strade della cittadina di Malava, conclusasi con numerosi feriti da armi da taglio e incendi a veicoli e strutture che hanno provocato gravi danni. Un appello a contrastare la violenza e a evitare discorsi che infiammino gli animi, incitando all’odio o strumentalizzando differenze comunitarie per fini politici, è stato nuovamente lanciato ieri dall’Arcivescovo di Nairobi, il cardinale John Njue. Il porporato ha poi sottolineato che la Chiesa non influenzerà gli elettori, mettendo fine ad alcune polemiche circolate nelle scorse settimane relative alla presa di posizione di alcune personalità ecclesiali, invitati a votare secondo coscienza.[
 


KENIA   23/12/2007   15.26  

VERSO IMPORTANTI ELEZIONI  

Continuiamo l’avvicinamento alle importanti elezioni che il 27 dicembre porteranno 14 milioni di keniani a eleggere il nuovo presidente della repubblica e i 210 deputati del parlamento, oltre agli amministratori locali. Riproponiamo le principali notizie della settimana e alcuni aggiornamenti delle ultime ore.  


KENIA   21/12/2007   21.02  

ELEZIONI: COMMISSIONE ELETTORALE CONTRO LA VIOLENZA POLITICA  

Un sottosegretario e sette candidati al parlamento sono stati convocati oggi dalla Commissione elettorale keniana (Eck) per essere interrogati in merito alle accuse di aver fomentato le violenze durante la campagna elettorale nella quale sono impegnati. Lo riporta, con ampio risalto, la stampa locale, precisando che la Commissione elettorale ha convocato per l’occasione il proprio comitato etico, oltre ad aver chiesto di interrogare anche il capo della Polizia nazionale in merito alle modalità con le quali la polizia sta contenendo le violenze che stanno accompagnando, seppur in maniera molto inferiore al passato, la campagna elettorale per le elezioni generali del prossimo 27 settembre. Le autorità keniane stanno affrontando in maniera molto seria le violenze pre-elettorali e hanno annunciato misure nei confronti di chiunque venga ritenuto responsabile, nel corso di comizi, di incitare all’odio e alla violenza, arrivando anche a chiedere ai candidati di registrare i propri discorsi per potersi difendere in sede legale. Secondo un bilancio diffuso nei giorni scorsi dalla Commissione governativa per i diritti umani, sono una settantina le persone morte negli ultimi cinque mesi in violenze riconducibili alle tensioni politiche in vista delle elezioni. Oggi anche il capo della missione elettorale inviata dall’Unione Europea per seguire il voto del 27 dicembre ha “deplorato” gli episodi violenti. Tuttavia le tensioni delle ultime settimane, particolarmente evidenziate dalla stampa, sembrano non preoccupare particolarmente la maggioranza dei keniani, che, in un sondaggio diffuso nelle ultime ore, si sono al 79,8% detti fiduciosi del fatto che le prossime elezioni saranno “libere e corrette”, mentre il 75% dei votanti ha detto di essere pronto ad accettare “serenamente” la sconfitta del proprio candidato.  


AFRICA   21/12/2007   4.20  

PERICOLO DI GRAVE EPIDEMIA DI MENINGITE?  

La federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ha annunciato una serie di attività di prevenzione in 14 paesi africani per scongiurare quella che potrebbe rivelarsi “la peggiore e epidemia di meningite degli ultimi dieci anni”. Circa 600.000 euro saranno investiti in un progetto di quattro mesi che prevede la formazione di 25.000 volontari e campagne di sensibilizzazione per le popolazioni di Etiopia, Kenya, Sudan, Uganda, Burkina Faso, Repubblica democratica del Congo, Niger, Mali, Ciad, Nigeria, Costa d’avorio, Ghana, Benin e Togo. “La meningite è una malattia difficile da individuare, i cui sintomi sono vari – ha spiegato Encho Gospodinov, responsabile della Croce Rossa di Ginevra – perciò è fondamentale che le popolazioni locali siano coscienti dei pericoli di una possibile epidemia”. Circa 300 milioni di persone sono a rischio in questi paesi, che fanno parte di quella che viene tradizionalmente conosciuta come la “cintura della meningite”, una zona che si estende dal Senegal in Africa occidentale all'Etiopia nell'est. In questa zona vi è una particolare diffusione dell’infezione fra dicembre e giugno, durante la stagione secca, favorita dalle condizioni climatiche con l’arrivo del vento dell’Arkan e temperature particolarmente fredde durante la notte.


KENIA   20/12/2007   4.22  

ELEZIONI: SEGGI MOBILI NELLE AREE A RISCHIO VIOLENZA

 Accogliendo la proposta della Conferenza episcopale keniana di adoperare seggi mobili per le elezioni generali del 27 dicembre, la Commissione elettorale keniana ne ha autorizzato la dislocazione in alcune aree dei distretti di Juresoi, Monte Elgon, Samburu e Baringo, dove per recenti violenze parte della popolazione locale è stata costretta a spostarsi in temporanei campi profughi. La decisione è stata presa in seguito ad alcuni sopralluoghi della Commissione e il provvedimento riguarda diverse migliaia di elettori che, dimostrando con testimoni la propria identità, avranno la possibilità di votare anche in mancanza di documenti e scheda elettorale. Intanto, si moltiplicano gli appelli alla calma per evitare ulteriori violenze; secondo un rapporto della Commissione nazionale per i diritti umani (Knchr) sarebbero state più di 70 le persone uccise in cinque mesi a causa di scontri legati alla campagna elettorale. Nelle ultime settimane, organismi e istituzioni, tra cui la Conferenza episcopale keniana, hanno moltiplicato gli appelli alla tolleranza e alla calma, denunciando le strumentalizzazioni di alcuni politici candidati alle elezioni locali. Il 27 dicembre, circa 14 milioni di keniani dovranno eleggere il presidente, i 210 membri del parlamento e 2484 rappresentanti locali. Per la massima carica dello stato dovranno scegliere tra nove canditati: i principali sfidanti sono il presidente uscente Mwai Kibaki, Raila Odinga, in testa ad alcuni sondaggi, e Kalonzo Musyoka.  


KENIA   17/12/2007   15.56  

ELEZIONI: VIOLENZE PRIMA DEL VOTO, OLTRE 70 VITTIME IN CINQUE MESI

 Sarebbero state più di 70 le persone uccise negli ultimi cinque mesi a causa di violenze legate alla corsa per le elezioni generali del prossimo 27 dicembre o di scontri apparentemente “etnici”: il bilancio è contenuto in un rapporto della Commissione nazionale per i diritti umani (Knchr) diffuso oggi. Nelle ultime settimane, diverse fonti, tra cui la Conferenza episcopale del Kenya, hanno moltiplicato gli appelli alla tolleranza e alla calma, denunciando come gli scontri intercomunitari siano in realtà frutto delle strumentalizzazioni operate da alcuni politici senza scrupoli candidati alle elezioni locali. Il rapporto della Knchr sottolinea che diverse migliaia di civili sono stati costretti a lasciare le loro abitazioni a causa del clima di violenza e rischiano di non poter votare. Le zone più colpite dalle tensioni pre-elettorali, riferisce l’organismo per i diritti umani, sono i distretti di Molo e del Monte Elgon, nell’ovest del paese. “Mentre in alcuni casi, la polizia è stata piuttosto reattiva, siamo preoccupati di fronte alla sua incapacità a contenere l’ondata di violenza in particolare a Kuresoi (distretto di Molo) e nel distretto del Monte Elgon, dove la polizia possedeva informazioni sugli attacchi in preparazione” si legge nel rapporto. Tra dieci giorni circa 14 milioni di keniani dovranno eleggere il presidente, i 210 membri del parlamento e 2484 rappresentanti locali. Per la massima carica dello stato dovranno scegliere tra nove canditati; i principali sfidanti sono il presidente uscente Mwai Kibaki, Raila Odinga, in testa ad alcuni sondaggi, e Kalonzo Musyoka.  


KENIA   16/12/2007   19.10  

ELEZIONI: UN ‘MANIFESTO’ PER LE NECESSITA’ DELLA GENTE

 Accesso alla scuola, sicurezza, libertà di informazione e cure mediche garantite sono alcune delle richieste contenute nel manifesto stilato e diffuso dalla Commissione per i diritti umani del Kenya (Khrc) sotto il titolo “Manifesto nazionale della popolazione. Dalle promesse dei politici alle richieste della gente”. Il documento, creato sulla base delle domande espresse dai cittadini di 55 distretti del paese, è stato presentato in occasione della giornata internazionale per i Diritti Umani e mira a sensibilizzare l’intera classe politica keniana alle necessità dell’elettorato. “E’ la prima volta nella storia del Kenia che la gente dialoga direttamente con il potere – ha detto il presidente della Khrc, Muthoni Wanyeki – ed esercita il diritto a determinare il proprio destino”. Tra le richieste formulate nel manifesto, anche la costruzione di nuovi dispensari, scuole superiori e centri per l’istruzione degli adulti, oltre al completamento del processo di revisione costituzionale e un maggiore impegno per favorire l’accesso delle donne a ruoli di potere.  


KENIA   16/12/2007   18.35  

ELEZIONI : SECONDO ALCUNI SONDAGGI, OPPOSIZIONE IN VANTAGGIO

 Sarebbe Raila Odinga, principale candidato dell’opposizione, a essere in vantaggio per le elezioni presidenziali del 27 dicembre, almeno in base agli ultimi sondaggi diffusi dai principali mezzi di informazione locali; Odinga raccoglierebbe il 46% delle dichiarazioni di voto contro il 42% di Kibaki. La ricerca precedente, dallo stesso gruppo Steadman, dava i due candidati testa a testa con circa il 43% delle preferenze. Il vantaggio di Odinga è emerso anche in altri due sondaggi che danno Kibaki staccato di cinque punti percentuali. Sono però gli stessi sondaggisti a sottolineare che “il panorama politico non è certo statico” e che i molti ‘indecisi’ potrebbero riservare sorprese; un'impressione condivisa da molti dei circa 200 mezzi d'informazione esistenti nel paese. Kibaki ha puntato tutta la sua campagna elettorale sulla crescita economica già prodotta (da poco più dell'1% all'attuale 6,3% annuo) e su quella che ritiene di poter produrre (fino all'11%); Odinga è sembrato rivolgersi con particolare attenzione all'elettorato musulmano, promettendo anche un'immediata nuova carta costituzionale. La Commissione elettorale ha convalidato la candidatura di sette aspiranti alla presidenza; oltre al presidente uscente, che si candida a un secondo mandato di cinque anni, e a quella dell’ex- ministro dei Lavori pubblici Raila Odinga, figurano anche Kalonzo Musyoka, ex-ministro degli Esteri (il 10% nei sondaggi) e altri quattro esponenti minori (Pius Muiru, Waweu Ngethe, Jeremiah Nkubu Wanyonyi e Kenneth Matita).  


KENIA   16/12/2007   17.50  

ELEZIONI: IL "NO" DEI VESCOVI ALLA VIOLENZA

 Un appello al rispetto reciproco e alla calma è stato diffuso dalla Conferenza episcopale in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari del 27 dicembre. “Ogni volta che c’è un’elezione, c’è violenza. La causa è politica. Non si dovrebbe incitare la gente alla violenza e la gente non dovrebbe accettare di essere usata” hanno detto monsignor Peter Kairu, vescovo di Nakuru (centro-ovest, nella Rift Valley) e monsignor Cornelius Schilder, vescovo di Ngong (a ovest della capitale, Nairobi), leggendo in conferenza stampa la lettera pastorale dei presuli keniani. “Non possiamo accettare che crimini commessi rimangano impuniti, anche sotto gli occhi della polizia, senza che nessuno sia arrestato” ha proseguito monsignor Kairu, che è anche presidente della Commissione episcopale Giustizia e Pace. Secondo informazioni riferite in conferenza stampa, si ritiene che una ventina di persone siano state uccise nelle ultime settimane solo nella zona Kuresoi, distretto di Molo, nella Rift Valley; circa 250 abitazioni sarebbero state incendiate e 16.0000 civili costretti alla fuga a causa di scontri intercomunitari politicamente strumentalizzati. Nella lettera pastorale, i capi della Chiesa cattolica hanno anche cond anna to le violenze avvenute nell’ultimo anno nella zona del Monte Elgon, nell’ovest, dove la violenza di gruppi armati, come la ‘Sabaot land defense force’ (Sldf), e la repressione della polizia hanno causato decine di migliaia di sfollati.  


KENIA   16/12/2007   17.30  

UN APPELLO ALLA "TOLLERANZA E ALLA MATURITA'"

 Dopo gli scontri che a Kuresoi, regione centrale della Rift Valley, hanno causato di recente la morte di 16 persone, i due candidati favoriti alle elezioni presidenziali hanno rivolto alla popolazione un appello per la pace. Durante i loro comizi, l’attuale l'attuale capo di stato Mwai Kibaki e Raila Odinga del Movimento Democratico Arancione (Odm) hanno esortato i cittadini a mostrare “tolleranza” e “maturità”. Kibaki ha sottolineato che “nessun gruppo o individuo dovrebbe essere discriminato per le sue idee politiche”. Il presidente ha inviato anche le autorità religiose a promuovere la riconciliazione per il bene comune del paese”. Poco dopo però è giunta notizia che un altro uomo è stato ucciso e altri ancora sono rimasti feriti in seguito a scontri verificatisi a Kakamega, 350 chilometri nord-ovest di Nairobi. La vittima, un tassista, sarebbe stata centrata da un colpo d’arma da fuoco sparato da una guardia del corpo di un politico locale durante gli scontri tra manifestanti di diversi orientamenti. L’incidente porta a 39 il numero delle persone uccise in episodi di violenza collegabili alle elezioni politiche dal mese di luglio.  


KENIA   16/12/2007   17.01  

VERSO IMPORTANTI ELEZIONI  

Comincia domani l’ultima settimana di campagna elettorale prima delle elezioni in cui circa 14 milioni di keniani il 27 dicembre eleggeranno il presidente della repubblica e i 210 deputati del parlamento. Ecco allora le nostre ultime informazioni a cui, andando verso la chiusura della pagina, potrà far seguito qualche titolo su altri argomenti.  


AFRICA   16/12/2007   14.31  

CONFERENZA DI NAIROBI (3): L'AFRICA, IL TERMITAIO E I FUNGHI VELENOSI. . .

 “Secondo un aforisma africano, un termitaio che non vuole morire non deve permettere che funghi nocivi gli crescano sotto; l'Africa ha invece permesso che questi funghi crescessero, consentendo a tutti di sfruttare le sue risorse”: lo ha detto Ernest Surrur, segretario permanente degli Affari pubblici e presidenziali della Sierra Leone, in uno dei più coloriti interventi della Conferenza internazionale di Nairobi sull’origine dei conflitti in Africa, intitolata “Cursed by riches: resources and conflicts in Africa” (Maledetti dai ricchi: risorse e conflitti in Africa), promossa da ‘Koinonia Community’ e Africa Peace Point’, associazioni keniane di volontariato.
Il controllo delle risorse naturali da parte di paesi non africani e la presenza di istituzioni statali deboli sono stati spesso la causa dei conflitti che negli ultimi decenni hanno interessato molti paesi africani. Con l'aneddoto del termitaio e e dei funghi Surrur si riferiva al periodo del colonialismo, ma anche a quello successivo che ha visto le nazioni più ricche sfruttare in maniera indiscriminata le risorse naturali del continente senza che la popolazione locale ne beneficiasse; come è accaduto in Sierra Leone dove, ha aggiunto Surrur, “è stata combattuta una guerra per procura di 10 anni, il cui obiettivo era il controllo dei giacimenti diamantiferi”. Per Surrur, i conflitti africani hanno interessato in definitiva paesi che presentavano debolezza delle istituzioni, ricchezza di risorse naturali e una situazione di declino economico. “Tutti noi, africani e occidentali – ha concluso – abbiamo contribuito a distruggere l’Africa. Ed è per questo motivo che ora tutti insieme dobbiamo impegnarci per ricostruirla”.
 


AFRICA   16/12/2007   10.17  

CONFERENZA DI NAIROBI: DAGLI APPUNTI DI UNA "FREE LANCE"

 Alla Conferenza hanno partecipato non pochi giornalisti italiani, tra cui Corradino Mineo, direttore di Rainews24 ed Elisa Marincola della stessa testata Rai. C'era anche Tiziana Cauli, una giovane free-lance che ha già lavorato in Africa e sull'Africa anche per le agenzie di stampa "Reuters" e "Ap". Quella che Tiziana ha fornito alla MISNA è in pratica una pagina del suo taccuino professionale, meglio ancora “una testimonianza” sintetica ma incisiva. Eccola:

"Nairobi, fulcro economico dell’Africa dell’Est e capitale di un paese, il Kenya, alle porte di alcune fra le aree più problematiche del continente. La Conferenza sulle risorse e i conflitti in Africa organizzata da Africa Peace Point si è svolta qui, a metà strada fra i palazzi del quartiere finanziario e l’immensa baraccopoli di Kibera, altra faccia dell’Africa indipendente, che ha intrapreso da tempo il suo cammino verso lo sviluppo e la globalizzazione. I delegati di università, istituti di ricerca e governi di diversi paesi hanno espresso punti di vista differenti. Alcune considerazioni ricorrenti, però, non hanno fatto altro che confermare quello che già si sa: la ricchezza di risorse costituisce spesso una maledizione per i paesi africani che non possono contare su strutture statali forti e democratiche. L’avidità dell’occidente e la crescente presenza di Pechino rischiano di dar vita a un nuovo tipo di colonialismo economico in molti paesi africani, anche grazie all’atteggiamento complice dei loro governi. Qui, la fuga di risorse verso l’esterno genera conflitti violenti e incrementati dalle rivendicazioni etniche. Ernest Surrur, segretario permanente del ministero degli affari pubblici in Sierra Leone la pensa così. “Noi tutti, e non soltanto l’occidente, abbiamo contribuito a distruggere l’Africa”. Oggi sorridente e loquace, Surrur ha vissuto in prima persona traumi difficili da raccontare durante i dieci anni di guerra civile nel suo paese. Annie Barbara Chikwanha, ricercatrice all’Istituto per gli studi di sicurezza di Nairobi, è invece originaria di un paese in gravi difficoltà: lo Zimbabwe. Chikwanha non ama parlarne, ma si pone un quesito cruciale applicabile a tutto il continente: “Dobbiamo davvero passare attraverso le catastrofi per raggiungere lo sviluppo?”
 


AFRICA   16/12/2007   9.30

CONFERENZA DI NAIROBI: GLI ARGOMENTI E I RELATORI  

Sulla Conferenza svoltasi dal 6 all'8 dicembre, da Nairobi, a firma di Angelica Alhaique, riceviamo: 


"La pace non è assenza di guerra: la pace è quando si ha la società civile ha in mano le redini della propria vita: la Comunità di Koinonia, fondata dal padre comboniano Renato Kizito Sesana, si è proposta di dare maggiori opportunità agli emarginati della società, e realizzare con “Africa Peace Point” un lavoro di mediazione dei conflitti. Obiettivi e argomenti della Conferenza sono stati: identificare cause dei complessi conflitti in Africa, gli interessi delle parti coinvolte nella contesa delle risorse, delineare possibili strutture legali che facilitino il sorgere di organismi governativi locali. I noti e meno noti giornalisti italiani presenti sembrano impegnati nel comprendere di più i meccanismi dei conflitti, affrontando argomenti quali:’Natura dei conflitti per il controllo delle risorse”, ed Ernest Surrur, Segretario Permanente presso il ministero degli Affari Pubblici della Sierra Leone, presenta il caso della guerra dei “blood dimonds”; “governance” di cui parla il professor Ernest Wamba dia Wamba della Repubblica Democratica del Congo, spiegando come non esista ‘transizione” se le strutture politiche restano sempre separate dalla società civile; “Conflitti nell’area dei Grandi Laghi in Africa” (Prof. Labana Lasay Abar dell’Universita’di Kinshasa); ‘Globalizzazione e ruolo della comunità internazionale nei conflitti per le risorse in Africa”, e il Prof. Adekunle Amuwe esprime il suo pessimismo rispetto a ruolo della comunita’ internazionale; e ancora “Cittadinanza, diritti e conflitti per le risorse in Africa”. Su questo, John Katunga del Catholic Relief Services spiega quali sono gli “ingredienti” che fanno di una risorsa naturale la prima causa di conflitti: dinamiche di interesse, mal governo, l’accessibilità alla risorsa stessa. Di forte impatto emotivo e’ il discorso del Capo della Commissione dei Diritti Umani del Kenya, Maina Kiai, che ha parlato di libertà. Molti paesi sono diventati indipendenti senza però creare forti strutture democratiche che accompagnassero il processo di conquista della libertà: “L’indipendenza senza conquista di un’identità e senza lo sviluppo di una vita politica democratica e’ il punto dove molti paesi africani hanno fallito". L’identità singola, il cittadino, e identità collettiva, lo Stato sono i due elementi che vengono prima di ogni risoluzione dei conflitti. Ed e’ parlando di identità e di libertà che si arriva al tema del conflitto in Somalia, con l’intervento dell’inviato politico speciale del ministero degli Esteri italiano per la Somalia, Mario Raffaeli che chiarisce i nodi fondamentali della situazione della Somalia di oggi evidenziando l’importanza di un approccio regionale: il ruolo delle forze internazionali, il senso del governo di transizione a Mogadiscio, e la questione della sicurezza così strettamente legata al processo di riconciliazione. Con l’invio di forze di pace Onu, a patto del rispetto da parte sia del governo che delle opposizioni di determinate condizioni, la sicurezza potrà essere garantita e il processo di formazione di un’istituzione governativa procedere fino al 2009. La chiusura della conferenza e’ stata dedicata a un “workshop” su “I media e i conflitti per le risorse in Africa”.
 


AFRICA   16/12/2007   8.30  

CONFERENZA DI NAIROBI : DISCORSO DI PADRE KIZITO SESANA (testo integrale)

 Ecco il testo integrale del discorso d'apertura pronunciato da padre Renato Kizito Sesana:


Vi ringrazio di cuore per la vostra partecipazione a questa conferenza organizzata dalla comunità di Koinonia e Africa Peace Point, con la collaborazione di altre organizzazioni. Ci siamo riuniti qui con la visione negli occhi e il peso nel cuore dei milioni di africani che continuano a soffrire a causa di un sistema internazionale la cui essenza sono guerra, violenza, razzismo, oppressione, repressione e l’impoverimento dei poveri. Siamo tutti più che consapevoli che la pace e’ ben di più che la semplice assenza di guerra, e che molti paesi, considerati ufficialmente in pace, in realtà continuano ad osservare una continua violenza contro i membri più vulnerabili della società. Le nuvole scure ancora in bilico sulle nostre terre, specialmente in Africa, sono ragione di grave preoccupazione. E’ quella la ragione del nostro umile invito affinché insieme si esamini come poter coordinare ulteriormente i nostri sforzi per muovere un passo avanti verso una più giusta e pacifica società.

Quando gli oppressi e gli svantaggiati prendono il loro destino nelle proprie mani; e quando quelli divisi in amari conflitti si impegnano per la pace e alla riconciliazione, questo e’ davvero un atto collettivo di straordinario impegno. Come Koinonia Community - una comunità cristiana laica al servizio delle vite dei più poveri ed emarginati della società- abbiamo, insieme con Africa Peace Point, proiettato i nostri sforzi in questa direzione: dare la possibilità ai più deboli di prendere in mano il loro stesso destino. Sappiamo di essere piccoli e deboli, e il riunirsi oggi e’ testimonianza di questo sforzo. La maggior parte delle persone che lavorano qui a diversi livelli provengono da contesti di marginalizzazione e povertà. Negli ultimi 15 anni abbiamo lavorato senza sosta per realizzare questo viaggio di pace. Già nel 1991 fummo invitati come mediatori dalle fazione in guerra Spla, e nel 1992 a lavorare per la riconciliazione durante i cosiddetti scontri tribali – in realtà scontri politici – nella Rift Valley, in Kenya. Fino a quando, in mesi recenti, siamo stati chiamati come mediatori nella guerra civile che ha coinvolto la Lord Resistance Army e il governo ugandese per gli ultimi 15 anni. Questi coinvolgimenti sono stati un’occasione per imparare di più riguardo le questioni economiche, politiche, culturali e storiche che stanno dietro alle tensioni e alle guerre africane. E’ stato duro ammettere che il processo di costruzione della pace e’ una grande sfida che richiede una visione a lungo termine e una profonda conoscenza, e che in questi conflitti ci sono spesso attori potenti e nascosti. Ricordo che durante il lavoro di mediazione di Africa Peace Point e Amani People Theatre per gli scontri tribali in Kenya degli anni '90, dopo due o tre giorni di seminari le due parti erano pronte per la riconciliazione e noi suggerimmo agli anziani di mettere in atto i tradizionali rituali di riconciliazione. Ricevemmo questo tipo di risposta:”Non possiamo praticarli, sarebbero inutili e potrebbero essere discreditati. Perchè i demoni che causano questi scontri e uccisioni non sono qui. Quei demoni provengono da lontano e sono cosi potenti che i nostri riti tradizionali non hanno forza contro di loro.”

E’ per noi oggi un sogno che questa conferenza si sia riunita e si stia realizzando. Aiuterà tutti noi a capire meglio questo continente di cui siamo parte e che amiamo profondamente. Il tema della conferenza – "Cursed by riches: resources and conflicts in Africa" – vuole riaffermare quella fede nella capacità di coloro che sono stati esclusi dalla guida nel dare forma a un ordine nuovo e più equo. Risuona come un impegno unire le nostre mani con i governi in Africa, nei loro sforzi per affrontare l’eredita’ di disuguaglianza nell’allocazione e nella distribuzione delle risorse, sia a livello locale che internazionale. In tutta l’Africa ci sono conflitti che si svolgono tra le nazioni, ma più frequenti sono quelli che si svolgono all’interno di una stessa nazione dove il coinvolgimento di stati confinanti o distanti - o di demoni più potenti - avviene soprattutto con la fornitura di armi e basi per le fazioni combattenti. Più numerosi e forse anche meno noti sono i conflitti che non coinvolgono direttamente lo stato, ma che esistono a livello locale tra gruppi in competizione per risorse quali l’acqua o la terra. Jacqueline Ashby la Direttrice del Centro internazione di Ricerca per l’agricoltura tropicale dice: “I conflitti per le risorse naturali quali la terra, l’acqua e le foreste si verificano ovunque, come e’ stato per secoli. Sia che si parli di disputa locale tra allevatori vicini o di dibattito internazionale sulla condivisione delle risorse, chi compete per le risorse naturali deve assicurare e aumentare la qualità della vita. Il conflitto può anche essere visto come “una normale caratteristica della gestione delle risorse naturali”. I conflitti africani – guerra civile, ribellioni, conflitti civili, instabilità politica e violenza etnica e di genere- sono la fonte dei problemi umanitari del giorno d’oggi, inclusi gli spostamenti delle popolazioni e il disordine economico. I costi in termini di sofferenza umana, ferite emotive, perdita di vite, e distruzione di proprietà sono incalcolabili.

Una delle più note debolezze dell’Africa e’ la mancanza di conoscenza tecnica, abilità e strumenti per creare ricchezza dalle loro risorse. C’e’ una incapacità di aggiungere valore alle materie prime esistenti così da essere lavorate e introdotte nei mercati locali e internazionali e per negoziare prezzi e regole di mercato migliori. Senza quella capacità le opportunità continueranno a scivolare via o altri continueranno ad avvantaggiarsene senza che i benefici raggiungano le persone nel nome delle quali queste negoziazioni vengono fatte. Dobbiamo coltivare i valori del servizio e dell’impegno per il bene comune, della tenacia e della pazienza fino alla realizzazione dei nostri obiettivi. Vedo questo come importante per gli africani e specialmente per i leader che dovrebbero governare e servire per il beneficio delle persone piuttosto che per se stessi. Lavorando con le persone povere a livello di comunità e con le persone povere e marginalizzate del Sud Sudan e attraverso l’Africa, e’ stato deprimente vedere i potenti fallire nel fornire i servizi necessari e nel proteggere la loro terra. Invece hanno continuato a facilitare lo sfruttamento delle persone e delle loro risorse. Dopo aver sperimentato il mal governo nel corso del mio lavoro con i poveri in Africa, e’ difficile mettere da parte riserve e dubbi espressi dai leader del G8. Da ciò scaturiscono molte sfide. Per esempio, come assicurarsi che la società civile nelle sue varie forme diventi un partecipante attivo nella formulazione e nell’implementazione delle politiche? Come individualmente o collettivamente utilizzare razionalmente e ai massimi effetti le risorse che il continente possiede? Come superare il male dell’intolleranza politica e religiosa?


Abbiamo visto che coloro al potere inventeranno continuamente scuse per giustificare l’esclusione e le ingiustizie contro coloro che sono considerati deboli e vulnerabili. Ma quando le risorse sono scarse, così ridotte che non possono più sostenere la vita, o quando non sono equamente distribuite, ne derivano inevitabilmente dei conflitti. I ricavi dalle estrazione delle risorse naturali raggiungono i governi sotto forma di tasse, rette, e pagamenti di indennità. Ma il ricavo generato rimane un segreto tenuto nascosto: ne’ i governi, ne’ le compagnie coinvolte dichiarano quanti soldi sono realmente stati pagati. Questo problema e’ particolarmente serio in paesi che sono fortemente dipendenti dalle entrate derivanti dall’estrazione delle risorse naturali; i cittadini non hanno accesso alle informazioni per vincolare i loro governi a rendicontare le spese e i governi possono fare a meno del bisogno di legittimità popolare. C’e’ una lunga lista di paesi dove problemi di questa natura sono stati identificati, quali l’Algeria, l’Angola, il Chad, la Repubblica democratica del Congo, la Nigeria, il Sudan. Il Sudan e’ il più esteso paese dell’ Africa con una popolazione di circa 40 milioni di abitanti. Il Sudan, comunque, e’ stato coinvolto in conflitti interni sin dall’indipendenza, si e’ cercato di governare un paese con differenti storie e culture politiche con lo strumento dell’uniformità, piuttosto che cercando di valorizzare la ricchezza delle diversità.
Per quanto riguarda il Sud, l’islamizzazione, e alcuni direbbero l’arabizzazione del paese, e’ stata una negazione delle tradizioni, della cultura e religione dei sud sudanesi. Al cuore dei conflitti in Sudan, c’e’ la negazione della diversità, dei diritti umani, della distribuzione delle risorse tra le regioni e la risultante concentrazione del potere a Khartoum.

 

Da quanto detto, dunque, suggerisco che sia importante per noi ottenere una chiara comprensione delle dinamiche che circondano i crescenti conflitti risultanti dalla gestione delle risorse. Come Koinonia Community e Africa Peace Point continueremo a impegnarci per il bene comune di questo paese e di questa regione. Facendo questo il nostro approccio si svilupperà secondo le seguenti linee:

- cercheremo di identificare e riconoscere, attraverso un processo di analisi delle parti coinvolte, tutti i gruppi con interessi legittimi nelle risorse contese;
- cercheremo di rafforzare la capacità dei gruppi più deboli o esclusi di articolare e negoziare i loro interessi;

- cercheremo di aumentare la coscienza pubblica riguardo alle diverse questioni così che le diverse parti in causa possano superare le posizioni estreme prima che si irrigidiscano;
- utilizzeremo un approccio empirico e pragmatico per identificare la giusta composizione di strategie locali ed esterne e forum per mediare i conflitti e negoziare nuove soluzioni;

- genereremo e condivideremo informazioni dettagliate e credibili necessarie a esplicitare conflitti impliciti.

Infine:
- incoraggeremo i governi ad adottare politiche e strutture legali che favoriscano la crescita di strutture locali di governo e che portino i gruppi precedentemente esclusi a prendere parte nei processi decisionali.

Cosi facendo speriamo di contribuire alla possibilità per le persone che condividono con noi il nostro viaggio in questo continente e in questo momento, di vivere una vita piena.  


KENIA   14/12/2007   8.29  

UN ‘MASTER’ IN SVILUPPO… INIZIATO TRA L’IMMONDIZIA DI NAIROBI

 Dallo spaccio di droga nelle bidonville di Nairobi a un “master in sviluppo e progetti internazionali” ottenuto nei giorni scorsi presso l’Università di Manchester, dove si era iscritto grazie a un modulo recuperato in un bidone dell’immondizia e che qualcun altro aveva accartocciato: è la storia di Sammy Gitau, keniano di 35 anni che ieri, commentando il successo accademico, ha detto di sentirsi " elettrizzato per aver raggiunto questo obiettivo che è anche un messaggio per tutti". Il suo viaggio inizia quando a 13 anni comincia a rubare e spacciare tra le strade di Mathare, una delle bidonville più grandi della capitale keniana. Ne ha 18 quando viene ricoverato per un coma da overdose: "Ricordo che sentivo il personale dell'ospedale dirmi che sarei morto e quando stai per morire fai un patto con Dio. Ho solo pensato "portami fuori di qui e farò qualsiasi cosa." Da quel momento la sua vita sarebbe cambiata. Comincia a lavorare per i ragazzi di strada per tenerli lontani dalla droga e dai pericoli della criminalità. Racconta Gitau: "dietro i ristoranti alla moda e gli uffici di Nairobi ci sono le strade abbandonate dove le persone gettano l'immondizia dalle finestre di casa. I bambini costruiscono rifugi con la plastica dei sacchetti e cercano fra i rifiuti cibo per mangiare. Mi trovavo in una di queste strade a parlare con alcuni ragazzi dei miei progetti di recupero quando vidi il prospetto dell'Università fra i bidoni dell'immondizia". Era il 2001 e Sammy lasciò per due anni l'opuscolo fra gli scaffali di casa prima di farsi convincere da un amico ad inviare la domanda di iscrizione. "L'università avrebbe coperto i costi di iscrizione ma non avevo soldi per pagarmi le spese e l'alloggio" dice "così ho contattato delle persone che avevano visitato i miei progetti in Kenya. Non sarei potuto partire senza il loro aiuto". E' il 2005, i soldi ci sono ma l'ufficio immigrazione britannico rifiuta il visto perché "a causa di un'educazione lacunosa non può essere considerato un candidato credibile." Dovranno passare altri sei mesi prima che un giudice rovesci la decisione considerandola "inadeguata e insopportabile". Oggi Gitau ha 35 anni e un master in sviluppo e progetti internazionali. Durante la consegna dei diplomi ha fatto sapere di voler tornare a lavorare a Nairobi per far crescere quei progetti partiti nel 1997 quando uscito dall'ospedale decise di cambiare strada.  


 KENIA   12/12/2007   14.37  

ELEZIONI: VESCOVI INVOCANO TOLLERANZA, “NO ALLE MANIPOLAZIONI POLITICHE”

 Un appello alla tolleranza e al rispetto reciproco in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari del 27 prossimo dicembre è stato diffuso dalla Conferenza episcopale, preoccupata dal clima di violenza registrato nelle ultime settimane. “Ogni volta che c’è un’elezione, c’è violenza. La causa è politica. Non si dovrebbe incitare la gente alla violenza e la gente non dovrebbe accettare di essere usata” hanno detto monsignor Peter Kairu, vescovo di Nakuru (centro-ovest, nella Rift Valley) e monsignor Cornelius Schilder, vescovo di Ngong (a ovest della capitale, Nairobi), leggendo in conferenza stampa la lettera pastorale dei presuli keniani. “Non possiamo accettare che crimini commessi rimangano impuniti, anche sotto gli occhi della polizia, senza che nessuno sia arrestato” ha proseguito monsignor Kairu - che è anche presidente della Commissione episcopale Giustizia e Pace – criticando la lenta risposta del governo di fronte alla violenza. “È molto triste vedere che gruppi di persone possono prendersela con altri perché appartengono ad un gruppo politico differente, hanno un’ideologia politica diversa, o appartengono ad un’etnia diversa” hanno scritto ancora i vescovi. Secondo informazioni riferite in conferenza stampa, si ritiene che una ventina di persone siano state uccise nelle ultime settimane nella zona Kuresoi, distretto di Molo, nella Rift Valley; circa 250 abitazioni sarebbero state incendiate e 16.0000 civili costretti alla fuga a causa di scontri intercomunitari politicamente strumentalizzati. Nella lettera pastorale, i capi della Chiesa cattolica hanno anche cond anna to le violenze avvenute nell’ultimo anno nella zona del Monte Elgon, nell’ovest, dove la violenza di gruppi armati, come la ‘Sabaot land defense force’ (Sldf), e la repressione della polizia hanno causato decine di migliaia di sfollati. Iniziate a causa di un controverso piano di ridistribuzione delle terre, le tensioni nel Monte Elgon potrebbero aggravarsi con le elezioni; lo scorso mese, la Sldf aveva minacciato i residenti di rappresaglie se non voteranno i candidati da loro appoggiati.  


KENIA   12/12/2007   8.44  

ELEZIONI: UN ‘MANIFESTO’ PER LE NECESSITA’ DELLA GENTE  

Accesso alla scuola, sicurezza, libertà di informazione e cure mediche garantite sono alcune delle richieste contenute nel manifesto stilato e diffuso dalla Commissione per i diritti umani del Kenya (Khrc) sotto il titolo “Manifesto nazionale della popolazione. Dalle promesse dei politici alle richieste della gente”. Il documento, creato sulla base delle domande espresse dai cittadini di 55 distretti del paese, è stato presentato in occasione della giornata internazionale per i Diritti Umani e mira a sensibilizzare l’intera classe politica keniana alle necessità dell’elettorato. “E’ la prima volta nella storia del Kenia che la gente dialoga direttamente con il potere – ha detto il presidente della Khrc, Muthoni Wanyeki – ed esercita il diritto a determinare il proprio destino”. Tra le richieste formulate nel manifesto, anche la costruzione di nuovi dispensari, scuole superiori e centri per l’istruzione degli adulti, oltre al completamento del processo di revisione costituzionale e un maggiore impegno per favorire l’accesso delle donne a ruoli di potere. Il Kenia è entrato nelle ultime due settimane di campagna elettorale: il prossimo 27 dicembre, circa 14 milioni di keniani si recheranno alle urne per eleggere il presidente e 210 deputati.  


KENIA   11/12/2007   4.31  

ELEZIONI: PRESIDENZIALI, SONDAGGI CONFERMANO VANTAGGIO OPPOSIZIONE  

È Raila Odinga, principale candidato dell’opposizione, a guidare la corsa per le elezioni presidenziali del prossimo 27 dicembre in Kenya. Lo sostiene l’ultimo sondaggio realizzato nel paese e riportato dai principali mezzi di informazione keniani, secondo i quali la ricerca demoscopica realizzata dal gruppo Steadman confermerebbe le difficoltà del presidente uscente Mwai Kibaki. In base al sondaggio, Odinga avrebbe raccolto il 46% delle dichiarazioni di voto, contro il 42% di Kibaki. L’ultima ricerca realizzata dallo stesso gruppo solo la scorsa settimana, dava i due candidati favoriti testa a testa con circa il 43% delle preferenze. Il vantaggio di Odinga è emerso anche in altri due differenti sondaggi diffusi venerdì scorso in Kenya: entrambi danno Kibaki staccato di 5 punti percentuali. Tuttavia sono gli stessi sondaggisti a evidenziare come “il panorama politico non sia certo statico” e che i molti ‘indecisi’ potrebbero riservare delle sorprese. La Commissione elettorale keniana ha convalidato in totale la candidatura di sette aspiranti alla presidenza; oltre al presidente uscente, che concorre per un secondo mandato di cinque anni, e a quella del’ex ministro dei lavori pubblici Raila Odinga, figurano anche Kalonzo Musyoka, ex ministro degli Esteri, e altri quattro esponenti minori (Pius Muiru, Waweu Ngethe, Jeremiah Nkubu Wanyonyi e Kenneth Matita). Saranno circa 14 milioni i keniani che il prossimo 27 dicembre si recheranno alle urne per eleggere il presidente della Repubblica e 210 deputati del parlamento.


 AFRICA   9/12/2007   22.30  

CONFERENZA DI NAIROBI (3): DISCORSO DI PADRE KIZITO SESANA (testo integrale)  

Ecco il testo integrale del discorso d'apertura pronunciato da padre Renato Kizito Sesana:

"Vi ringrazio di cuore per la vostra partecipazione a questa conferenza organizzata dalla comunità di Koinonia e Africa Peace Point, con la collaborazione di altre organizzazioni. Ci siamo riuniti qui con la visione negli occhi e il peso nel cuore dei milioni di Africani che continuano a soffrire a causa di un sistema internazionale la cui essenza sono guerra, violenza, razzismo, oppressione, repressione e l’impoverimento dei poveri. Siamo tutti più che consapevoli che la pace e’ ben di più che la semplice assenza di guerra, e che molti paesi, considerati ufficialmente in pace, in realtà continuano ad osservare una continua violenza contro i membri più vulnerabili della società. Le nuvole scure ancora in bilico sulle nostre terre, specialmente in Africa, sono ragione di grave preoccupazione. E’ quella la ragione del nostro umile invito affinché insieme si esamini come poter coordinare ulteriormente i nostri sforzi per muovere un passo avanti verso una più giusta e pacifica società.


Quando gli oppressi e gli svantaggiati prendono il loro destino nelle proprie mani; e quando quelli divisi in amari conflitti si impegnano per la pace e alla riconciliazione, questo e’ davvero un atto collettivo di straordinario impegno e leadership. Come Koinonia Community - una comunità cristiana laica al servizio delle vite dei più poveri ed emarginati della società- abbiamo, insieme ad Africa Peace Point, proiettato i nostri sforzi in questa direzione: dare la possibilità ai più deboli di prendere in mano il loro stesso destino. Sappiamo di essere piccoli e deboli, e il riunirsi oggi e’ testimonianza di questo sforzo. La maggior parte delle persone che lavorano qui a diversi livelli provengono da contesti di marginalizzazione e povertà. Negli ultimi 15 anni abbiamo lavorato senza sosta per realizzare questo viaggio di pace. Già nel 1991 fummo invitati come mediatori dalle fazione in guerra Spla, e nel 1992 a lavorare per la riconciliazione durante i cosiddetti scontri tribali – in realtà scontri politici – nella Rift Valley, in Kenya. Fino a quando, in mesi recenti, siamo stati chiamati come mediatori nella guerra civile che ha coinvolto la Lord Resistance Army e il governo Ugandese per gli ultimi 15 anni. Questi coinvolgimenti sono stati un’occasione per imparare di più riguardo le questioni economiche, politiche, culturali e storiche che stanno dietro alle tensioni e alle guerre africane. E’ stato duro ammettere che il processo di costruzione della pace e’ una grande sfida che richiede una visione a lungo termine e una profonda conoscenza, e che in questi conflitti ci sono spesso attori potenti e nascosti. Ricordo che durante il lavoro di mediazione di Africa Peace Point e Amani People Theatre per gli scontri tribali in Kenya degli anni 90, dopo due o tre giorni di seminari le due parti erano pronte per la riconciliazione e noi suggerimmo agli anziani di mettere in atto i tradizionali rituali di riconciliazione. Ricevemmo questo tipo di risposta:”Non possiamo praticarli, sarebbero inutili e potrebbero essere discreditati. Perche’ i demoni che causano questi scontri e uccisioni non sono qui. Quei demoni provengono da lontano e sono cosi potenti che i nostri riti tradizionali non hanno forza contro di essi.”


E’ per noi oggi un sogno che questa conferenza si sia riunita e si stia realizzando. Aiuterà tutti noi a capire meglio questo continente di cui siamo parte e che amiamo profondamente. Il tema della conferenza – Cursed by riches: resources and conflicts in Africa – vuole riaffermare quella fede nella capacità di coloro che sono stati esclusi dalla guida nel dare forma a un ordine nuovo e più equo. Risuona come un impegno unire le nostre mani con i governi in Africa, nei loro sforzi per affrontare l’eredita’di disuguaglianza nell’allocazione e nella distribuzione delle risorse, sia a livello locale che internazionale. In tutta l’Africa ci sono conflitti che si svolgono tra le nazioni , ma più frequenti sono quelli che si svolgono all’interno di una stessa nazione dove il coinvolgimento degli stati confinanti o distanti, o di demoni più potenti, avviene soprattutto con la fornitura di armi e basi per le fazioni combattenti. Più numerosi e forse anche meno noti sono i conflitti che non coinvolgono direttamente lo Stato, ma che esistono a livello locale tra gruppi in competizione per risorse quali l’acqua o la terra. Jacqueline Ashby la Direttrice del Centro internazione di Ricerca per l’agricoltura tropicale dice: “ I conflitti per le risorse naturali quali la terra, l’acqua e le foreste si verificano ovunque, come e’ stato per secoli. Sia che si parli di disputa locale tra allevatori vicini o di dibattito internazionale sulla condivisione delle risorse, chi compete per le risorse naturali deve assicurare e aumentare la qualità della vita. Il conflitto può anche essere visto come “una normale caratteristica della gestione delle risorse naturali”. I conflitti africani – guerra civile, ribellioni, conflitti civili, instabilità politica e violenza etnica e di genere- sono la fonte dei problemi umanitari del giorno d’oggi, inclusi gli spostamenti delle popolazioni e il disordine economico. I costi in termini di sofferenza umana, ferite emotive, perdita di vite, e distruzione di proprietà sono incalcolabili.

Una delle più note debolezze dell’Africa e’ la mancanza di conoscenza tecnica, abilità e strumenti per creare ricchezza dalle loro risorse. C’e’ un’incapacità di aggiungere valore alle materie prime esistenti così da essere lavorate e introdotte nei mercati locali e internazionali e per negoziare prezzi e regole di mercato migliori. Senza quella capacità le opportunità continueranno a scivolare via o altri continueranno ad avvantaggiarsene senza che i benefici raggiungano le persone nel nome delle quali queste negoziazioni vengono fatte. Dobbiamo coltivare i valori del servizio e dell’impegno per il bene comune, della tenacia e della pazienza fino alla realizzazione dei nostri obiettivi. Vedo questo come importante per gli africani e specialmente per i leader che dovrebbero governare e servire per il beneficio delle persone piuttosto che per se stessi. Lavorando con le persone povere a livello di comunità e con le persone povere e marginalizzate del Sud Sudan e attraverso l’Africa, e’ stato deprimente vedere i potenti fallire nel fornire i servizi necessari e nel proteggere la loro terra. Invece hanno continuato a facilitare lo sfruttamento delle persone e delle loro risorse. Dopo aver sperimentato il mal governo nel corso del mio lavoro con i poveri in Africa, e’ difficile mettere da parte riserve e dubbi espressi dai leader del G8. Da ciò scaturiscono molte sfide. Per esempio, come assicurarsi che la società civile nelle sue varie forme diventi un partecipante attivo nella formulazione e nell’implementazione delle politiche? Come individualmente o collettivamente utilizzare razionalmente e ai massimi effetti le risorse che il continente possiede? Come superare il male dell’intolleranza politica e religiosa?

Abbiamo visto che coloro al potere inventeranno continuamente scuse per giustificare l’esclusione e le ingiustizie contro coloro che sono considerati deboli e vulnerabili. Ma quando le risorse sono scarse, così ridotte che non possono più sostenere la vita, o quando non sono equamente distribuite, ne derivano inevitabilmente dei conflitti. I ricavi dalle estrazione delle risorse naturali raggiungono i governi sotto forma di tasse, rette, e pagamenti di indennità. Ma il ricavo generato rimane un segreto tenuto nascosto: ne’ i governi, ne’ le compagnie coinvolte dichiarano quanti soldi sono realmente stati pagati. Questo problema e’ particolarmente serio in paesi che sono fortemente dipendenti dalle entrate derivanti dall’estrazione delle risorse naturali; i cittadini non hanno accesso alle informazioni per vincolare i loro governi a rendicontare le spese e i governi possono fare a meno del bisogno di legittimità popolare. C’e’ una lunga lista di paesi dove problemi di questa natura sono stati identificati, quali l’Algeria, l’Angola, il Chad, la Repubblica democratica del Congo, la Nigeria, il Sudan. Il Sudan e’ il più esteso paese dell’ Africa con una popolazione di circa 40 milioni di abitanti. Il Sudan, comunque, e’ stato coinvolto in conflitti interni sin dall’indipendenza, si e’ cercato di governare un paese con differenti storie e culture politiche con lo strumento dell’uniformità, piuttosto che cercando di valorizzare la ricchezza delle diversità.
Per quanto riguarda il Sud, l’islamizzazione, e alcuni direbbero l’arabizzazione del paese, e’ stata una negazione delle tradizioni, della cultura e religione dei sud sudanesi. Al cuore dei conflitti in Sudan, c’e’ la negazione della diversità, dei diritti umani, della distribuzione delle risorse tra le regioni e la risultante concentrazione del potere a Khartoum.


Da quanto detto dunque, suggerisco che sia importante per noi ottenere una chiara comprensione delle dinamiche che circondano i crescenti conflitti risultanti dalla gestione delle risorse. Come Koinonia Community e Africa Peace Point continueremo a impegnarci per il bene comune di questo paese e di questa regione. Facendo questo il nostro approccio si svilupperà secondo le seguenti linee:

- cercheremo di identificare e riconoscere, attraverso un processo di analisi delle parti coinvolte, tutti i gruppi con interessi legittimi nelle risorse contese;

- cercheremo di rafforzare la capacità dei gruppi più deboli o esclusi di articolare e negoziare i loro interessi;

- cercheremo di aumentare la coscienza pubblica riguardo alle diverse questioni così che le diverse parti in causa possano superare le posizioni estreme prima che si irrigidiscano;

- utilizzeremo un approccio empirico e pragmatico per identificare la giusta composizione di strategie locali ed esterne e forum per mediare i conflitti e negoziare nuove soluzioni;

- genereremo e condivideremo informazioni dettagliate e credibili necessarie a esplicitare conflitti impliciti.

Infine:
- incoraggeremo i governi ad adottare politiche e strutture legali che favoriscano la crescita di strutture locali di governo e che portino i gruppi precedentemente esclusi a prendere parte nei processi decisionali.

Cosi facendo speriamo di contribuire alla possibilità per le persone che condividono con noi il nostro viaggio in questo continente e in questo momento, di vivere una vita piena.

Grazie a tutti".  


AFRICA   9/12/2007   21.53  

CONFERENZA DI NAIROBI (2): GLI ARGOMENTI E I RELATORI  

Sulla Conferenza svoltasi questo fine settimana, da Nairobi, a firma di Angelica Alhaique, riceviamo e pubblichiamo:

"La pace non è assenza di guerra: la pace è quando si ha la società civile ha in mano le redini della propria vita: la Comunità di Koinonia, fondata dal padre comboniano Renato Kizito Sesana, si è proposta di dare maggiori opportunità agli emarginati della società, e realizzare con “Africa Peace Point” un lavoro di mediazione dei conflitti. Obiettivi e argomenti della Conferenza sono stati: identificare cause dei complessi conflitti in Africa, gli interessi delle parti coinvolte nella contesa delle risorse, delineare possibili strutture legali che facilitino il sorgere di organismi governativi locali. I noti e meno noti giornalisti italiani presenti sembrano impegnati nel comprendere di piùi meccanismi dei conflitti, affrontando argomenti quali:’Natura dei conflitti per il controllo delle risorse”, ed Ernest Surrur, Segretario Permanente presso il ministero degli Affari Pubblici della Sierra Leone, presenta il caso della guerra dei “blood dimonds”; “Governance” di cui parla il professor Ernest Wamba dia Wamba della Repubblica Democratica del Congo, spiegando come non esista ‘transizione” se le strutture politiche restano sempre separate dalla società civile; “Conflitti nell’area dei Grandi Laghi in Africa” (Prof. Labana Lasay Abar dell’Università di Kinshasa); ‘Globalizzazione e ruolo della comunità internazionale nei conflitti per le risorse in Africa”, e il Prof. Adekunle Amuwe esprime il suo pessimismo rispetto a ruolo della comunità internazionale; e ancora “Cittadinanza, diritti e conflitti per le risorse in Africa”. Su questo, John Katunga di Catholic Relief Services spiega quali sono gli “ingredienti” che fanno di una risorsa naturale la prima causa di conflitti: dinamiche di interesse, mal governo, l’accessibilità alla risorsa stessa. Di forte impatto emotivo e’ il discorso del Capo della Commissione dei Diritti Umani del Kenya, Maina Kiai che ha parlato di libertà. Quello che manca in Kenya, e’ una reale libertà, che significa anche democrazia. Molti paesi sono diventati indipendenti senza però creare forti strutture democratiche che accompagnassero il processo di conquista della libertà: “L’indipendenza senza conquista d un’identità e senza lo sviluppo di una vita politica democratica e’ il punto dove molti paesi africani hanno fallito.” L’identità singola, il cittadino, e identità collettiva, lo Stato sono i due elementi che vengono prima di ogni risoluzione dei conflitti. Ed e’ parlando di identità e di libertà che si arriva al tema del conflitto in Somalia, con l’intervento dell’inviato politico speciale del ministero degli Esteri italiano per la Somalia, Mario Raffaeli che chiarisce i nodi fondamentali della situazione della Somalia di oggi evidenziando l’importanza di un approccio regionale: il ruolo delle forza internazionali, il senso del governo di transizione a Mogadiscio, e la questione della sicurezza così strettamente legata al processo di riconciliazione. Con l’invio di forze di pace Onu, a patto del rispetto da parte sia del governo che delle opposizioni di determinate condizioni, la sicurezza potrà essere garantita e il processo di formazione di un’istituzione governativa procedere fino al 2009. La chiusura della conferenza e’ stata dedicata a un “workshop” su “I media e i conflitti per le risorse in Africa”. (vedi anche notizia delle 15.01 di ieri, all'interno della "Finestra sul fine settimana")
 


AFRICA   9/12/2007   21.19  

"S.O.S" PER GLI "EPA": LETTERA DI PADRE ALEX ZANOTELLI A ROMANO PRODI

 [Padre Alex Zanotelli ha indirizzato al presidente del Consiglio Romano Prodi la seguente lettera, datata 8 dicembre, che pubblichiamo integralmente]:

Presidente,

ci dia una mano a salvare l’ Africa, già così malmessa, da un nuovo cappio al collo, gli EPA/APE( Economic Partnership Agreements, Accordi di Partenariato Economico)che dovranno sostituire entro il 31 dicembre 2007 il vecchio Trattato di Cotonou con i paesi impoveriti dell’A.C.P (Africa - Caraibi-Pacifico). Oggi Lei è a Lisbona per il vertice dei capi di stato Africa - Unione
Europea: un appuntamento importante sia perché l’Unione Europea non ha mai avuto una seria politica estera verso quel martoriato continente, sia perché avviene in un momento critico nelle trattative per i negoziati EPA.

Infatti i negoziati che dovevano essere conclusi già a novembre sono fortunamente ancora in alto mare. Sia perché molti stati africani come gli stati dell’ Africa occidentale (ECOWAS –CEDAO ) sotto pressione dalle organizzazioni contadine si sono rifiutati di firmarli sia perché le organizzazioni popolari di base europee hanno montato una forte campagna contro gli EPA.
Noi avversiamo con forza l’idea di questi accordi economici centrati su un approccio liberista sotto la spinta dell’ Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc/Wto ) che porterebbero l’Africa alla fame ! Infatti chiedere ai paesi impoveriti di togliere i loro dazi e le tariffe (mercato libero), vuol dire obbligare ad aprire le porte al dumping (sversamento) europeo dei nostri prodotti agricoli (un’ agricoltura quella europea sostenuta da 50 miliardi di Euro all’anno!).

Altro che mercato libero!

E Le ricordo che l’ Africa è al 70% agricola! 


Le siamo grati, Presidente , perché il governo italiano ha sollevato con forza in sede di Consiglio Europeo la necessità di rivedere l’ approccio negoziale seguito dalla Commissione Europea per il Commercio con l’ Estero. (E questo grazie soprattutto alla Vice- Ministra degli Esteri, Patrizia Sentinelli). Tutto questo è per noi motivo di grande gioia poiché significa che quando la società civile si organizza in rete , a nord come a sud , si ottengono risultati notevoli. Oggi infatti la Commissione Europea per il Commercio , guidata dal laburista inglese P. Mandelson è sotto forte pressione
da parte di vari governi europei e da parte di tanti stati africani.Ma Mandelson è deciso a continuare le trattative con i singoli paesi, distruggendo così il principio di trattare con blocchi di stati. I ricatti da parte dei funzionari di Bruxelles nei confronti dei loro omologhi dei paesi più impoveriti dell’Africa si susseguono in questi giorni nelle segrete stanze dove avvengono i negoziati. C’è in atto anche il ricatto di tagliare gli aiuti europei per coloro che non firmeranno in tempo come documentato ampiamente in testi confidenziali resi di dominio pubblico negli ultimi mesi. E così tanti stati africani si trovano costretti ad accettare un accordo capestro “ad interim” limitato soltanto al commercio dei beni con il rischio di vedere scomparire i termini preferenziali di accesso al mercato europeo di cui hanno goduto fino ad oggi. E il tempo stringe : Mandelson infatti vuol chiudere gli accordi entro il 31 dicembre!


Tutto questo è una pura follia che sarà pagata cara dai popoli neri dell’ Africa.


Presidente, noi critichiamo la presenza cinese in Africa , come interessata a fare solo affari . Ma noi Europei siamo forse differenti? Non badiamo anche noi solo a fare affari in Africa? Noi sentiamo un senso di vergogna nell’essere cittadini di una tale Europa e rappresentati da tali funzionari europei , la cui agenda riflette un’ ideologica liberista fallimentare e intransigente che costerà la vita a milioni di contadini africani. Presidente, aiuti i suoi pari in Europa a concedere un’alternativa dignitosa a quei governi che non vogliono firmare oggi gli accordi perché sono i loro popoli a chiederglielo con forza. Glielo chiediamo anche noi che in Italia ci siamo dati da fare ,dal Forum Mondiale Sociale di Nairobi (gennaio 2007) ad oggi , perché si soprassedesse a questi accordi capestro e non si cedesse alle pressioni del WTO.


Presidente , le chiedo che, in nome del suo amore per il Sogno Europeo , si adoperi da subito, soprattutto a Lisbona , dove ora è , perché i negoziati EPA vengano posticipati per evitare accordi capestro che significheranno tante morti per fame in un’ Africa già strangolata.

Presidente, mi appello alla sua coscienza, alla sua tradizione etica da cui proviene.


Presidente, dato che Lei conosce bene la burocrazia di Bruxelles e ha molte conoscenze nei gangli del potere europeo, Le chiediamo una mano : la deroga di almeno un anno perché sia UE che ACP, possano continuare a dialogare per arrivare a un trattato più giusto e più equo per i paesi impoveriti.

Ci faccia questo dono di Natale ! I poveri lo aspettano!  


AFRICA   8/12/2007   15.01  

CONFERENZA DI NAIROBI: L'AFRICA, IL TERMITAIO E I FUNGHI VELENOSI. . .

 “Secondo un aforisma africano, un termitaio che non vuole morire non deve permettere che funghi nocivi gli crescano sotto; l'Africa ha invece permesso che questi funghi crescessero, consentendo a tutti di sfruttare le sue risorse”: lo ha detto Ernest Surrur, segretario permanente degli Affari pubblici e presidenziali della Sierra Leone, in uno dei più coloriti interventi della Conferenza internazionale di Nairobi sull’origine dei conflitti in Africa, intitolata “Cursed by riches: resources and conflicts in Africa” (Maledetti dai ricchi: risorse e conflitti in Africa), promossa da ‘Koinonia Community’ e Africa Peace Point’, associazioni keniane di volontariato.
Il controllo delle risorse naturali da parte di paesi non africani e la presenza di istituzioni statali deboli sono stati spesso la causa dei conflitti che negli ultimi decenni hanno interessato molti paesi africani. Con l'aneddoto del termitaio e dei funghi Surrur si riferiva al periodo del colonialismo, ma anche a quello successivo che ha visto le nazioni più ricche sfruttare in maniera indiscriminata le risorse naturali del continente senza che la popolazione locale ne beneficiasse; come è accaduto in Sierra Leone dove, ha aggiunto Surrur, “è stata combattuta una guerra per procura di 10 anni, il cui obiettivo era il controllo dei giacimenti diamantiferi”. Per Surrur, i conflitti africani hanno interessato in definitiva paesi che presentavano debolezza delle istituzioni, ricchezza di risorse naturali e una situazione di declino economico. “Tutti noi, africani e occidentali – ha concluso – abbiamo contribuito a distruggere l’Africa. Ed è per questo motivo che ora tutti insieme dobbiamo impegnarci per ricostruirla”.  


 KENIA   7/12/2007   18.06  

ELEZIONI: CANDIDATI FANNO APPELLO ALLA TOLLERANZA, PROSEGUONO VIOLENZE

 Dopo i violenti scontri che a Kuresoi, nella regione centrale della Rift Valley, hanno causato la scorsa settimana la morte di 16 persone, i due candidati favoriti alle elezioni presidenziali hanno rivolto alla popolazione un appello per la pace. Durante i loro comizi, l’attuale l'attuale capo di stato Mwai Kibaki e Raila Odinga del Movimento Democratico Arancione (Odm), hanno esortato i cittadini a mostrare “tolleranza” e “maturità”. Kibaki ha sottolineato che “nessun gruppo o individuo dovrebbe essere discriminato per le sue idee politiche”. Il presidente ha inviato anche le autorità religiose a promuovere la riconciliazione per il bene comune del paese”. In serata però è giunta la notizia che un uomo è morto ed altri sono rimasti feriti in seguito a scontri verificatisi a Kakamega, 350 chilometri nord-ovest di Nairobi. La vittima, un tassista, sarebbe stata centrata da un colpo d’arma da fuoco sparato da una guardia del corpo di un politico locale durante gli scontri tra manifestanti di diversi orientamenti. L’incidente porta a 39 il numero delle persone uccise in episodi di violenza collegabili alle elezioni politiche dal mese di luglio. Circa 14 milioni di keniani si recheranno alle urne, il prossimo 27 dicembre, per eleggere il presidente della Repubblica e 210 deputati del parlamento.  


SUD DEL MONDO   7/12/2007   15.00  

BREVISSIME DALL’AFRICA (Sudan, Nigeria, Kenya, Angola)  

SUDAN - E’ stata inaugurata ieri a Doka (nell’est del paese) una nuova autostrada di 156 chilometri che collegherà la cittadina sudanese con Matama in Etiopia. Alla cerimonia hanno preso parte il presidente sudanese Omar el Bashir e il primo ministro etiopico Meles Zenawi. I due governi, sottolineando l’importanza delle vie di comunicazione nel miglioramento dei rapporti tra stati vicini, hanno detto che l’autostrada appena inaugurata fa parte di un progetto più ampio di cooperazione tra i due paesi.

NIGERIA – Il 55% dei lavoratori dell’Africa sub-sahariana ha salari troppo bassi: lo ha detto Mohammed Ibn-Chambas, presidente della Commissione della Comunità economica degli stati dell’Africa dell’ovest (Cedeao), in occasione di una riunione congiunta con l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Secondo Ibn-Chambas, la maggior parte dei lavoratori non guadagna più di un dollaro al giorno, restando quindi al di sotto della linea di povertà.

KENYA – Le regioni nord-orientali del paese sono state invase da sciami di locuste che minacciano adesso i raccolti di mais e grano. La situazione, hanno riferito fonti del ministero dell’Agricoltura, è al momento sotto controllo, ma potrebbe peggiorare nei prossimi giorni. Le locuste, originarie dello Yemen, attraversano il mare e costituisco un ricorrente problema per gli agricoltori in Somalia, Etiopia e Kenya.

ANGOLA – Si è conclusa a Luanda mercoledì scorso la visita del comandante americano in Africa William Ward. Nei due giorni di permanenza, Ward ha discusso questioni bilaterali presentando Africom e valutando un ruolo dell’Angola nel regolamento dei conflitti della regione. Africom, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe essere un comando delle truppe americane in Africa: il progetto ha sollevato diverse proteste e critiche da parte di molti paesi del continente.


KENIA   6/12/2007   5.18  

ELEZIONI DI FINE DICEMBRE: SEGGI MOBILI PER ZONE DI VIOLENZA?  

Per le prossime elezioni generali, previste il 27 dicembre, sarà difficile e forse impossibile votare in 14 seggi del distretto di Kuresoi, nella regione centrale della Rift Valley, da cui molti civili stanno fuggendo in seguito a violenze verificatesi nelle ultime settimane. Secondo un documento della ‘Commissione Giustizia e Pace’ della Conferenza Episcopale Keniana è infatti difficile che la gente fuggita da quelle zone dopo l'uccisione di 16 persone e l' incendio di oltre 200 edifici possa farvi ritorno a breve. “In seguito alla persistente insicurezza - sostiene un comunicato della Commissione – abbiamo chiesto al comitato elettorale di considerare la possibilità di adoperare seggi mobili per le votazioni nelle zone più a rischio”. Tra le vittime degli ultimi giorni, ci sarebbero forse anche alcuni minori, uccisi da proiettili vaganti nelle sparatorie tra bande armate e agenti di polizia che nelle ultime tre settimane hanno effettuato oltre 100 fermi. Sono circa 890 i candidati ammessi alle elezioni di dicembre, per i 210 seggi del parlamento e l'incarico di presidente; l'attuale capo di stato Mwai Kibaki, che si presenta con il Partito dell’unità nazionale (Pnu), ha come principale avversario Raila Odinga del Movimento Democratico Arancione.  


AFRICA   6/12/2007   3.29  

GUERRE E RISORSE NATURALI: A NAIROBI CONVEGNO INTERNAZIONALE  

Per tre giorni a partire da oggi, decine di operatori che hanno lavorato o lavorano per promuovere la riconciliazione, la pace e la giustizia, partecipano a Nairobi a un incontro internazionale destinato a spiegare e approfondire il legame tra risorse naturali e guerre in Africa. Intitolata “Cursed by riches: resources and conflicts in Africa" (Maledetti dai ricchi: risorse e conflitti in Africa) la conferenza è organizzata da 'Koinonia Community’ e ‘Africa Peace Point’, due strutture di volontariato keniane impegnate per lo sviluppo umano, i diritti della persona e l’educazione alla pace, con la collaborazione di altre organizzazioni e dei missionari comboniani. Troppo spesso interpretate o presentate come conflitti legati al malgoverno o ad altre cause prevalentemente locali, le guerre africane degli ultimi 10 anni sono state (e sono) in realtà in molti casi provocate da scontri per il controllo delle risorse e da potenti ingerenze e interessi esterni.  


KENIA   Mombasa, 2 dicembre 2007  

KENYA, RAPITI 11 TURISTI ITALIANI A MOMBASA

Undici turisti italiani sono stati assaliti e derubati in un'imboscata a Mombasa, in Kenya. Lo ha reso noto la polizia locale, secondo la quale un gruppo di uomini armati di Kalashnikov ha aperto il fuoco contro il furgone su cui viaggiavano e costretto l'autista a fermarsi. Poi i malviventi sono saliti a bordo del veicolo e hanno rapinato il gruppo di italiani, che erano appena arrivati all'aeroporto di Mombasa ed erano diretti a Malindi. I turisti stanno bene, soltanto l'autista locale e' stato leggermente ferito.  


 KENIA   30/11/2007   6.09

 PER LA LOTTA ALLA TUBERCOLOSI

La tubercolosi verrà presto dichiarata “disastro nazionale” in Kenya per consentire al governo di mettere a disposizione più fondi per i programmi sanitari in atto per contrastare la malattia: lo ha annunciato il ministero della Sanità, precisando di aver consegnato un rapporto sull’impatto della malattia al consiglio dei ministri che nei prossimi giorni dovrebbe dichiarare ufficialmente la malattia “disastro nazionale”, attivando così una serie di procedure d’emergenza che consentono l’apertura e l’accesso a fondi riservati urgenti. Secondo i dati diffusi dal ministero, 70 persone muoiono ogni giorno in Kenya per un totale di 115.234 casi di tubercolosi registrati ogni anno, cifre che hanno trasformato il Kenya in uno dei 22 paesi del pianeta col più alto numero di casi di tubercolosi. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), infatti, le cifre ufficiali rappresenterebbero solo il 50% dei casi, dal momento che le stime ritengono che siano quasi 300.000 i malati di Tb nel paese. A preoccupare il governo keniano anche la crescente diffusione dei ceppi di tubercolosi resistenti ai medicinali sviluppatisi negli ultimi anni e che ormai rappresentano già il 4% del totale dei casi registrati.


KENYA   27/11/2007   2.31  

ELEZIONI GENERALI: PRONTE LE LISTE DEI CANDIDATI

 Sono circa 890 i candidati ufficialmente ammessi alle prossime elezioni generali del 27 dicembre in Kenya, per l'assegnazione dei 210 seggi del Parlamento e della carica di Presidente; lo ha reso noto la Commissione elettorale nazionale che sabato ha dichiarato chiuse, e non prorogabili, le procedure di registrazione. Tra i nomi in lizza anche quello del presidente in carica Mwai Kibaki, in corsa per un secondo mandato presidenziale, il quale si ripresenta nella città di Niyeri; per la legge Kenyana, infatti, possono concorrere alla massima carica dello Stato solo deputati eletti. La lista dei candidati presidenziali ammessi include Kibaki, presentato dal nuovo Partito dell'Unità Nazionale, dopo la rottura della Coalizione Nazionale Arcobaleno che lo portò alla vittoria nel 2002; Raila Odinga del Movimento Democratico Arancione, considerato il principale rivale del presidente in carica e che, secondo i sondaggi sarebbe in testa alle preferenze; l'ex ministro degli Esteri Kalonzo Musyoka e quattro candidati minori. Tra questi Pius Muiriu, pastore evangelico e capo di una chiesa locale, presentato dal Partito del Popolo del Kenya, e Kenneth Matiba, leader della piccola formazione politica, il 'Saba Saba Asili', la cui candidatura rappresenta un ritorno alla politica nazionale dopo aver partecipato senza successo alle elezioni presidenziali del 1992 e aver avuto problemi di salute.  


SUD DEL MONDO   26/11/2007   14.29  

BREVI DALL’AFRICA (Sudafrica, Sudan, Kenya, Nigeria, Africa)

SUD AFRICA – Due persone sono morte e 1.500 sono state evacuate per le improvvise alluvioni che nelle ultime 48 ore hanno colpito la zona meridionale del Sudafrica. Lo riporta la stampa locale, precisando che la zona più colpita è la municipalità di Eden District, una delle aree più turistiche del Paese. Le forti piogge degli ultimi giorni hanno causato l’esondazione di alcuni corsi d’acqua, provocando gravi danni economici alla locale industria del turismo.

SUDAN – Nel corso del 2007 la situazione in Darfur, la regione occidentale del Sudan teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno e di una conseguente crisi umanitaria, è deteriorata. Lo sostiene il nuovo rapporto dell’International crisis group (Icg), centro studi con sede a Londra, pubblicato oggi. "Il conflitto è cambiato, i gruppi si sono divisi e gli scontri moltiplicati. La violenza sta di nuovo aumentando, diminuiscono le possibilità di accesso delle agenzie umanitarie, i peacekeepers internazionali non sono ancora effettivi e una soluzione politica è ancora lontana", si legge in una sintesi del documento.

KENYA – Sarebbero 8.040 le persone uccise o torturate a morte nel Paese dalla polizia dopo l’avvio, nel 2002, di una campagna di repressione contro la setta illegale dei Mungiki. Lo sostiene un rapporto presentato recentemente da una locale Fondazione d’avvocati e che si riferisce a violenze compiute tra l’agosto del 2002 e lo stesso mese del 2007. La polizia ha già liquidato come “vaneggiamento” il documento che, effettivamente, come riferiscono fonti indipendenti, non sembrerebbe fornire prove delle accuse mosse. 


NIGERIA – Uno scontro a fuoco ha contrapposto ieri un gruppo di uomini armati a soldati nigeriani nella zona meridionale dello Stato di Rivers, uno degli stati che compone la regione meridionale nigeriana del Delta del Niger. Lo riferisce oggi la stampa locale, presentando però due versioni differenti di quanto accaduto: secondo alcuni si sarebbe trattato di un attacco lanciato da miliziani contro una struttura della Shell, secondo altri di un’azione contro alcune lance della marina in pattugliamento tra le foreste di mangrovie della zona di Soku.

AFRICA – Inizia oggi da Addis Abeba la visita di una settimana del sottosegretario delle Nazioni Unite con delega agli Affari Umanitari, John Holmes. Oltre all’Etiopia, il responsabile dell’ONU nei prossimi giorni visiterà anche il Sudan e il Kenya.  


ONU   24/11/2007   1.12  

SIDA/AIDS: DIMINUISCE "DAVVERO" SOLO IN ZIMBABWE E KENYA

Effettiva riduzione del numero di nuove infezioni in Kenya e Zimbabwe e revisioni dei metodi di calcolo in India e in cinque paesi dell’Africa subsahariana hanno fatto diminuire del 16% tra il 2006 e il 2007 – da 39,5 milioni a 33,2 milioni - il numero stimato di persone affette dalla sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) nel mondo: lo indica il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'aids/hiv (Unaids). I paesi tra il Sudafrica e i confini del Sahara rimangono i più colpiti dalla malattia, prima causa di decessi; circa il 68% degli adulti sieropositivi e il 90% di bambini vivono nella regione. L’Africa australe registra quasi un terzo (il 32%) delle nuove infezioni e dei decessi nel 2007. In totale, 1,7 milioni di abitanti hanno contratto quest’anno il virus dell’immunodeficienza umana (viu/hiv) nei paesi dell’Africa subsahariana. Un declino significativo della prevalenza (percentuale della popolazione adulta affetta dal virus) si è registrato in Zimbabwe ma è di tendenza opposta la situazione in Mozambico, dove l’epidemia è ricominciata a salire dopo che si era stabilizzata. Sul continente asiatico, dove vivono 4,9 milioni di sieropositivi, 440.000 sono stati i nuovi casi nel 2007 e 300.000 i decessi. La regione più colpita è quella del sud-est; gli esperti dell’Unaids notano un declino in Cambogia, Myanmar e Tailandia ma una recrudescenza in Indonesia (in particolare nella provincia di Papua) e in Vietnam. In America latina l’epidemia conserva un livello stabile, con un numero complessivo di 1,6 milioni di persone affette, 100.000 nuovi contagi e 58.000 decessi. I due terzi – 230.000 - dei sieropositivi dei Caraibi vivono tra Haiti e la Repubblica Dominicana ; nella regione, la sida/aids, che ha ucciso 11.000 persone nel 2007, costituisce una delle principali cause di morte. Complessivamente, si legge nel rapporto, ogni giorno 6800 persone contraggono il virus e 5700 muoiono a causa di un accesso inadeguato alla prevenzione e alle cure.  


AFRICA   23/11/2007   8.44  

ELDORET, OVVERO L’ELDORADO DEI FIORI KENYANI  

Si chiama Eldoret e promette di diventare la ‘Eldorado ’ Kenyana per la coltivazione dei fiori. Situata nel nord-ovest del paese, a 2200 metri d’altezza, la piccola cittadina, principale centro di floricoltura del paese dopo Naivasha, potrebbe costituire la soluzione Kenyana alla minaccia rappresentata dall’Etiopia per la supremazia sul mercato internazionale dei fiori. “Il suo clima fresco e il terreno propizio alla coltivazione floreale sono beneficiati da una buona piovosità e da abbondanza di corsi d’acqua - ha detto ai giornalisti Micah Cheserem, ex- governatore della Banca Centrale e oggi esportatore di fiori - che la rendono un luogo unico nel paese”. L’aeroporto internazionale di Eldoret, che dispone di una grossa capacità di stoccaggio in containers frigoriferi, riceve un numero crescente di richieste. Secondo gli agronomi, la ‘scoperta’ di Eldoret, diventata in pochi anni uno dei centri commerciali più dinamici del paese, potrebbe portare a una riconversione delle coltivazioni della regione, oggi disseminata di piantagioni di mais. A impensierire i floricoltori Kenyani, negli ultimi anni, era stata la crescita delle esportazioni floreali dalla vicina Etiopia, grazie a investimenti massicci nel paese da parte di investitori olandesi, israeliani tedeschi e indiani. “In cinque anni hanno raggiunto cifre che noi abbiamo realizzato in tre decenni – ha detto Erastus Mureithi, presidente Kenyano dell’associazione di floricoltori - e quest’anno le loro entrate nel settore saranno di 120 milioni di dollari, pari al 40% di quelle Kenyane”. A trarre profitto da questa ‘guerra dei fiori’ è il settore dell’orticultura Kenyano, che gode degli stanziamenti governativi al settore agricolo e che ha visto crescere in breve tempo le sue capacità produttive. L’Africa fornisce circa il 75% dei fiori venduti in Europa e la metà di essi, principalmente rose e garofani, proviene dal Kenya.  


KENYA   19/11/2007   8.41  

ELEZIONI LEGISLATIVE: UN “FIASCO” LE PRIMARIE, SECONDO STAMPA LOCALE  

“Un fiasco” o una “disgrazia nazionale” così i principali giornali Kenyani hanno definito le primarie di venerdì e sabato scorso con la quale gli elettori sono stati chiamati a scegliere i propri candidati alle elezioni legislative che si terranno a dicembre, insieme a quelle presidenziali e locali. Ritardi, presunti, brogli e violenze hanno segnato la due giorni di voto che comunque ha inviato anche un chiaro messaggio degli elettori, apparsi scontenti di buona parte dell’attuale classe politica. Molti ministri, vice-ministri e decine di deputati, infatti, non sono riusciti a passare al vaglio degli elettori, che spesso hanno preferito ai nomi noti della politica, quelli di nuovi soggetti. Tra le ‘vittime’ delle primarie anche la premio Nobel della Pace del 2004, Wangari Maathai, e l’ex-ministro degli Interni Chris Murungaru, indagato per corruzione. Nelle prossime ore la Commissione elettorale Kenyana dovrà rendere noti i risultati definitivi delle primarie dopo aver ottenuto dai partiti la lista completa delle nomine.  


AFRICA   9/11/2007   13.19  

IN AFRICA SUB-SAHARIANA IL TASSO DI MORTALITA’ INFANTILE PIÙ ALTO AL MONDO  

Circa cinque milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono ogni anno in Africa sub-sahariana. La stima del Fondo per i bambini delle Nazioni Unite (Unicef), presentata in occasione del IV congresso dell’Associazione dei pediatri dell’Africa nera francofona, spiega che il 25% di questi bambini sono neonati. “E’ la regione del mondo con il più alto tasso di mortalità infantile – ha detto Barbara Beintein, portavoce dell’Unicef – e al tempo stesso quella che dal 1990 registra in materia i progressi più deboli”. Negli ultimi 15 anni, l’Africa non ha conosciuto che una minima riduzione del 3% negli indici di mortalità infantile, “una situazione – secondo Beintein - che mette a serio rischio il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio nel settore della sanità”. L’obiettivo, in questo ambito, prevede una riduzione di due terzi nella mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni. La rappresentante dell’Unicef ha sottolineato l’importanza della presenza dei pediatri accanto alle ostetriche al momento del parto e la necessità di vaccinare i bambini da malattie come morbillo, tubercolosi, difterite, tetano, poliomielite e pertosse. La malnutrizione e il problema dell’accessibilità a fonti d’acqua pulite e a strutture sanitarie, assieme alla mancanza di igiene restano determinanti nel forte tasso di decessi infantili.


AFRICA   9/11/2007   4.21  

ACCORDI COMMERCIALI CON L’EUROPA: ANCHE LE CHIESE CHIEDONO UN RINVIO  

Le Chiese dell’Africa orientale hanno chiesto un’estensione del termine del 31 dicembre per i negoziati sugli Accordi di partnership economica (Ape/Epa) tra l’Unione Europea e i paesi di Africa, Carabi e Pacifico (Acp). Al termine di un incontro tenuto martedì e mercoledì scorsi a Nairobi, i 40 esponenti religiosi - tra cui alti rappresentanti della Conferenza dei vescovi cattolici dell'Africa orientale (Amecea), del National Council of Churches of Kenya (NCCK), della Conferenza episcopale tanzaniana o del Consiglio cristiano congiunto ugandese - hanno disapprovato gli Epa auspicando che, in futuro, la ratifica dei trattati venga subordinata all’approvazione parlamentare. I partecipanti all’incontro hanno poi ribadito la necessità di rinviare la discussione degli accordi, così da permettere di organizzare operazioni per informare le popolazioni dei paesi interessati all’accordo “su costi e benefici cui andrebbero incontro”. Le intese di libero scambio – secondo i leader religiosi – potrebbero minare l’agricoltura africana e, con essa, la possibilità di rispondere al fabbisogno alimentare del Continente. Critiche agli Epa e richieste di un rinvio del termine del 31 dicembre per la discussione degli accordi giungono da mesi da ogni settore della società civile africana: dai sindacati alle associazioni di categoria.  


KENYA   8/11/2007   7.08  

PRESUNTE DEPORTAZIONI: VITTIMA ACCUSA IL GOVERNO  

Un gruppo di circa 150 Kenyani, sospettati dal governo di Nairobi di attività terroristiche, sarebbero stati deportati e attualmente detenuti in Etiopia. Lo sostiene in un’intervista al quotidiano ‘The Nation’ Fatma Chande, deportata e poi rilasciata, e il cui marito sarebbe tuttora detenuto in un campo militare in Etiopia. “Sono stata rilasciata in aprile, dopo essere stata arrestata nel gennaio scorso a Kiamboni a nord di Nairobi, mentre cercavo di fuggire dalle violenze esplose dopo la caduta delle Corti islamiche a Mogadiscio” ha raccontato la donna, che viveva con il marito in Somalia e la donna ha affermato di aver deciso di rompere il silenzio dopo aver sentito più volte le autorità governative smentire le voci sulle deportazioni di civili, circolate nelle scorse settimane sulla stampa locale Kenyana. Chande ha chiesto al governo Kenyano di riportare il marito nel Paese, dove potrà rispondere di eventuali capi d’accusa: “Lui e gli altri cittadini meritano di essere giudicati in patria” ha detto la donna. Alcune settimane fa, l’Associazione per i diritti umani dei musulmani, una delle principali organizzazioni islamiche in Kenya, aveva accusato il governo di aver arrestato e deportato illegalmente, senza alcuna accusa formale, oltre 150 persone sospettate di collegamenti con le Corti Islamiche, il movimento politico al potere in Somalia dal giugno al dicembre 2006. Il ministro degli Interni Kenyano John Minchuki aveva smentito le accuse e gli articoli apparsi sulla stampa locale invitando i giornalisti a “fornire le prove delle loro accuse”.


KENYA   26/10/2007   11.33  

FISSATA DATA ELEZIONI GENERALI  

Si terranno, come previsto, il 27 dicembre le elezioni generali (presidenziali, legislative e locali) in Kenya: lo ha annunciato stamani il presidente della Commissione nazionale elettorale Samuel Kivuitu. La data scelta è la stessa nella quale si tennero le elezioni di cinque anni fa che diedero la presidenza a Mwai Kibaki, alla ricerca adesso di un secondo mandato consecutivo. Kibaki, che si presenterà alle elezioni con i colori di una nuova formazione politica, il Partito d'unità nazionale (Unp), potrà contare sul sostegno del principale schieramento dell'opposizione, il Kanu del suo predecessore Daniel Arap Moi e di Uhuru Kenyatta, figlio del padre della patria Jomo Kenyatta. Sulla strada della riconferma del presidente uscente si trovano i candidati di due nuovi partiti d’opposizione, nati dalla scissione del Movimento democratico arancio (Orange democratic movement, Odm): si tratta di Raila Odinga, ex-ministro dei lavori pubblici, e dell’ex-ministro degli Esteri Kalonzo Musyoka. Grazie alle buone prestazioni economiche del governo e a un'opposizione frammentata, Kibaki è comunque considerato il grande favorito per ricoprire un secondo mandato di cinque anni. Oltre al presidente i 14.248.838 KENYAni iscritti nelle liste elettorali dovranno scegliere i 210 membri del nuovo parlamento e i propri rappresentanti locali.  


KENYA   26/10/2007   8.44  

STRAGE DI "MUNGIKI"? UN CASO MISTERIOSO  

Centinaia di adepti della setta dei "Mungiki" potrebbero essere stati uccisi dalla polizia, intervenuta in modo massiccio nel giugno scorso per reprimere il movimento, responsabile di un’ondata di omicidi e violenze: lo afferma la Commissione nazionale kenyana per i diritti umani secondo cui esistono sospetti che la polizia abbia trasferito un vasto numero di cadaveri nel principale obitorio di Nairobi prima di spostarli, per mancanza di spazio, in fosse comuni situate in luoghi isolati fuori dalla capitale. Il portavoce della polizia Eric Kiraithe ha seccamente respinto ogni accusa: “Hanno scarsi elementi raccolti qua e là e stanno totalmente distorcendo i fatti”. La nascita della setta dei Mungiki - “moltitudine” in lingua kikuyu, principale etnia del Paese – sembra risalire agli anni ’80, come movimento anticoloniale (si attribuisce legami storici con gli indipendentisti Mau Mau), bandito dal 2002 e composto perlopiù da giovani disoccupati; i vertici rivendicano quattro milioni di adepti. Col passare degli anni i Mungiki avrebbero intrecciato forti legami con la malavita delle molte baraccopoli di Nairobi. La Commissione per i diritti umani sostiene che a partire da giugno 458 corpi sarebbero giunti all’obitorio a bordo di un veicolo governativo: “Abbiamo la targa del mezzo - ha detto Victor Bwire, portavoce dell’organismo - che è stato visto anche a Kiserian”, una località rurale fuori Nairobi dove alcuni cadaveri sarebbero stati ritrovati abbandonati nella boscaglia e lungo una strada; per la Commissione si tratterebbe di Mungiki vittime di esecuzioni sommarie, come dimostrerebbe il fatto che la maggior parte presenta un singolo foro di proiettile alla testa.


KENYA   24/10/2007   10.40  

ELEZIONI  ELETTORALE  

La Commissione elettorale renderà nota solo venerdi prossimo la data scelta per le prossime elezioni generali del Kenya: ne dà notizia la stampa locale all’indomani dello scioglimento del Parlamento decretata dal presidente Mwai Kibaki. In un messaggio trasmesso in serata da radio e televisioni, Kibaki ha detto che solo attraverso elezioni giuste e credibili, estranee ad ogni forma di violenza e intimidazione, prevarrà la vera volontà dell’elettorato. Parlando dei risultati raggiunti nel corso della legislatura appena terminata (la nona), Kibaki, in cerca di un secondo mandato consecutivo, ha sottolineato la mancata ratificazione di una nuova Costituzione, come era invece nei programmi iniziali: “la questione della nuova Costituzione – ha detto – dovrà essere una delle priorità dei deputati che saranno eletti”. In accordo alle leggi vigenti, le elezioni si dovranno tenere entro 90 giorni dallo scioglimento del Parlamento. Alla Commissione elettorale spetta anche il compito di fissare le date per la presentazione delle candidature per presidenziali, parlamentari e amministrative. 


KENYA   12/10/2007   20.40  

DISCARICA DI DANDORA: MINISTERO ITALIANO DISPONE “INCHIESTA AMMINISTRATIVA”  

Un’inchiesta “amministrativa interna” del ministero dell’Ambiente italiano è in corso sulla realizzazione di uno studio di fattibilità per la bonifica e il trasferimento della discarica di Dandora, a Nairobi; un portavoce del ministero dell’Ambiente italiano lo ha confermato oggi in una conferenza-stampa organizzata a Roma da alcuni missionari comboniani, tra i quali padre Alex Zanotelli che ha reso famosa la baraccopoli di Korogocho, vicina a Dandora. Il portavoce del ministero ha ricostruito i fatti a partire dal novembre 2006, mese della firma di una convenzione tra il ministro dell’ambiente italiano e quello KENYAno per la bonifica di Dandora, fino al 1° ottobre scorso, data in cui lo studio tecnico per Dandora è stato affidato all’agenzia del ministero Apat, sotto totale controllo pubblico. In attesa dei risultati degli accertamenti disposti dal ministero, il sito online del mensile comboniano “Nigrizia” così presenta il caso: “C’è una società: Eurafrica management and consulting. Sede legale a Napoli, operativa a Roma, con filiale a Nairobi. Capitale sociale, 10.000 euro. C’è la più grande discarica di Nairobi: Dandora, un inferno di rifiuti che “avvelena” circa 700.000 persone, quelle che vivono nei dintorni, compreso lo slum di Korogocho. C’è uno studio di fattibilità che ha come oggetto la bonifica e lo spostamento della discarica: costo 721 mila euro […] Ci sono attori che ruotano sull’asse Roma-Nairobi, avvolti nella nebbia di tanti punti interrogativi, ma attratti dal business milionario della gestione dei rifiuti.” Il mensile traccia quindi un complesso quadro di rapporti tra fatti e persone che, a partire dal costo dello studio di fattibilità - definito “un’enormità” - giunge fino a citare, con nomi e particolari, eventuali connessioni affaristiche quanto meno discutibili. Nella sua ricostruzione, il portavoce del ministero ha sottolineato il contributo dei missionari nel verificare le “anomalie” della complessa vicenda. Inoltre, scrive ‘Nigrizia’, “padre Zanotelli e padre Moschetti ( ndr, oggi a Korogocho) chiedono con forza che la magistratura apra un fascicolo. Che ci metta il naso in questa storia, che puzza troppo di già visto. Un già visto sulla pelle degli ultimi.” Secondo fonti ministeriali italiane, continuerà comunque la cooperazione tra governi italiano e KENYAno per la bonifica di Dandora e lo spostamento della discarica che una recente ricerca internazionale ha trovato più che velenosa.


SUD DEL MONDO   12/10/2007   19.33  

BREVI DALL’AFRICA (Somalia, KENYA, Zambia, Sudafrica)  

SOMALIA – Un’esplosione nella città di Baladweyn, nella regione centrale dello Hiraan, ha ucciso una persona e ne ha ferite altre due. Secondo una prima ricostruzione, l’attacco sarebbe stato diretto contro una base di polizia locale e la sola vittima registrata sarebbe stata causata da un proiettile sparato da un agente dopo l’esplosione. Investigazioni sull’accaduto sono in corso e fonti della stampa locale indicano che nessun fermo è stato ancora compiuto.

KENYA – Un ministro del governo in carica ha annunciato il suo supporto per Raila Odinga, candidato dell’opposizione alle prossime elezioni presidenziali. Si tratta del secondo esponente dell’esecutivo che si esprime a favore dell’ avversario dell’attuale presidente Mwai Kibaki, dopo il ministro della Salute, Charity Ngilu, destituito dopo aver espresso il suo supporto a Odinga, un ex prigioniero politico in testa alle preferenze, stando agli ultimi sondaggi diffusi dalla stampa locale.

ZAMBIA – L’opposizione dello Zambia si è detta pronta ad “affrontare le accuse di tradimento e la prigione, se necessario” pur di votare contro gli emendamenti alla Costituzione voluti dal presidente Levy Mwanawasa. Il capo del partito di minoranza, Michael Sata, avversario del presidente nelle elezioni presidenziali del 2006, accusa il partito di governo di voler emendare solo alcune parti della carta fondamentale, una mossa che l’opposizione rifiuta chiedendo riforme ad ampio raggio.

SUDAFRICA – Si è svolto a Pretoria un incontro tra il presidente sudafricano Thabo Mbeki e il suo omologo della Namibia, Hilfikepunye Pohamba, che ha dato il via al progetto di costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume Orange, che scorre tra i due paesi. La centrale dovrebbe risolvere i problemi di dispersione energetica che hanno causato diversi blackout in Sudafrica nei mesi scorsi.


 AFRICA   12/10/2007   8.44  

‘RIMANDATI’ ACCORDI EUROPA-ACP, “L’AFRICA E’ STATA ASCOLTATA” DICE UN MISSIONARIO  

“Per una volta la voce dell’Africa è stata ascoltata e siamo felici di constatare che l’Africa occidentale ha deciso di trattare secondo i propri interessi, senza sottoporsi soltanto alle regole dei ricchi”: lo dice alla MISNA padre Maurice Oudet dei Missionari d’Africa (Padri bianchi), da anni impegnato a fianco dei produttori agricoli burkinabe - commentando al telefono da Koudougou, a ovest Ouagadougou, capitale del Burkina Faso - i più recenti sviluppi del negoziato sugli Accordi di partenariato economico tra l’Unione Europea (UE) e 78 paesi della zona Africa-Caraibi-Pacifico (Acp), conosciuti con gli acronimi francese Ape o inglese Epa. La Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) non firmerà gli Ape entro il termine previsto, il 31 dicembre prossimo, e si riserverà il tempo necessario per ottenere condizioni soddisfacenti; l’UE ne avrebbe preso atto , almeno secondo David O’Sullivan, direttore generale del Commercio presso la Commissione europea, che ha detto: “Visto lo stato dei negoziati, non saremo probabilmente in grado di concludere gli accordi completi entro la fine dell’anno”; precisando che non si tratta di un “passo indietro” dell’UE, O’Sullivan ha proposto di trattare per un accordo ad interim che riguardi soltanto i beni, escludendo per il momento altri tipi di prodotti, come quelli finanziari o la proprietà intellettuale. Negli ultimi mesi, numerose voci africane, anche missionarie, avevano preso posizione sugli accordi di libero scambio tra due blocchi dai livelli di sviluppo troppo distanti: “Non è possibile mettere in concorrenza – sottolinea padre Oudet - i produttori dell’Europa, più ricchi e sovvenzionati, con quelli del blocco Acp, tra i quali figurano una quarantina di ‘Pma’, paesi meno avanzati. E’ profondamente ingiusto, quasì criminale”. E’ ben chiaro che gli Ape non si potranno evitare, ma il tempo concesso permetterà forse di renderli meno iniqui: "Per esempio – prosegue il missionario francese – tenendo fuori dal concetto di liberalizzazione degli scambi alcuni prodotti agricoli essenziali per lo sviluppo sostenibile africano; e chiedendo misure di protezione all’importazione per preservare i prodotti africani dalla concorrenza, così come accade per quelli europei”. Fin dall’inizio, fa ancora notare il missionario, i paesi del blocco Acp sono stati messi in una posizione di ‘debolezza’ nei negoziati per il semplice fatto che la zona è stata divisa in sei zone: Pacifico, Carabi, Africa centrale, occidentale, orientale e australe; hanno accettato il rifiuto europeo di porre la questione agricoltura in testa ai negoziati; hanno accettato di partire con negoziati ‘bilaterali’ (UE/Acp) senza che fosse concluso il ciclo di negoziati di Doha nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc)…”Non si potrà tornare sugli errori del passato – dice in conclusione Padre Oudet – ma si può sperare in una presa di coscienza per salvaguardare gli interessi dei più deboli”. 


 KENYA   11/10/2007   2.29  

AAA... ESPERTO DI CALCIO CERCASI  

Un direttore tecnico nazionale incaricato di riorganizzare il mondo del calcio in Kenya: questo il profilo ricercato dalla Federazione KENYAna di calcio (Kff) che martedì scorso ha pubblicato un piccolo annuncio a pagamento sui giornali locali per lanciare le selezioni. Il candidato dovrebbe essere in grado di trasformare la Kff in un’organizzazione professionale e organizzare una lega calcio interna in grado di gestire un campionato professionistico. Ma il direttore tecnico dovrà anche mettere a punto programmi di sviluppo del calcio, intrattenere relazioni con altre federazioni nel paese e nel continente, stabilire una piattaforma comune per la formazione degli allenatori, oltre che occuparsi della creazione di strutture nazionali per i giovani. L’ex-allenatore della Nazionale di calcio KENYAna, James Siang, è già stato indicato dalla stampa locale come il miglior candidato al posto.  


SUD DEL MONDO   10/10/2007   12.12  

BREVI DALL’AFRICA (RD Congo, Sudan, Kenya, Togo, Somalia)

 REP. DEM CONGO – Sarebbero oltre 100 i combattenti morti negli scontri avvenuti negli ultimi giorni nella zona di Karuba, a nord di Goma capoluogo del Nord Kivu, tra i soldati dell’esercito congolese e i miliziani fedeli al generale dissidente filoruandese Laurent Nkunda. Lo ha detto alla stampa internazionale un comandante dell’esercito, precisando che tra le vittime figurano 85 miliziani. Non esistono al momento bilanci indipendenti sulle vittime degli scontri in corso in varie zone a nord di Goma.

SUDAN – Con un contingente di 800 soldati, anche la Tailandia collaborerà alla forza ibrida Onu-Unione Africana che entro la fine dell’anno dovrà essere dispiegata in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno. Lo riportano oggi fonti giornalistiche tailandesi.

KENYA – Il presidente Mwai Kibaki ha invitato ieri i deputati a “preparare le valigie” annunciando l’imminente scioglimento del Parlamento in vista delle elezioni generali del prossimo dicembre.

TOGO – Sono una decina i film inediti che sono stati selezionati per partecipare al festival internazionale dei film sui diritti umani che si terrà dal 25 al 29 ottobre prossimo a Lomé. Il festival, che si terrà nel campus universitario della capitale, ma anche in due centri comunitari e in alcuni licei della città, è stato pensato per diffondere la cultura dei diritti umani tra i giovani togolesi.

SOMALIA – Sono state rinviate al prossimo anno le elezioni nella Repubblica del Somaliland, l’autoproclamatasi provincia autonoma nel nord della Somalia. Le autorità locali hanno annunciato di aver rinviato il voto per le amministrazioni locali e per le presidenziali (rispettivamente al 1 luglio e al 31 agosto del 2008) per concedere più tempo per completare le operazioni di registrazione. Il voto per le amministrazioni locali si sarebbe dovuto tenere a dicembre e quello per le presidenziali nell’aprile del 2008.
 


AFRICA   10/10/2007   3.17  

BREVISSIME DI ECONOMIA (Mozambico, Senegal, Kenya)

MOZAMBICO – Si mette in moto nel paese il processo che entro il 2011 dovrebbe avviare e portare la produzione siderurgica a livello industriale. Uno studio preliminare è stato realizzato e discusso con soci sudafricani; secondo Sergio Macamo, ministro dell’Industria, il Mozambico dispone di risorse energetiche sufficienti per condurre in porto un progetto che vedrebbe il Sudafrica fornire le materie prime necessarie.

SENEGAL – Un contratto di concessione, firmato lunedì, consentirà alla Dubai Ports world (Dpw) di gestire per i prossimi 25 anni i terminali del porto di Dakar; la società degli Emirati arabi investirà 120 milioni di euro e fornirà in un secondo tempo altri 335 milioni per la gestione delle infrastrutture.

KENYA – Il governo di Nairobi ha concesso una licenza esplorativa alla società svedese Lundin Petroleum per verificare la presenza di giacimenti di petrolio e gas naturale nei pressi del bacino del lago Turkana (nord-est); ai sensi del contratto, della durata di 4 anni, al Kenya andrà il 13% delle eventuali rimesse petrolifere.[AZ]
 


 KENYA   8/10/2007   18.48

 PRESIDENZIALI: EX-MINISTRO ODINGA APRE SUA CAMPAGNA ELETTORALE  

iniziata ufficialmente con un grande raduno tenuto a Uhuru Park, nel centro della città, la campagna elettorale di Raila Odinga, ex-ministro dei Lavori pubblici e attualmente candidato dell’opposizione alle elezioni presidenziali di dicembre. “A 40 anni dalla nostra indipendenza siamo ancora molto lontani dal sogno dei nostri padri fondatori (…) La corruzione prospera, il trialismo è ancora in mezzo a noi e il nostro popolo è più povero...” ha detto Odinga ai suoi sostenitori. In base ai sondaggi effettuati finora, Odinga senbra incontrare soprattutto il favore degli elettori più giovani anche se le percentuali prevelaneti di preferenze lo vedono secondo e piuttosto distaccato da Kibaki. Nella sua campagna Odinga sarà sostenuto dalla fazione del Movimento democratico arancio (Orange democratic movement, Odm) che ha deciso di seguirlo. Un’altra corrente dell’Odm, principale movimento d’opposizione, ha scelto invece di appoggiare la candidatura a presidente dell’ex-ministro degli Esteri Kalonzo Musyoka.


KENYA   8/10/2007   16.18  

NUOVO ARCIVESCOVO DI NAIROBI DOPO LA RINUNCIA DI MONSIGNOR NZEKI  

Monsignor Raphael S. Ndingi Mwana’a Nzeki, 75 anni, ha rinunciato alla guida pastorale dell’arcidiocesi di Nairobi, che deteneva da dieci anni, per raggiunti limiti di età. Papa Benedetto XVI ha nominato al suo posto John Njue (63 anni), finora arcivescovo coadiutore di Nyeri. “Sono felice di aver compiuto la mia missione come vescovo per 38 anni” ha detto monsignor Nzeki, noto per il suo impegno nella lotta contro le ingiustizie sociali e contro la violenza, le cui parole sono state ampiamente riportate oggi dai giornali KENYAni che hanno dato grande risalto al suo 'addio'. L'Arcivescovo di Nairobi era una figura molto nota nel paese, anche per le forti critiche espresse negli anni nei confronti del governo dell’ex-presidente Daniel arap Moi. L'apice fu toccato nel 2002, quando il presule accusò il presidente di non aver fatto abbastanza per evitare un massacro avvenuto nel quartiere di Kariobangi, attaccato da 300 individui apparentemente legati alla setta locale dei Mungiki, e costato la vita a 20 persone. (Per ritrovare notizie a riguardo, consultare il nostro archivio)  


KENYA   5/10/2007   18.57  

I VELENI DI DANDORA: IL PUNTO DI VISTA DI UN MISSIONARIO  

“L’inquinamento riguarda soprattutto i bambini, che sono i più deboli; è necessario spostare la discarica, allestendone una con criteri moderni”: lo dice alla MISNA padre Daniele Moschetti, missionario presso la parrocchia di St. John a Kariobangi, commentando i risultati di un’indagine medica Unep (United Nations Environment Programme organismo Onu per l’ambiente) secondo la quale quasi la metà delle analisi del sangue di 328 bambini e ragazzi di Dandora di età tra i 2 e i 18 anni hanno documentato la presenza di metalli pesanti - in particolare piombo, mercurio e cadmio – in quantità più che velenose. Come dato esemplare, il rapporto mette di fronte i valori medi di analoghe analisi in Olanda e quelli riscontrati a Dandora: 13.500 parti per milione (ppm) di piombo, a confronto con 150 ppm, e 1058 ppm di cadmio a confronto con 5 ppm. Per quanto espressa in termini tecnici, la differenza è palesemente vertiginosa e documenta al di là di ogni dubbio il tasso di tossicità. Dandora, che si estende a est della città, su circa 15 ettari e riceve 2000 tonnellate di immondizia al giorno, è la più grande discarica di Nairobi; al suolo, i livelli di inquinamento da metalli pesanti sono otto volte superiori alla misura ritenuta accettabile: 400 ppm invece di 50. E come se non bastasse, Dandora - non lontana da aree più note come Korogocho - inquina anche il fiume Nairobi le cui acque sono essenziali per i residenti e i contadini della zona; l’infermeria di una scuola vicina in tre anni ha trattato 27.000 persone per problemi respiratori. “Purtroppo la discarica resterà ancora aperta per i prossimi due o tre anni anche se comunità locale e organismi internazionali stanno già collaborando per ricollocarla e individuare alternative di lavoro per coloro che in questo momento vivono dei ‘prodotti’ della discarica”. Molti e di ogni età sono infatti coloro che sopravvivono recuperando quotidianamente nell’immondizia tutto il recuperabile, respirando in tal modo ogni giorno veleni e sostanze tossiche di ogni genere. “Quando si ha fame - conclude padre Moschetti - poco importa se i fumi dei fuochi accessi su queste vere e proprie colline di immondizia sono tossici e bruciano i polmoni. Qui la gente soffre di svariati mali, anche gravi, ma la preoccupazione quotidiana è tentare di sopravvivere…anche ai veleni”.


KENYA   2/10/2007   20.47 

ELEZIONI: APPELLO CONGIUNTO DEGLI AMBASCIATORI PER VOTO “GIUSTO E PACIFICO”

 Le rappresentanze diplomatiche di 25 paesi, tra cui alcuni dei principali donatori, hanno rivolto un appello congiunto contro la violenza in vista dell’apertura della campagna per le elezioni generali del prossimo dicembre: “Incoraggiamo gli attori politici ad astenersi da qualsiasi azione che implichi corruzione, violenza, intimidazione e coercizione dei votanti” si legge in una nota, in cui i firmatari garantiscono che resteranno neutrali nell’ambito del processo elettorale e chiedono un voto “pulito, giusto e pacifico”. “Vogliamo tolleranza zero sulla violenza politica. Questa volta è in gioco qualcosa di più rispetto alle elezioni del 2002 e al referendum, perché i sondaggi continuano a cambiare e questa volta i candidati saranno molto vicini” ha detto Anna Brandt, ambasciatore svedese in Kenya e Ruanda, parlando a nome dei firmatari dell’appello; negli ultimi giorni per la prima volta le inchieste hanno dato in vantaggio Raila Odinga, dell’Orange democratic movement(Odm), sul presidente uscente Mwai Kibaki. Secondo Brandt sono le candidate donne quelle più a rischio di violenze e “rispetto ad altri paesi sono molto meno rappresentate nella vita politica del Kenya”. [FB]  


 KENYA   28/9/2007   14.06

 NUOVA LEGGE ANTI-CORRUZIONE, STOP DA KIBAKI

 Accogliendo le richieste di alcune organizzazioni della società civile e le pressioni delle diplomazie occidentali, il presidente Mwai Kibaki ha respinto la nuova legge, già approvata dal Parlamento, che avrebbe ridotto i poteri della Commissione nazionale anticorruzione (Kacc). Il capo dello Stato “ha rifiutato di siglare alcuni emendamenti”, nello specifico, “quelli alla Kacc” si legge in una nota diffusa dall’ufficio di Kibaki; il progetto è stato rinviato all’assemblea legislativa per una revisione, i cui dettagli non sono stati specificati. La legge avrebbe di fatto impedito alla commissione di proseguire le indagini su alcuni gravi scandali finanziari risalenti ai 24 anni di governo del presidente Daniel arap Moi, sostituito nel 2002 da Kibaki, che è in corsa per una riconferma alle elezioni previste a dicembre; tra i casi più clamorosi, quello relativo alla società 'Goldenberg International' - su presunte finte esportazioni di oro e diamanti che avrebbero permesso l'appropriazione indebita di 780 milioni di euro di fondi pubblici durante gli Anni '90 – e alla ‘Anglo Leasing’, altra sospetta frode per milioni di dollari ai danni dello stato. Anche la Commissione Giustizia e pace della Chiesa cattolica keniana aveva chiesto a Kibaki di non firmare la legge.


KENYA   27/9/2007   4.16

ELEZIONI: VESCOVI CONDANNANO VIOLENZE POLITICHE E INVITANO ALLA TOLLERANZA

 In un comunicato diffuso oggi, la Conferenza Episcopale del Kenia si è detta “rattristata dalle violenze a sfondo politico avvenute negli ultimi giorni nel paese, specialmente alla luce dei tentativi di portare avanti il processo di pace”. Una serie di incidenti tra sostenitori di diversi partiti hanno infatti preoccupato le autorità di Nairobi che temono un riacutizzarsi della violenza in vista delle prossime elezioni. L’ultimo episodio di violenza risale al 22 settembre quando tre politici dell’opposizione sono stati feriti con pietre e frecce per essersi presentati senza invito a una raccolta di fondi organizzata dai sostenitori del presidente in una zona rurale del distretto di Kisii. “Entrando nel periodo della campagna elettorale facciamo appello alla calma, alla tolleranza e al rispetto della legge, poiché la violenza come forma di mobilitazione è inaccettabile per la stabilità e la prosperità del nostro paese” sottolinea il comunicato che porta la firma dell’arcivescovo John Njue. Anche la Commissione Elettorale , incaricata di organizzare gli scrutini, ha condannato gli scontri e invitato la polizia a intervenire in modo “capillare” per stanare i facinorosi. Il presidente Mwai Kibaki, candidato a un secondo mandato a capo di una nuova alleanza politica, il Party of National Unity, continua a essere favorito nei sondaggi con il 45% delle preferenze; Raila Odinga, candidato dell’Orange democratic movement(Odm) lo seguirebbe col 25%.  


KENIA   26/9/2007   3.29

 ABUSI SESSUALI SUI MINORI: CONFERENZA A NAIROBI

 Si è aperta oggi a Nairobi una conferenza internazionale contro gli abusi sessuali sui minori. Il convegno ha riunito oltre 600 persone impegnate nella protezione dei bambini in più di 40 paesi del mondo, allo scopo di condividere esperienze e metodologie per il recupero e la prevenzione. Il vicepresidente keniano, Moody Awori, che ha inaugurato i lavori, ha annunciato l’elaborazione di un progetto di legge contro la tratta degli esseri umani, e in particolare dei bambini, come primo passo per la creazione di una legislazione nazionale più attiva nei confronti di questi crimini. Joyce Alouch, presidente della Forza di applicazione per la legge sugli abusi sessuali ha chiesto agli esponenti politici leggi più mirate e pene più pesanti, domandando ai paesi africani che non hanno ancora ratificato la Carta Africana sulla protezione dei diritti dei minori di non esitare oltre.


 KENYA   21/9/2007   20.10  

ANCHE LA CHIESA DISAPPROVA NUOVA LEGGE ANTICORRUZIONE

 Un invito a non firmare una legge, approvata dal Parlamento, che riduce i poteri della commissione nazionale anticorruzione (Kacc) è stato rivolto al Mwai Kibaki dalla Commissione Giustizia e pace della Chiesa cattolica keniana. “Troppo spesso i keniani hanno visto frenate leggi importanti a causa della mancanza di maggioranza in Parlamento o di interessi personali degli stessi parlamentari…In queste condizioni, ci si può chiedere se il popolo recupererà mai il denaro sottratto dai potenti” ha detto la Commissione in una dichiarazione firmata da monsignor Peter Kairo e riportata dal quotidiano ‘Daily nation’. Anche la società civile ha criticato la limitazione del potere della Kacc, ma secondo alcuni, la commissione si invece è rivelata un inutile spreco di soldi. E’ il parere dell’avvocato Ahmednasir Abdullahi, che fu nel 2003 presidente del gruppo costitutivo della Kacc; Abdullahi difende l’iniziativa parlamentare, ritenuta “un giusto tentativo di porre fine alla farsa e all’ipocrisia che hanno finora caratterizzato la lotta contro la corruzione”. L’avvocato sostiene che il lavoro della Kacc ha permesso un miglioramento nella lotta alla corruzione nei livelli più elementari, ma non ha portato i risultati attesi su tre importanti scandali finanziari (‘Goldenberg’, ‘Anglo leasing’ e Ndung’u) che hanno coinvolto vertici politici del paese.  


KENIA   18/9/2007   20.07

 MONTE ELGON: VERSO UNA RISOLUZIONE DELLA CRISI?

 In visita nell’ovest del paese, il presidente Mwai Kibaki ha offerto un amnistia ai miliziani del ‘Sabaot Land Defence Force’ (Sldf)’ che accetteranno di deporre le armi. Da diversi mesi, a causa di un controverso piano governativo per la spartizione della terra, gli uomini del Sldf sono stati tra i protagonisti di violenze nella regione del Monte Elgon (ovest), concluse con oltre 150 uccisi e altre vittime di stenti nella fuga di decine di migliaia di civili dalla regione. “Non vogliamo scontri qui; stiamo assistendo a inutili violenze perpetrate da un piccolo gruppo di persone” ha detto Kibaki, sottolineando che la posizione del governo rimarrà molto severa nei confronti degli elementi che non accetteranno di abbandonare le armi. Nella regione sono presenti in massa le forze dell’ordine incaricate di dare la caccia ai ribelli. Sabato scorso, esponenti delle Sldf avevano accettato un cessate il fuoco, in presenza di alcuni rappresentanti di governo, di capi tradizionali e religiosi locali. “Forse ci stiamo avviciniando ad una soluzione a questa crisi - ha detto alla MISNA monsignor Cornelius Kipng’eno Apap Korir, vescovo di Eldoret, principale città della zona – ma la soluzione deve passare attraverso un dialogo, per raggiungere un accordo consensuale attorno alla questione della distribuzione delle terre”. Il programma, chiamato ‘Chebyuk Settlement Scheme’, ha generato forte tensioni tra i diverso clan della comunità semi-nomade dei Sabaot. Ancora decine di migliaia di civili, sfollati a causa delle violenze, vivono lontano dai propri villaggi: “Hanno ancora paura di tornare a casa – ha aggiunto il vescovo - hanno sofferto tanto a causa degli scontri, ma anche a causa delle alluvioni che hanno reso la vita quotidiana ancora più difficile. Tutti stanno aspettando la pace”.  


KENIA   14/9/2007   10.18

 ELEZIONI: CAPO OPPOSIZIONE NON PARTECIPERÀ ALLE PRESIDENZIALI

 Il capo del principale partito d’opposizione in Kenya Uhuru Kenyatta ha ritirato ieri la sua candidatura alle prossime presidenziali, annunciando il proprio sostegno al presidente uscente Mwai Kibaki. Parlando ai giornalisti in una affollata conferenza stampa tenutasi ieri a Nairobi, Kenyatta, figlio del padre della patria e primo presidente keniano Jomo Kenyatta, ha affermato di aver scelto di non partecipare alla corsa di dicembre dal momento che non vi sono possibilità di vittoria. Il politico ha poi precisato di voler dedicare le sue forze a occuparsi del suo partito, Unione nazionale africana del Kenya (Kanu). Sconfitto proprio da Kibaki nelle elezioni generali del 2002, Kenyatta ha ereditato nel 2005 la guida del Kanu da Daniel Arap Moi, ex-presidente del Kenya dal 1992 al 2002. Entrambi sembrano pronti a garantire il proprio sostegno all’attuale capo di Stato almeno nella corsa alle presidenziali, sostenendo invece i propri candidati nelle elezioni legislative e locali. Nei giorni scorsi altri due partiti d’opposizione keniana, nati dalla scissione del Movimento democratico arancio (Orange democratic movement, Odm), avevano indicato i propri candidati alle elezioni di dicembre: si tratta di Raila Odinga, ex-ministro dei lavori pubblici, e dell’ex-ministro degli Esteri Kalonzo Musyoka. Anche grazie alla frammentazione dell’opposizione, Kibaki continua al momento ad essere favorito nella successione a se stesso, gli ultimi sondaggi lo danno al 45% delle preferenze, Odinga lo seguirebbe col 25%.  


KENYA   7/9/2007   21.50  

DEPUTATI APPROVANO ‘BONUS’ FINE MANDATO TRA CONTESTAZIONI  

parlamentari del Kenya hanno approvato un provvedimento che gli garantisce 22.000 dollari a testa alla fine del loro mandato, la cui scadenza è prevista per dicembre, nonostante un’ondata di contestazioni da parte dell’opinione pubblica. I deputati hanno inoltre bandito le investigazioni sui casi di corruzione antecedenti al 2004. Entrambe le iniziative sono state condannate dagli attivisti per i diritti umani e gli avvocati, che le hanno definite “altamente immorali”. I 222 deputati keniani guadagnano più di 10.000 dollari al mese, in un paese in cui la maggior parte della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. In un primo momento i rappresentanti dell’Assemblea avevano predisposto un ‘bonus’ di fine mandato pari a 98.000 dollari a testa, ma il ministro delle Finanze ha detto che il paese non avrebbe potuto permetterselo. Un sondaggio pubblicato nel dicembre scorso sulla stampa nazionale ha evidenziato la sfiducia dei keniani nei confronti delle istituzioni e degli uomini politici. In particolare il 69% degli intervistati pensava che i membri del Parlamento fossero la categoria più corrotta nel paese.  


KENYA   4/9/2007   8.22  

NUOVI SEMI PER COMBATTERE LA FAME  

Il Kenya ha ufficialmente lanciato sul mercato alcune nuove varietà di semi particolarmente resistenti alle malattie e alla siccità. Le nuove varietà di mais, frumento e canna da zucchero sono state sviluppate dall’istituto di ricerca per l’agricoltura. Secondo Kipruto Kirwa, ministro dell’agricoltura, le colture sono facilmente adattabili ai terreni aridi e con poco acqua . “I semi hanno superato i test e possono essere immessi sul mercato. Siamo sicuri che potremmo migliorare i nostri raccolti e aumentare le riserve se gli agricoltori li adotteranno” sostiene Kirwa. Per promuovere l’uso delle sementi da parte degli agricoltori il ministro ha esortatp i commercianti e i distributori ad adottare dei prezzi bassi: “i piccoli agricoltori continuano ad usare le varietà tradizionali perché più economiche” ha spiegato. Il governo keniano punta ad esportare i semi in Uganda, Tanzania, Sudan e Repubblica Democratica del Congo, così come si augura di poter attirare investimenti dall’industria privata.
Le nuove colture, inoltre, riceveranno una certificazione per dimostrarne la conformità agli standard agricoli. “Vogliamo migliorare l’industria delle sementi e sviluppare varietà adatte ai nostri bisogni, assicurandoci che gli agricoltori partecipino al processo di sviluppo” ha aggiunto il ministro. In Kenya circa l’80% dei semi piantati proviene ancora dai compartimenti non ufficiali. Il paese possiede riserve pari a 36 milioni di sacchi di mais, rispetto ai 26 messi da parte lo scorso anno e punta ad accumularne 38 per il 2008 per raggiungere l’autosufficienza alimentare
.  


 KENYA   27/8/2007   8.21  

SCOMPARSO ATTIVISTA IMPEGNATO CONTRO CARCERI SEGRETE ETIOPI

 E'scomparso nel nulla Farah Mohammed Abdullahi, 26 anni, ilcittadino keniano di religione musulmana che nei mesi scorsi aveva guidato la campagna avviata in Kenya da alcune delle principali organizzazioni umanitarie per denunciare la scomparsa o l'arresto di decine di persone (keniane o somale) accusate di essere esponenti o semplici sostenitori delle Corti Islamiche e per questo da mesi in prigioni segrete probabilmente in Etiopia. Lo ha detto il presidente del Forum musulmano per i diritti umani (Mhrf), precisando che Abdullahi manca ormai da una settimana. Il presidente del Mhrf, Ali-Amin Kimathi, ha detto che Farah è stato fatto sparire perchè era riuscito ad entrare in contatto col fratello, trattenuto in un centro di detenzione, con l'intenzione di raccontarne l'esperienza."Temiamo che possa essere finito in una delle prigioni create in Etiopia come il fratello. Crediamo che sia stato rapito dall'unità anti-terrorismo della polizia keniana, perchè la natura della sua scomparsa è tipica delle loro operazione" ha detto Ali-Amin Kimathi.[MZ]


 KENYA   24/8/2007   19.04

 PRESUNTO CAPO MUNGIKI ACCUSATO DI SPACCIO DI DROGA, RISCHIA FINO A 14 ANNI

 Peter Njoroge Kamunya, presunto capo della setta dei Mungiki arrestato ieri dalla polizia keniana e rilasciato su cauzione, è stato accusato di traffico di droga. L’uomo rischia fino a 14 anni di carcere se fossero provate le accuse in base alle quali avrebbe venduto 42 spinelli per un ricavato di 36 dollari. Secondo i quotidiani locali, che riportano oggi la notizia, la polizia non avrebbe menzionato la sua appartenenza al movimento. Il suo avvocato, Evans Ondeiki, ha detto che il caso dovrebbe essere archiviato, poiché Kamunya è stato arrestato e detenuto per 24 ore senza che gli fosse formalizzato alcun capo d’accusa, in palese violazione con i suoi diritti costituzionali. Kamunya, contro cui in aprile la polizia ha spiccato un mandato di cattura, è il fratello di uno dei fondatori del movimento, Maina Njenga, condannato nel giugno scorso a cinque anni di carcere per possesso di droga e di armi. Nato come movimento tradizionale, col passare degli anni i Mungiki sono andati sempre più delineandosi come una vera organizzazioni criminale legandosi con la malavita delle baraccopoli che costellano la capitale keniana. Nei mesi scorsi la polizia ha lanciato massicce operazioni contro la setta (responsabile di un’ondata di omicidi e violenze) arrestando quasi 2500 presunti adepti e uccidendone 73. Bandita dal governo nel 2002, la setta è composta perlopiù da giovani disoccupati della comunità kikuyu, principale etnia del paese: ne conterebbe alcune migliaia, mentre i vertici rivendicano 4 milioni di adepti.  


KENYA   23/8/2007   17.18

 DOPO SETTIMANE DI PROTESTE, PRESIDENTE NON FIRMA LEGGE SULL’INFORMAZIONE

 Il presidente del Kenya, Mwai Kibaki, si è rifiutato di firmare la controversa nuova legge sull’informazione approvata nelle scorse settimane dal parlamento keniano, accogliendo di fatto le proteste dei giornalisti di tutto il paese e le critiche che il disegno di legge aveva sollevato in tutte le principali organizzazioni per la difesa della libertà di stampa locali e internazionali. “Lo spazio all’interpretazione lasciato dal testo di legge potrebbe inibire fortemente la libertà di stampa e minare i progressi democratici computi finora come nazione” ha detto lo stesso presidente Kibaki, commentando al quotidiano Daily Nation il suo rifiuto di controfirmare la legge. Lo stesso consigliere di giustizia del presidente, Amos Wako, che ieri ha presentato al capo di Stato il disegno di legge aveva annunciato che avrebbe chiesto a Kibaki di non firmare il provvedimento. Per settimane i giornalisti keniani hanno inscenato proteste e manifestazioni, l’ultima nei giorni scorsi quando centinaia di professionisti dell’informazione sono scesi per strada nel centro di Nairobi con la bocca chiusa dal nastro adesivo, per condannare alcuni passaggi della legge e in particolare quello che prevede l’obbligo di rivelare la fonte delle proprie informazioni.  


KENYA   23/8/2007   19.53

 ARRESTATO PRESUNTO CAPO DEI MUNGIKI

Il presunto capo della setta dei Mungiki, Njoroge Kamunya, sarebbe stato arrestato ieri dalla polizia keniana. A riferirlo sono stati gli stessi parenti dell’uomo, parlando con i media nazionali, precisando che la polizia ha fermato l’uomo ieri dopo aver fatto irruzione nella sua abitazione di Ondata Rongai, una ventina di chilometri fuori da Nairobi. Ricercato dallo scorso aprile, da quando nei suoi confronti era stato spiccato un mandato di cattura, Kamunya è il fratello di Maina Njenga uno dei fondatori del movimento che lo scorso giugno è stato condannato a cinque anni di carcere per possesso di droga e di armi. Lo scorso giugno la polizia ha lanciato massicce operazioni contro la setta (responsabile dallo scorso aprile di un’ondata di omicidi e violenze) arrestando quasi 2500 presunti adepti e uccidendone 73 in differenti sparatorie. La nascita della setta dei Mungiki (che in lingua kikuyu vuol dire ‘multitudine’) pare risalire agli Anni ’80: si tratta di un movimento autoctono, di religione tradizionale e anticoloniale tanto che afferma di avere legami storici con il movimento indipendentista dei Mau Mau. Bandita dal 2002, la setta è composta perlopiù da giovani disoccupati della comunità kikuyu, principale etnia del paese: ne conterebbe alcune migliaia, mentre i vertici rivendicano 4 milioni di adepti. Nato come movimento tradizionale, col passare degli anni i Mungiki sono andati sempre più delineandosi come una vera organizzazioni criminale legandosi con la malavita delle baraccopoli che costellano la capitale keniana. [MZ]  


 KENYA   12/6/2007   13.06  

BOMBA A NAIROBI: FERMATE TRE PERSONE, ESCLUSO ATTENTATO SUICIDA

 Sono tre le persone fermate dalla polizia keniana perché sospettate di essere coinvolte nell’esplosione che ieri ha scosso il centro di Nairobi, causando la morte di una persona e il ferimento di 37. Lo ha detto oggi il portavoce della polizia, Eric Kiraithe, in una breve conferenza stampa tenuta questa mattina a Nairobi per fare il punto delle indagini. Secondo Kiraithe l’esplosione sarebbe stata molto piccola e causata da un ordigno artigianale, anche se, ha precisato, gli artificieri non sono ancora stati in grado di stabilire il tipo di esplosivo usato. Secondo il portavoce della polizia, inoltre, gli elementi raccolti finora porterebbero ad escludere la possibilità di un attentato suicida, ma anche le ricostruzioni secondo le quali l’obiettivo della bomba potesse essere un altro differente dal luogo dell’esplosione. Kiraithe si riferisce alle ipotesi avanzate dalla stampa locale sul fatto che gli attentatori avessero, poco prima della deflagrazione, tentato di salire su un autobus diretto all’aeroporto internazionale di Nairobi e che quest’ultimo potesse essere il vero obiettivo dell’attentato. “Riteniamo che i sospetti avessero raggiunto la loro destinazione” ha detto Kiraithe ai giornalisti senza aggiungere altri particolari. La bomba è esplosa di fronte al ristorante City Gate, noto punto di ritrovo della comunità somala di Nairobi e in particolare degli oppositori al governo federale di transizione (Tfg), e già da ieri si parla del coinvolgimento di due giovani somali, fuggiti poco prima della deflagrazione. Tuttavia anche le testimonianze oculari riportate oggi dai due principali quotidiani keniani (Daily Nation e East African Standard) riportano versioni differenti e a volte contrastanti di quanto accaduto. Alcune incertezze permangono ancora anche sul numero di vittime: se i bilanci ufficiali continuano a parlare di un solo morto (uno spazzino che si trovava sul marciapiede della Moi Avenue al momento dell’esplosione), numerosi testimonianze riferiscono di due vittime certe, come riportato ieri anche da alcune fonti ufficiali. Trova spiegazione anche il bilancio di 5 vittime fornito ieri da fonti ufficiali della polizia alla televisione pubblica keniana ‘Kbc’ (Kenya broadcasting corporation) e riportato anche alla MISNA da fonti locali. Dalle informazioni raccolte, infatti, si apprende che poco dopo l’esplosione i corpi di cinque persone che avevano pero i sensi giacevano a terra. Anche a causa della folla di curiosi radunatisi nel luogo dell’esplosione, i primi soccorritori hanno coperto i cinque corpi con dei teli, facendo pensare a cinque vittime. In realtà si trattava di feriti che avevano perso i sensi perché colpiti alla testa dai detriti dell’esplosione. [MZ]  


Kenya 09/02/07   09.50

 MALGRADO CRESCENTE CRIMINALITÀ, “NON SIAMO UN PAESE PERICOLOSO”

Sconsigliare ai turisti di recarsi in Kenya a causa di recenti violente aggressioni “è totalmente scorretto”: lo ha detto il portavoce del governo Alfred Mutua in risposta alla decisione degli Usa di inserire il Kenya tra le mete “a rischio” e alle recenti dichiarazioni di responsabili locali dell’Onu sull’insicurezza di Nairobi. “Se si considera il numero di attacchi criminali in città come New York o Los Angeles dove la gente viene uccisa negli scontri tra gang armate, questo è ben diverso” ha aggiunto. Per il governo, “il Kenya non è un luogo di crescente criminalità dove nessuno è sicuro” ha dichiarato ancora il portavoce. Nairobi, in particolare, è da tempo considerata una città particolarmente insicura, dove aggressioni e rapine avvengono con frequenza quotidiana soprattutto ai danni di automobilisti nelle ore serali. Alla fine di gennaio nella capitale sono state uccise due donne americane durante una rapina e il giorno dopo il dirigente keniano dell’organizzazione internazionale ‘Care’. Dopo questi episodi – forse anche perché hanno coinvolto due cittadine Usa - l’ambasciata americana di Nairobi ha denunciato le “continue minacce terroristiche e la crescita di episodi di crimine violento”, mentre secondo l’Onu – che nella capitale ha numerosi uffici, tra cui la sede di alcuni organismi come ‘UN-Habitat’ – Nairobi non è più una città sicura come in passato. In tutta risposta, mercoledì scorso il presidente Mwai Kibaki ha lanciato un piano delle forze dell’ordine per individuare armi illegali. Organizzazioni locali per la difesa dei diritti umani segnalano i metodi violenti della polizia e la diffusa corruzione tra le forze dell’ordine, spesso accusate – a loro volta – di aggressioni e crimini.  

C’è anche una bambina di quattro anni tra i 70 sospettati di legami col terrorismo fermati nelle scorse settimane dalle forze di sicurezza keniane al confine tra Somalia e Kenya perché ritenuti vicini alle Corti Islamiche, il movimento che da giugno a dicembre 2006 ha governato Mogadiscio e gran parte del Sud della Somalia. Lo riferisce la stampa keniana, precisando che la bimba, si troverebbe in stato di fermo da ben 26 giorni, insieme alla madre Hafswa Swaleh Ali, senza che né a loro né agli altri 70 detenuti sia stato contestato alcun reato. Da alcuni giorni attivisti della Rete per la difesa dei diritti umani - Kenya Human Rights Network (Khrn) – stanno presidiando vari centri di detenzione per chiedere il rilascio o l’incriminazione dei fermati, come sentenziato anche da un tribunale di Mombasa che nei giorni scorsi si è espresso sui fermi. Tra le persone arrestate al confine con la Somalia e ancora trattenute dalle forze di sicurezza keniane figurerebbero anche almeno tre donne incinte per cui le organizzazioni umanitarie hanno chiesto il rilascio o, qualora nei loro confronti venisse confermato qualche capo d’accusa, il trasferimento in strutture più adeguate. La scorsa settimana erano state le organizzazioni musulmane keniane a chiedere ai vertici della polizia di rilasciare tutti i musulmani, prevalentemente somali, arrestati perché sospettati di avere legami col terrorismo internazionale, ma nei cui confronti non sono state ancora depositate accuse formali. Secondo le organizzazione keniane, sarebbero almeno un centinaio i civili, in maggioranza somali, trattenuti illegalmente e senza alcuna accusa formale nei principali centri di detenzione della polizia nella capitale keniana. Da settimane la polizia keniana ferma e trasferisce a Nairobi, i somali sospettati di essere collegati alle Corti Islamiche che individua lungo la frontiera. Operazioni di polizia e rastrellamenti sono stati compiuti anche nel quartiere somalo di Nairobi. Nel mirino sempre presunti fiancheggiatori delle Corti. Nei giorni scorsi, parlando a un incontro con alcune delegazioni italiane presenti al Foro sociale mondiale, l’inviato speciale del governo italiano per la Somalia , Mario Raffaelli, aveva detto: “nel quartiere somalo di Nairobi ogni sera la polizia compie dei raid e prende delle persone e non si sa che fine facciano queste persone. La stessa cosa accade quotidianamente anche a Mogadiscio”. Almeno una cinquantina di somali arrestati in Kenya, a quasi tutti viene successivamente contestato l’ingresso irregolare nel paese, sono stati recentemente espulsi e rimandati a Mogadiscio, dove sono stati consegnati (per essere interrogati) al governo di transizione che a fine dicembre ha strappato il controllo della capitale somala, e poi del resto del paese, alle Corti Islamiche.

 

KENIA   27/1/2007   11.46

 

PRESIDENTE, “ PRONTO PER UN SECONDO MANDATO”

 

 

 

 

È ufficiale, il presidente del Kenya, Mwai Kibaki, concorrerà per un secondo mandato alle elezioni presidenziali che si terranno entro al fine dell’anno: lo ha annunciato una nota diffusa dall’ufficio della presidenza, e riportata oggi dai principali quotidiani del paese, precisando che la possibilità di ripresentarsi alla guida del paese è garantita cal capo di Stato uscente dalla costituzione nazionale. Le principali testate keniane sottolineano stamani come la nota metta fine a mesi di “speculazioni” su una possibile ricandidatura di Kibaki, che finora aveva sempre evitato di esprimersi sulla possibilità di partecipare alle prossime elezioni. “Da quando ho assunto la guida del paese, ho lavorato per migliorare le condizioni di vita dei keniani e potete vedere da soli quello che sono riuscito a ottenere. Sta a voi adesso giudicare sulla base dei fatti e degli sviluppi che potrete verificare sul terreno” dice Kibaki nella nota in cui si precisa di preferire “l’azione” alla “vuota retorica”. Vincitore delle elezioni del 2002 con la ‘Coalizione nazionale arcobaleno’ (Narc), con cui si concluse il decennio di governo di Daniel Arap Moi, Kibaki ha subito un’importante sconfitta politica alla fine del 2005 (quando un referendum popolare ha bocciato le riforme costituzionali da lui volute per accentrare nelle mani del capo di Stato maggiori poteri). Oltre che dalla disfatta referendaria, il governo Kibaki è stato messo a dura prova da episodi di corruzione, che hanno costretto alcuni ministri alle dimissioni. [MZ]

   

KENIA   25/1/2007   3.50

KENIA

FORUM DI NAIROBI: SIDA/AIDS, UNA SINDROME CHE E' ANCHE UN MARCHIO SOCIALE

Diritti Umani

Diritti Umani, Standard

"Possiamo continuare a lungo a discutere di sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) ma servono azioni concrete: è necessario garantire accesso all'acqua e sicurezza alimentare, indispensabili perché la cura della malattia abbia effetto": ne è convinto Josephet Mulyungi, responsabile di un gruppo di volontari della diocesi keniana di Kitwi, in un dibattito in cui questo è un parere ampiamente condiviso. Oltre il 7,5% dei 34 milioni di abitanti del Kenya - che a Nairobi ospita fino a domani il Forum mondiale sociale - sono sieropositivi, cotagiati cioè dal virus dell'immunodeficienza umana (viu/hiv) che può essere causa della sindrome conclamata. La battaglia si gioca su molti fronti. "A partire dall'educazione sessuale nelle scuole e dalla necessità di abbattere muri culturali tra insegnanti e studenti, tra genitori e figli" dice alla MISNA Amina Abdullahi, operatrice socio-sanitaria dell'organismo che coordina le comunità di base della diocesi di Isiolo, nel nord del Kenya. "Abbiamo una serie di centri di prevenzione e formazione dove le persone possono effettuare il test e ricevere informazioni sui farmaci anti-retrovirali", che in Kenya sono distribuiti gratuitamente negli ospedali. "Ma il problema non è solo sanitario, è anche una questione di giustizia per combattere uno stigma ancora troppo forte" spiega alla MISNA Laurene Racho, dell'associazione 'Donne per la lotta all'Aids in Kenya'. "Molto spesso alcuni datori di lavoro obbligano i propri dipendenti a sottoporsi al test per l'hiv. L'eventuale risultato positivo comporta il licenziamento". Per questo - sottolinea suor Encarnacion, comboniana impegnata nella baraccopoli di Korogocho a Nairobi - "il Forum deve impegnarsi affinchè i sieropositivi vincano la battaglia contro questo 'marchio sociale' che si portano addosso. La lotta contro lo stigma dell'Aids è una corresponsabilità mondiale". Soprattutto perché l'Africa - secondo i dati dell'organismo Onu per il sida/aids (Unaids) conta oltre 25 milioni di sieropositivi, con circa 2 milioni di morti l'anno. Anche l'accesso alle cure resta una sfida ancora carica di incognite: se in Kenya i farmaci anti-retrovirali sono distribuiti gratuitamente, in Uganda non ancora. "A Gulu - sottolinea suor Fernanda Pellizzer, missionaria comboniana - abbiamo attivato programmi per seguire le persone più povere e vulnerabili con un programma di cura ma anche di prevenzione" che coinvolge tra gli altri anche i bambini orfani. Con la collaborazione del Lachor Hospital della città - il centro abitato più importante del nord Uganda - viene garantita una terapia a chi non potrebbe permettersela. Circa 12.000 persone sono registrate per un programma di assistenza "che non è solo sanitario - aggiunge la religiosa - ma che tiene conto anche della dimensione sociale degli ammalati e li segue anche dopo la dimissione dall'ospedale". (E.B. da Nairobi)[EB]

   

KENIA   24/1/2007   20.15

KENIA

FORUM SOCIALE MONDIALE, L'ACCESSO ALL'ACQUA COME DIRITTO FONDAMENTALE

Diritti Umani

Diritti Umani, Standard

"L'impatto della privatizzazione delle fonti idriche colpisce soprattutto i più poveri: la costituzione del mio paese, il Sudafrica sancisce il diritto a un'adeguata quantità e qualità dell'acqua ma questo viene ampiamente
disatteso": lo dice alla MISNA Jennifer Makoatsane, di Soweto, il grande conglomerato urbano alla periferia di Johannesburg. Nelle ultime ore di lavori del Forum sociale mondiale di Nairobi - dove nel pomeriggio si terranno dei dibattiti di sintesi finale e poi verranno simbolicamente
piantati tre alberi per rappresentare l'impegno che cresce nella lotta contro la povertà e le ingiustizie - si parla di una delle questioni-chiave per l'Africa ma non solo: l'accesso alle risorse idriche. In Sudafrica, spiega l'attivista della 'Coalizione contro la privatizzazione dell'acqua', "una società privata vende l'accesso alla rete fornendo alle famiglie una sorta di scheda-prepagata per acquistare quantità di acqua prestabilita". Offrendo in comodato gratuito alle singole abitazioni una sorta di chiave di accesso alla rete di distribuzione idrica, la società recupera l'investimento attraverso le quote di acqua venduta. "Questa forma di acqua pre-pagata, che viene anche tassata, dovrebbe essere dichiarata
incostituzionale" prosegue Makoatsane. Nell'aula 4, ricavata con teli bianchi sulle gradinate con panche di legno dello stadio di Kasarani, un delegato
della 'Rete africana per l'acqua' (Water african network) ricorda i quattro obiettivi irrinunciabili: contrarietà a ogni forma di privatizzazione dell'acqua, garanzia di controllo e gestione pubblica delle risorse idriche,
abolizione di ogni forma di pre-pagamento e inserimento dell'acqua come diritto fondamentale in tutte le Costituzioni del continente. "Sappiamo che l'acqua è vita: per questo le Nazioni Unite, che affermano di voler difendere il rispetto della vita, dovrebbe indicarla tra i diritti fondamentali" dice alla MISNA Hamida Maalim Harrison, del Ghana, al termine di un intervento che ha riscosso forti applausi tra il pubblico. La questione dell'accesso all'acqua, "è stata discussa in moltissimi seminari di questo Forum" osserva Riccardo Petrella, promotore del Contratto mondiale sull'acqua e docente all'Università di Lovanio. "L'acqua è lo scandalo mondiale più enorme: la speranza di vita e di salute di 2,6 miliardi di persone è diminuita per la mancanza di latrine nelle aree più povere" dice alla MISNA Petrella. Nei mesi scorsi il rapporto annuale del Programma di sviluppo dell'Onu (Undp) ha delineato scenari inquietanti sull'accesso all'acqua e ai sistemi fognari dei paesi più poveri. "Ho calcolato - prosegue - che per garantire latrine in tutti i luoghi del mondo che ne sono ancora privi servirebbero 20 miliardi di euro. Si pensi che per progettare, produrre e realizzare i potenti fuoristrada Suv l'economia mondiale è in grado di allocare 4 miliardi di euro all'anno". Con una differenza sostanziale, aggiunge Petrella: "I Suv sono inutili, le latrine sono
fondamentali". Da anni il Forum sociale mondiale - si sta per chiudere la VII edizione, la prima interamente in Africa - denuncia i limiti dell'accesso alle fonti idriche, che rientra nei meccanismi di un'economia globale ancora incapace di darsi regole eque. La privatizzazione dell'acqua, secondo il promotore del Contratto mondiale, "fa parte del meccanismo neo-liberista, che garantisce libertà ai più forti e schiavitù ai più deboli".(E.B.da Nairobi)

[Cliccare sulla freccetta blu a sinistra di KENYA per le notizie dal Forum.][EB]

   

SOMALIA   19/1/2007   15.44

SOMALIA

ANCORA ARRESTI LUNGO IL CONFINE CON IL KENYA

Altro

Altro, Brief

Trenta miliziani delle Corti islamiche sono stati arrestati dalla polizia keniana mentre tentavano di oltrepassare il confine orientale somalo a bordo di muli. Lo riporta oggi la stampa di Nairobi aggiungendo che i recenti arresti – avvenuti mercoledì sera – portano a oltre 100 i membri e sostenitori delle Corti trattenuti dalla polizia keniana, cui si aggiungono 50 giovani keniani reclutati in Somalia e poi intercettati mentre tentavano di tornare in Kenya. Mentre il Kenya continua a pattugliare le porose frontiere orientali con la Somalia , non è chiara la situazione nel villaggio costiero somalo Ras Kamboni, nell’estremità meridionale della Somalia a ridosso del confine keniano, riconquistato lo scorso sabato dalle forze governative. Un sito web somalo islamico Qaadisiya.com, citato dal quotidiano filogovernativo ugandese ‘The New Vision’, riporta che le milizie delle Corti avrebbero catturato 10 soldati statunitensi. Uno sarebbe morto di malaria, mentre gli altri nove sarebbero tenuti prigionieri in una località sconosciuta nei pressi di Ras Kamboni, lungo la costa dell’Oceano indiano, e verranno presto mostrati ai media “con alcuni importanti documenti sopra loro”, ma un funzionario della difesa statunitense ha smentito che siano stati catturati o uccisi soldati delle forze americane. Conferme indipendenti alla notizia diffusa da Qaadisiya.com per ora non sembrano esserci. [RC]

 

KENIA   17/1/2007   7.37

 

NAIROBI: ‘WORLD SOCIAL FORUM’, MIGLIAIA DI FAMIGLIE OSPITERANNO DELEGATI

Altro

Altro, Brief

Sono oltre 35.000 i residenti di Nairobi che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere i delegati, ne sono attesi 100.000, che nei prossimi giorni cominceranno ad arrivare nella capitale keniana per partecipare al World Social Forum. Lo riporta oggi la stampa locale, precisando i ‘bed and breakfast’ familiari, frutto di un accordo tra gli organizzatori e l’amministrazione di Nairobi, potranno applicare una tariffa massima di 35 dollari Usa al giorno a ogni ospite. Gli organizzatori si sono preoccupati di selezionare le sistemazioni migliori per gli ospiti provenienti da tutto il mondo. Data la scarsità di camere disponibili negli alberghi cittadini - secondo il ‘Daily Nation’ il sistema alberghiero di Nairobi sarebbe in grado di garantire solo 4000 posti letto totali - sono state messe a punto nuove strutture (spazi attrezzati per il campeggio e camerate create all’interno di alcune strutture pubbliche) per accogliere i rappresentanti della società civile dell’intero pianeta.
[MZ]

 

KENIA   15/1/2007   15.55

 

EPIDEMIA FEBBRE ‘RIFT VALLEY’, SI AGGRAVA BILANCIO

Altro

Altro, Brief

 

 

È salito a 90 morti e 245 contagiati l’ultimo bilancio della cosiddetta ‘febbre della Rift Valley’, trasmessa all’uomo dal bestiame – capre e mucche – e diffusa finora soprattutto nel Kenya nord-orientale, un’area caratterizzata dalla presenza di nomadi: lo si è appreso da fonti locali. Notizie di contagi sono arrivate anche da Dhobley, in Somalia, al confine con il Kenya, ma non è stato finora possibile inviare una missione di verifica a causa dei recenti bombardamenti aerei di Usa ed Etiopia. Nei giorni scorsi è stata avviata una campagna di vaccinazione del bestiame a Garissa, considerata l’epicentro dell’epidemia con una cinquantina di decessi finora registrati. Un funzionario del ministero della Sanità di Nairobi ha affermato che la situazione è sotto controllo e che non è stato finora registrato alcun caso di infezione da uomo a uomo. Nel 1997 un’epidemia di febbre della Rift Valley – che prende il nome dalla grande faglia africana che taglia in due il continente da sud e termina tra il Kenya e l’Etiopia - provocò nelle stesse zone 300 vittime e decimò il bestiame; si manifesta come una forte influenza ma può sviluppare meningiti ed emorragie.

 

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C’è anche una bambina di quattro anni tra i 70 sospettati di legami col terrorismo fermati nelle scorse settimane dalle forze di sicurezza keniane al confine tra Somalia e Kenya perché ritenuti vicini alle Corti Islamiche, il movimento che da giugno a dicembre 2006 ha governato Mogadiscio e gran parte del Sud della Somalia. Lo riferisce la stampa keniana, precisando che la bimba, si troverebbe in stato di fermo da ben 26 giorni, insieme alla madre Hafswa Swaleh Ali, senza che né a loro né agli altri 70 detenuti sia stato contestato alcun reato. Da alcuni giorni attivisti della Rete per la difesa dei diritti umani - Kenya Human Rights Network (Khrn) – stanno presidiando vari centri di detenzione per chiedere il rilascio o l’incriminazione dei fermati, come sentenziato anche da un tribunale di Mombasa che nei giorni scorsi si è espresso sui fermi. Tra le persone arrestate al confine con la Somalia e ancora trattenute dalle forze di sicurezza keniane figurerebbero anche almeno tre donne incinte per cui le organizzazioni umanitarie hanno chiesto il rilascio o, qualora nei loro confronti venisse confermato qualche capo d’accusa, il trasferimento in strutture più adeguate. La scorsa settimana erano state le organizzazioni musulmane keniane a chiedere ai vertici della polizia di rilasciare tutti i musulmani, prevalentemente somali, arrestati perché sospettati di avere legami col terrorismo internazionale, ma nei cui confronti non sono state ancora depositate accuse formali. Secondo le organizzazione keniane, sarebbero almeno un centinaio i civili, in maggioranza somali, trattenuti illegalmente e senza alcuna accusa formale nei principali centri di detenzione della polizia nella capitale keniana. Da settimane la polizia keniana ferma e trasferisce a Nairobi, i somali sospettati di essere collegati alle Corti Islamiche che individua lungo la frontiera. Operazioni di polizia e rastrellamenti sono stati compiuti anche nel quartiere somalo di Nairobi. Nel mirino sempre presunti fiancheggiatori delle Corti. Nei giorni scorsi, parlando a un incontro con alcune delegazioni italiane presenti al Foro sociale mondiale, l’inviato speciale del governo italiano per la Somalia, Mario Raffaelli, aveva detto: “nel quartiere somalo di Nairobi ogni sera la polizia compie dei raid e prende delle persone e non si sa che fine facciano queste persone. La stessa cosa accade quotidianamente anche a Mogadiscio”. Almeno una cinquantina di somali arrestati in Kenya, a quasi tutti viene successivamente contestato l’ingresso irregolare nel paese, sono stati recentemente espulsi e rimandati a Mogadiscio, dove sono stati consegnati (per essere interrogati) al governo di transizione che a fine dicembre ha strappato il controllo della capitale somala, e poi del resto del paese, alle Corti Islamiche.

 

KENIA   27/1/2007   11.46

 

PRESIDENTE, “ PRONTO PER UN SECONDO MANDATO”

 

 

 

 

È ufficiale, il presidente del Kenya, Mwai Kibaki, concorrerà per un secondo mandato alle elezioni presidenziali che si terranno entro al fine dell’anno: lo ha annunciato una nota diffusa dall’ufficio della presidenza, e riportata oggi dai principali quotidiani del paese, precisando che la possibilità di ripresentarsi alla guida del paese è garantita cal capo di Stato uscente dalla costituzione nazionale. Le principali testate keniane sottolineano stamani come la nota metta fine a mesi di “speculazioni” su una possibile ricandidatura di Kibaki, che finora aveva sempre evitato di esprimersi sulla possibilità di partecipare alle prossime elezioni. “Da quando ho assunto la guida del paese, ho lavorato per migliorare le condizioni di vita dei keniani e potete vedere da soli quello che sono riuscito a ottenere. Sta a voi adesso giudicare sulla base dei fatti e degli sviluppi che potrete verificare sul terreno” dice Kibaki nella nota in cui si precisa di preferire “l’azione” alla “vuota retorica”. Vincitore delle elezioni del 2002 con la ‘Coalizione nazionale arcobaleno’ (Narc), con cui si concluse il decennio di governo di Daniel Arap Moi, Kibaki ha subito un’importante sconfitta politica alla fine del 2005 (quando un referendum popolare ha bocciato le riforme costituzionali da lui volute per accentrare nelle mani del capo di Stato maggiori poteri). Oltre che dalla disfatta referendaria, il governo Kibaki è stato messo a dura prova da episodi di corruzione, che hanno costretto alcuni ministri alle dimissioni. [MZ]

   

KENIA   25/1/2007   3.50

KENIA

FORUM DI NAIROBI: SIDA/AIDS, UNA SINDROME CHE E' ANCHE UN MARCHIO SOCIALE

Diritti Umani

Diritti Umani, Standard

"Possiamo continuare a lungo a discutere di sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) ma servono azioni concrete: è necessario garantire accesso all'acqua e sicurezza alimentare, indispensabili perché la cura della malattia abbia effetto": ne è convinto Josephet Mulyungi, responsabile di un gruppo di volontari della diocesi keniana di Kitwi, in un dibattito in cui questo è un parere ampiamente condiviso. Oltre il 7,5% dei 34 milioni di abitanti del Kenya - che a Nairobi ospita fino a domani il Forum mondiale sociale - sono sieropositivi, cotagiati cioè dal virus dell'immunodeficienza umana (viu/hiv) che può essere causa della sindrome conclamata. La battaglia si gioca su molti fronti. "A partire dall'educazione sessuale nelle scuole e dalla necessità di abbattere muri culturali tra insegnanti e studenti, tra genitori e figli" dice alla MISNA Amina Abdullahi, operatrice socio-sanitaria dell'organismo che coordina le comunità di base della diocesi di Isiolo, nel nord del Kenya. "Abbiamo una serie di centri di prevenzione e formazione dove le persone possono effettuare il test e ricevere informazioni sui farmaci anti-retrovirali", che in Kenya sono distribuiti gratuitamente negli ospedali. "Ma il problema non è solo sanitario, è anche una questione di giustizia per combattere uno stigma ancora troppo forte" spiega alla MISNA Laurene Racho, dell'associazione 'Donne per la lotta all'Aids in Kenya'. "Molto spesso alcuni datori di lavoro obbligano i propri dipendenti a sottoporsi al test per l'hiv. L'eventuale risultato positivo comporta il licenziamento". Per questo - sottolinea suor Encarnacion, comboniana impegnata nella baraccopoli di Korogocho a Nairobi - "il Forum deve impegnarsi affinchè i sieropositivi vincano la battaglia contro questo 'marchio sociale' che si portano addosso. La lotta contro lo stigma dell'Aids è una corresponsabilità mondiale". Soprattutto perché l'Africa - secondo i dati dell'organismo Onu per il sida/aids (Unaids) conta oltre 25 milioni di sieropositivi, con circa 2 milioni di morti l'anno. Anche l'accesso alle cure resta una sfida ancora carica di incognite: se in Kenya i farmaci anti-retrovirali sono distribuiti gratuitamente, in Uganda non ancora. "A Gulu - sottolinea suor Fernanda Pellizzer, missionaria comboniana - abbiamo attivato programmi per seguire le persone più povere e vulnerabili con un programma di cura ma anche di prevenzione" che coinvolge tra gli altri anche i bambini orfani. Con la collaborazione del Lachor Hospital della città - il centro abitato più importante del nord Uganda - viene garantita una terapia a chi non potrebbe permettersela. Circa 12.000 persone sono registrate per un programma di assistenza "che non è solo sanitario - aggiunge la religiosa - ma che tiene conto anche della dimensione sociale degli ammalati e li segue anche dopo la dimissione dall'ospedale". (E.B. da Nairobi)[EB]

   

KENIA   24/1/2007   20.15

KENIA

FORUM SOCIALE MONDIALE, L'ACCESSO ALL'ACQUA COME DIRITTO FONDAMENTALE

Diritti Umani

Diritti Umani, Standard

"L'impatto della privatizzazione delle fonti idriche colpisce soprattutto i più poveri: la costituzione del mio paese, il Sudafrica sancisce il diritto a un'adeguata quantità e qualità dell'acqua ma questo viene ampiamente
disatteso": lo dice alla MISNA Jennifer Makoatsane, di Soweto, il grande conglomerato urbano alla periferia di Johannesburg. Nelle ultime ore di lavori del Forum sociale mondiale di Nairobi - dove nel pomeriggio si terranno dei dibattiti di sintesi finale e poi verranno simbolicamente
piantati tre alberi per rappresentare l'impegno che cresce nella lotta contro la povertà e le ingiustizie - si parla di una delle questioni-chiave per l'Africa ma non solo: l'accesso alle risorse idriche. In Sudafrica, spiega l'attivista della 'Coalizione contro la privatizzazione dell'acqua', "una società privata vende l'accesso alla rete fornendo alle famiglie una sorta di scheda-prepagata per acquistare quantità di acqua prestabilita". Offrendo in comodato gratuito alle singole abitazioni una sorta di chiave di accesso alla rete di distribuzione idrica, la società recupera l'investimento attraverso le quote di acqua venduta. "Questa forma di acqua pre-pagata, che viene anche tassata, dovrebbe essere dichiarata
incostituzionale" prosegue Makoatsane. Nell'aula 4, ricavata con teli bianchi sulle gradinate con panche di legno dello stadio di Kasarani, un delegato
della 'Rete africana per l'acqua' (Water african network) ricorda i quattro obiettivi irrinunciabili: contrarietà a ogni forma di privatizzazione dell'acqua, garanzia di controllo e gestione pubblica delle risorse idriche,
abolizione di ogni forma di pre-pagamento e inserimento dell'acqua come diritto fondamentale in tutte le Costituzioni del continente. "Sappiamo che l'acqua è vita: per questo le Nazioni Unite, che affermano di voler difendere il rispetto della vita, dovrebbe indicarla tra i diritti fondamentali" dice alla MISNA Hamida Maalim Harrison, del Ghana, al termine di un intervento che ha riscosso forti applausi tra il pubblico. La questione dell'accesso all'acqua, "è stata discussa in moltissimi seminari di questo Forum" osserva Riccardo Petrella, promotore del Contratto mondiale sull'acqua e docente all'Università di Lovanio. "L'acqua è lo scandalo mondiale più enorme: la speranza di vita e di salute di 2,6 miliardi di persone è diminuita per la mancanza di latrine nelle aree più povere" dice alla MISNA Petrella. Nei mesi scorsi il rapporto annuale del Programma di sviluppo dell'Onu (Undp) ha delineato scenari inquietanti sull'accesso all'acqua e ai sistemi fognari dei paesi più poveri. "Ho calcolato - prosegue - che per garantire latrine in tutti i luoghi del mondo che ne sono ancora privi servirebbero 20 miliardi di euro. Si pensi che per progettare, produrre e realizzare i potenti fuoristrada Suv l'economia mondiale è in grado di allocare 4 miliardi di euro all'anno". Con una differenza sostanziale, aggiunge Petrella: "I Suv sono inutili, le latrine sono
fondamentali". Da anni il Forum sociale mondiale - si sta per chiudere la VII edizione, la prima interamente in Africa - denuncia i limiti dell'accesso alle fonti idriche, che rientra nei meccanismi di un'economia globale ancora incapace di darsi regole eque. La privatizzazione dell'acqua, secondo il promotore del Contratto mondiale, "fa parte del meccanismo neo-liberista, che garantisce libertà ai più forti e schiavitù ai più deboli".(E.B.da Nairobi)

[Cliccare sulla freccetta blu a sinistra di KENYA per le notizie dal Forum.][EB]

 

SOMALIA   19/1/2007   15.44

SOMALIA

ANCORA ARRESTI LUNGO IL CONFINE CON IL KENYA

Altro

Altro, Brief

Trenta miliziani delle Corti islamiche sono stati arrestati dalla polizia keniana mentre tentavano di oltrepassare il confine orientale somalo a bordo di muli. Lo riporta oggi la stampa di Nairobi aggiungendo che i recenti arresti – avvenuti mercoledì sera – portano a oltre 100 i membri e sostenitori delle Corti trattenuti dalla polizia keniana, cui si aggiungono 50 giovani keniani reclutati in Somalia e poi intercettati mentre tentavano di tornare in Kenya. Mentre il Kenya continua a pattugliare le porose frontiere orientali con la Somalia, non è chiara la situazione nel villaggio costiero somalo Ras Kamboni, nell’estremità meridionale della Somalia a ridosso del confine keniano, riconquistato lo scorso sabato dalle forze governative. Un sito web somalo islamico Qaadisiya.com, citato dal quotidiano filogovernativo ugandese ‘The New Vision’, riporta che le milizie delle Corti avrebbero catturato 10 soldati statunitensi. Uno sarebbe morto di malaria, mentre gli altri nove sarebbero tenuti prigionieri in una località sconosciuta nei pressi di Ras Kamboni, lungo la costa dell’Oceano indiano, e verranno presto mostrati ai media “con alcuni importanti documenti sopra loro”, ma un funzionario della difesa statunitense ha smentito che siano stati catturati o uccisi soldati delle forze americane. Conferme indipendenti alla notizia diffusa da Qaadisiya.com per ora non sembrano esserci. [RC]

 

KENIA   17/1/2007   7.37

 

NAIROBI: ‘WORLD SOCIAL FORUM’, MIGLIAIA DI FAMIGLIE OSPITERANNO DELEGATI

Altro

Altro, Brief

Sono oltre 35.000 i residenti di Nairobi che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere i delegati, ne sono attesi 100.000, che nei prossimi giorni cominceranno ad arrivare nella capitale keniana per partecipare al World Social Forum. Lo riporta oggi la stampa locale, precisando i ‘bed and breakfast’ familiari, frutto di un accordo tra gli organizzatori e l’amministrazione di Nairobi, potranno applicare una tariffa massima di 35 dollari Usa al giorno a ogni ospite. Gli organizzatori si sono preoccupati di selezionare le sistemazioni migliori per gli ospiti provenienti da tutto il mondo. Data la scarsità di camere disponibili negli alberghi cittadini - secondo il ‘Daily Nation’ il sistema alberghiero di Nairobi sarebbe in grado di garantire solo 4000 posti letto totali - sono state messe a punto nuove strutture (spazi attrezzati per il campeggio e camerate create all’interno di alcune strutture pubbliche) per accogliere i rappresentanti della società civile dell’intero pianeta.
[MZ]

 

kENIA   15/1/2007   15.55

 

EPIDEMIA FEBBRE ‘RIFT VALLEY’, SI AGGRAVA BILANCIO

Altro

Altro, Brief

 

 

È salito a 90 morti e 245 contagiati l’ultimo bilancio della cosiddetta ‘febbre della Rift Valley’, trasmessa all’uomo dal bestiame – capre e mucche – e diffusa finora soprattutto nel Kenya nord-orientale, un’area caratterizzata dalla presenza di nomadi: lo si è appreso da fonti locali. Notizie di contagi sono arrivate anche da Dhobley, in Somalia, al confine con il Kenya, ma non è stato finora possibile inviare una missione di verifica a causa dei recenti bombardamenti aerei di Usa ed Etiopia. Nei giorni scorsi è stata avviata una campagna di vaccinazione del bestiame a Garissa, considerata l’epicentro dell’epidemia con una cinquantina di decessi finora registrati. Un funzionario del ministero della Sanità di Nairobi ha affermato che la situazione è sotto controllo e che non è stato finora registrato alcun caso di infezione da uomo a uomo. Nel 1997 un’epidemia di febbre della Rift Valley – che prende il nome dalla grande faglia africana che taglia in due il continente da sud e termina tra il Kenya e l’Etiopia - provocò nelle stesse zone 300 vittime e decimò il bestiame; si manifesta come una forte influenza ma può sviluppare meningiti ed emorragie.

 

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KENIA   10/1/2007   18.29

KENIA

EPIDEMIA FEBBRE RIFT VALLEY, AVVIATA VACCINAZIONE DEL BESTIAME

Altro

Altro, Standard

Una campagna di vaccinazione del bestiame è stata lanciata ieri a Garissa, epicentro di un’epidemia di “febbre della Rift Valley”. La malattia, trasmessa all’uomo dal bestimane (capre e mucche) si è diffusa nelle province nordoccidentale e costiere provocando 75 morti, di cui 48 a Garissa, e 219 malati, secondo gli ultimi aggiornamenti. Le altre città colpite sono Ijara, Wajir, Tana River e Kilifi dove saranno avviate le vaccinazioni nei prossimi giorni. “Voglio rassicurare i keniani che la situazione è sotto controllo poiché non è stato registrato nessun caso di infezione uomo-uomo” ha detto un alto funzionario del servizio sanitario keniano al quotidiano ‘Daily Nation’. “La maggior parte delle persone contagiate - ha aggiunto - sono pastori di età compresa tra i 20 e 30 anni, che hanno contratto l’infezione macellando gli animali”. Nel 1997 un’epidemia di febbre della Rift valley provocò nelle stesse zone 300 vittime e decimò il bestiame, ma secondo l’ufficiale medico intervistato dalla testata keniana questa volta il ministero della Sanità si è mosso con adeguato anticipo per circoscrivere il contagio. Tre settimane fa sono stati chiusi i macelli delle città colpite, è stato vietato il trasporto di animali e sono state distribuite zanzariere e insetticidi; la malattia infatti si trasmette sia con il contatto con il sangue degli animali sia attraverso le punture di zanzare da animale a uomo. La ‘febbre delle Rift Valley’ si manifesta come una forte influenza ma può sviluppare meningiti ed emorragie. Non è ancora chiaro se la malattia da Garissa si sia diffusa anche oltre confine, ovvero in Somalia. Segnalazioni di decessi per cause riconducibili alla febbre della Rift Valley sono arrivate anche dal territorio somalo, ma a causa del conflitto in corso non è stato possibile inviare missioni mediche di verifica. [BF]


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Kenya: addio a D'Agostino, medico contro l'Aids

 

Medico italoamericano, gesuita, fondatore del centro "Nyumbani" per bambini sieropositivi, si è spento Angelo D'Agostino. Cordoglianze dal presidente del Kenya.

30/11/2006

di Emanuela Citterio

Angelo D'Agostino, Gesuita, Medico psichiatra, fondatore del centro ‘Nyumbani' per bambini sieropositivi a Nairobi è morto lunedì scorso in Kenia, dove era rientrato da un giro in America ed Europa alla ricerca di fondi per continuare l'opera di assistenza del Villaggio e della comunità che serve orfani ed anziani vittime dell'AIDS.

Vita l'aveva incontrato a causa della sua lotta per l'accesso ai farmaci nei Paesi africani. Nel 2004 aveva puntato il dito contro le multinazionali dei farmaci: “Almeno 400 persone in Kenya muoiono ogni giorno per l'Aids" aveva detto. “Tuttavia in Europa e America del nord è diventata una malattia cronica. Qual è la differenza? Siamo di fronte a un'azione genocidaria dei cartelli dei farmaci, che rifiutano di rendere le medicine economicamente più accessibili in Africa nonostante abbiano ottenuto profitti di 517 miliardi di dollari nel 2002” .

“Attualmente abbiamo 93 bambini ospiti del nostro centro sorto nei primi anni Novanta" raccontava nell'intervista il gesuita, che a Nairobi lavorava a stretto contatto con Msf (Medici senza frontiere). "Si tratta di piccoli sieropositivi, abbandonati dai genitori, che però, grazie anche alle cure e all'alimentazione adeguata, nel 75 per cento dei casi finiscono per diventare siero-negativi e possono essere adottati. Il problema sono i medicinali perché hanno prezzi davvero esagerati per la popolazione locale. Noi in parte li facciamo venire dal Brasile, che ce ne fa dono, ma in parte siamo costretti ad acquistarli sul mercato locale”.


La vita di D'Ag, come lo chiamavano gli amici, è un esempio di dedizione al prossimo. Figlio di emigranti italiani, nacque a Providence (R.I). Laureato in Chimica, Filosofia e Medicina, era primario della sezione Urologia alla base aerea Bolling, quando nel 1954 decise di entrare nel seminario dei Gesuiti che però gli chiesero di pensarci su per un anno e poi lo accettarono, consigliandogli di specializzarsi in qualcosa che potesse essere più utile all'Ordine.

Ordinato nel 1966, insegnò Psichiatria, fondò il Centro Religione e Psichiatria ed esercitò la professione fino al 1983. Inviato ad amministrare centri profughi in Thailandia e nell'Africa Orientale. rimase colpito dallo stato in cui vivevano in Kenia tanti orfani di genitori morti di AIDS. Si dedicò a loro e fondò l'orfanotrofio ed il villaggio Nyumbani ("casa" in Swayili) dalla cui direzione si ritirò ufficialmente all'età di 80 anni, continuando però nella sua opera.

Il Presidente del Kenia, Mway Kibaki, nella sua lettera di condoglianze lo ha definito "un grande cristiano che lavorò con diligenza al servizio dei membri vulnerabili della società e per la propagazione della fede cristiana

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KENIA   9/1/2007   9.01

 

SCUOLE PUBBLICHE, SERVONO DECINE DI MIGLIAIA DI INSEGNANTI

Economia e Politica

Economia e Politica, Brief

La scuola pubblica keniana ha bisogno di circa 60.000 nuovi insegnanti: lo hanno fatto sapere nei giorni scorsi i principali sindacali nazionali del settore alla vigilia della ripresa dell’anno scolastico. “Nuove scuole sono state costruite, quelle esistenti sono state ampliate per accogliere il numero crescente di studenti che ogni anno si iscrive alle secondarie, ma il numero degli insegnanti resta invariato da anni” ha detto alla stampa nazionale Peterson Muthathai, presidente dell’associazione dei presidi delle scuole medie keniane, invitando il governo a riaprire le assunzioni nel settore dell’educazione ferme dal 1998. Gli ha fatto eco il Segretario Generale del Sindacato nazionale degli Insegnanti (la principale associazione di categoria del paese), Francis Ng’ang’a, il quale ha precisato che il congelamento delle assunzioni nell’educazione pubblica sta avendo serie ripercussioni sulla qualità dell’insegnamento nel paese e sulla sopravvivenza economica delle scuole, costrette ad assumere ‘privatamente’ insegnanti ‘indipendenti’ utilizzando i soldi destinati all’acquisto di materiali e alle politiche di sviluppo scolastico. Secondo le associazioni di categoria, ci sarebbe particolare necessità di insegnanti di matematica, scienze e lingue straniere, le tre aree maggiormente interessate dall’assenza di personale. I due sindacati concordano poi nell’attribuire gli scarsi risultati fatti registrare dagli studenti della scuola pubblica rispetto a quelli delle scuole private negli ultimi esami di stato proprio alla mancanza di insegnanti del sistema educativo nazionale. Secondo le ultime cifre ufficiali disponibili negli ultimi dieci anni il numero degli insegnanti in Kenya è rimasto fisso intorno a quota 235.000. In compenso però sono aumentati gli studenti: se nel 2002 5,9 milioni di bambini frequentavano la scuola primaria e 600.000 quella secondaria, nel 2006 i primi erano diventati 7,6 milioni e i secondi più di 900.000. “Finchè il governo non prenderà atto di questi dati e deciderà di assumere nuovi insegnanti nelle scuole pubbliche, gli studenti che sceglieranno gli istituti statali saranno sempre penalizzati rispetto agli altri” ha concluso Ng’ang’a.
[MZ]

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KENIA   19/12/2006   19.51

 

TURISMO SESSUALE CON MINORI: TANTI EUROPEI TRA I CLIENTI, ITALIANI IN TESTA

Diritti Umani

Diritti Umani, Standard

Un terzo delle adolescenti che vivono nelle zone costiere del Kenya, frequentate dai turisti, si prostituisce e i clienti sono per la metà europei: lo afferma uno studio sul campo dell’Unicef (Fondo Onu per l’infanzia) presentato oggi a Nairobi, che descrive un panorama desolante quanto esteso di sfruttamento sessuale di minori. Nei distretti di Mombasa, Kilifi, Malindi e Kwale, dove maggiore è la presenza di resort turistici e alberghi, il 30% delle ragazze di età tra i 12 e i 18 anni, pari a 15.000 ragazzine, si prostituisce per denaro o per ‘regali’ e ‘favori; di queste giovani, 2000 o 3000 lo fanno a tempo pieno, avendo lasciato la scuola per fare questo ‘mestiere’. Il gruppo più numeroso di clienti è rappresentato da uomini kenyani (38%), ma gli altri vengono tutti dall’estero, anche da nazioni che si pregiano di difendere i diritti umani e quelli dell’infanzia. In testa alla lista dei forestieri (quindi secondi solo agli abitanti locali), ci sono gli italiani (18%) seguiti da tedeschi (14%) e svizzeri (12%); la deprimente graduatoria prosegue con ugandesi, tanzaniani, britannici, e sauditi. Secondo lo studio, il 45% delle ragazzine inizia a vendersi a 12 o 13 anni e il 10% ha cominciato quando ancora non aveva 12 anni. Contro il turismo sessuale ha tuonato il vicepresidente del Kenya, Moody Awori, presentando di persona i risultati del rapporto voluto anche dal governo keniano; Awori ha promesso misure più stringenti per combattere il fenomeno compresi controlli più severi sui turisti. Da parte sua l’Unicef ha chiesto azioni penali contro kenyani e stranieri che hanno rapporti con minorenni e un programma di sensibilizzazione contro il turismo sessuale presso operatori turistici stranieri e hotel locali. Il codice penale keniano punisce lo sfruttamento sessuale dei bambini, ma lo studio ha constatato una sorta di accettazione del fenomeno per i profitti e i vantaggi che se ne ricavano. “Il turismo sessuale con i minori è molto lucrativo. La disparità tra il reddito familiare e quello che può essere guadagnato con la prostituzione, alimenta una cultura che incoraggia i bambini a cercare clienti tra i turisti” si legge nel rapporto a cui la stampa kenyana ha dato notevole risalto. La tariffa per un incontro con una ragazzina con meno di 16 anni è di 2000 scellini (21 euro) e di 2000-5000 scellini per un’adolescente tra i 16 e 18 anni. Ciò paragonato alla paga di un lavoratore a giornata che si aggira tra i 80-120 scellini per un bambino e 400 scellini per un adulto. Poi c’è tutto quello che guadagna, sull’innocenza calpestata, l’ ‘indotto’: traffichini, tassisti, affittuari di ville, proprietari di hotel e ristoranti, commercianti e operatori di servizi sulla spiaggia. “Ragazzi e ragazze di famiglie povere e un gran numero di madri di famiglia sole che vivono nelle aree turistiche, sono mandati fuori casa a cercare cibo e soldi. E quando li portano, i genitori non fanno domande su come li abbiano ottenuti” aggiunge il rapporto, omettendo di dire l’ovvio, cioè che anche i turisti, ancor più colpevolmente, non si fanno molte domande sulla corruzione dell’infanzia che stanno alimentando. [BF]

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KENIA   19/12/2006   12.05 

NAIROBI, DOPO SCONTRI A KIBERA ARRESTATO EX-CAPO SETTA 

A - Altro, Brief

    La polizia ha arrestato Ndura Wairunge – l’ex-capo dei Mungiki (che in lingua kikuyu vuol dire ‘multitudine’), una sorta di setta coinvolta in uccisioni ed estorsioni – dopo che tre persone sono morte e numerose sono rimaste ferite negli scontri tra suoi sostenitori e oppositori verificatisi nel fine settimana a Kibera, la più grande baraccopoli della capitale Nairobi. Wairunge vorrebbe partecipare alle elezioni generali del prossimo anno per il seggio parlamentare al momento occupato da Raila Odinga (esponente della comunità Luo), fino all’anno scorso ministro dei lavori pubblici e possibile candidato alle presidenziali. Secondo Odinga a provocare gli scontri sarebbero stati gli “agenti di stato” – del cui supporto godrebbe Wairunge – per destabilizzare Kibera in vista delle elezioni. Ipotesi smentita categoricamente dal capo della polizia responsabile di Kibera, Herbert Khaemba, citato oggi dai principali quotidiani del Kenya: “I nostri agenti – ha detto – erano armati solo con bombolette di gas lacrimogeni. Non vi erano poliziotti in abiti civili. Erano i civili ad avere le armi. In tutta Nairobi vi sono armi nelle mani sbagliate”. (RC)

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KENIA   18/12/2006   9.18

KENIA

SCONTRI TRA POLIZIA E MANIFESTANTI NEL PIÙ GRANDE ‘SLUM’ DI NAIROBI

Altro

Altro, Standard

Tre persone sono morte

e numerose altre sono rimaste ferite nei violenti scontri esplosi ieri a Kibera, il grande sobborgo povero di Nairobi in cui si ritiene vivano circa 800.000 persone, e proseguiti per buona parte della giornata. La MISNA lo ha appreso stamani da fonti locali, le quali precisano che intensi scontri sono avvenuti ieri dopo che la polizia è intervenuta nello ‘slum’ per disperdere una manifestazione non autorizzata. I combattimenti, proseguiti per almeno sei ore, hanno impegnato gli agenti speciali dell’Unità di servizio generale (Gsu) della polizia di Nairobi e numerosi manifestanti che hanno preso di mira gli agenti con fitte sassaiole e anche con colpi di arma da fuoco, scatenando così la reazione della polizia. Secondo il quotidiano ‘The Nation’, tutte e tre le vittime delle violenze sono state colpite da proiettili, mentre almeno sei dell’elevato, ma ancora imprecisato, numero di feriti versano in gravi condizioni all’ospedale di Masaba, che ieri ha lanciato ripetuti appelli per la donazione di sangue. La polizia era intervenuta a Kibera per bloccare la manifestazione, e il seguente comizio politico, organizzata da Ndura Wairunge, ex-capo dei Mungiki (che in lingua kikuyu vuol dire ‘multitudine’), una sorta di setta con collegamenti nel mondo criminale. Wairunge, infatti, ha ambizioni politiche e dovrebbe partecipare alle elezioni parlamentari del prossimo anno. Il corteo non solo non era stato autorizzato, ma stava creando forti tensioni con altre bande presenti a Kibera. Ai primi di novembre, una decina di persone erano rimaste uccise in intensi scontri tra giovani aderenti ai Mungiki e sostenitori dei ‘Taliban’ (altra banda organizzata) avvenuti nella baraccopoli di Mathare, a nordest della capitale Nairobi.[MZ]

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KENIA   18/12/2006   9.18

KENIA

SCONTRI TRA POLIZIA E MANIFESTANTI NEL PIÙ GRANDE ‘SLUM’ DI NAIROBI

Altro

Altro, Standard

Tre persone sono morte e numerose altre sono rimaste ferite nei violenti scontri esplosi ieri a Kibera, il grande sobborgo povero di Nairobi in cui si ritiene vivano circa 800.000 persone, e proseguiti per buona parte della giornata. La MISNA lo ha appreso stamani da fonti locali, le quali precisano che intensi scontri sono avvenuti ieri dopo che la polizia è intervenuta nello ‘slum’ per disperdere una manifestazione non autorizzata. I combattimenti, proseguiti per almeno sei ore, hanno impegnato gli agenti speciali dell’Unità di servizio generale (Gsu) della polizia di Nairobi e numerosi manifestanti che hanno preso di mira gli agenti con fitte sassaiole e anche con colpi di arma da fuoco, scatenando così la reazione della polizia. Secondo il quotidiano ‘The Nation’, tutte e tre le vittime delle violenze sono state colpite da proiettili, mentre almeno sei dell’elevato, ma ancora imprecisato, numero di feriti versano in gravi condizioni all’ospedale di Masaba, che ieri ha lanciato ripetuti appelli per la donazione di sangue. La polizia era intervenuta a Kibera per bloccare la manifestazione, e il seguente comizio politico, organizzata da Ndura Wairunge, ex-capo dei Mungiki (che in lingua kikuyu vuol dire ‘multitudine’), una sorta di setta con collegamenti nel mondo criminale. Wairunge, infatti, ha ambizioni politiche e dovrebbe partecipare alle elezioni parlamentari del prossimo anno. Il corteo non solo non era stato autorizzato, ma stava creando forti tensioni con altre bande presenti a Kibera. Ai primi di novembre, una decina di persone erano rimaste uccise in intensi scontri tra giovani aderenti ai Mungiki e sostenitori dei ‘Taliban’ (altra banda organizzata) avvenuti nella baraccopoli di Mathare, a nordest della capitale Nairobi.[MZ]

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KENIA   7/12/2006   21.32

 

POCA FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI, I KENIANI SI CONFESSANO IN UN SONDAGGIO

Economia e Politica

Economia e Politica, Brief

Il 69% dei keniani pensa che i membri del Parlamento siano la categoria più corrotta, seguiti dalle autorità locali (61%), dai parastatali (49%) e dalle compagnie private (35%). Sono le conclusioni di un sondaggio commissionato dal settore giustizia, legge e ordine del governo del Kenya, per rilevare in che misura i cittadini percepissero gli sforzi delle istituzioni nella lotta alla corruzione, al crimine e alle violazioni dei diritti umani. Il sondaggio - i cui risultati sono stati pubblicati oggi dalla stampa nazionale - evidenzia la sfiducia dei keniani nei confronti delle forze di polizia, di cui il 62% degli intervistati si dichiara insoddisfatto e a cui solo il 15% attribuisce un ruolo importante nella salvaguardia della legalità, mentre il 38% dice di fidarsi di più della Commissione anticorruzione, della cui esistenza è a conoscenza il 64% della popolazione. La corruzione risulta talmente diffusa nel paese che l'84% dei cittadini che ha richiesto un servizio negli ultimi 12 mesi, lo ha ottenuto in seguito al pagamento di una ‘mancia’, al contrario solo il 24% di coloro i quali si sono rifiutati di pagare è riuscito a far valere i propri diritti. A questo proposito, il 59% degli intervistati ritiene i diritti civili e politici molto importanti nella vita quotidiana, il 56% crede invece che ad influire maggiormente sulla qualità della vita siano i diritti economici. Infine, per quanto riguarda i fattori che minano la sicurezza pubblica, la maggioranza dei keniani (58%) vede nei ladri e nei rapinatori il maggior pericolo, seguiti dai giovani disoccupati (34%) e dai tossicodipendenti (18%).[CO]

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KENIA   28/11/2006   5.54

 

CAMBIAMENTI CLIMATICI, DAL PASSATO AVVERTIMENTI PER IL FUTURO

Natura ed Ambiente

Natura ed Ambiente, Brief

‘Emutai’ vuol dire ‘annientare’: così i Maasai chiamarono la prolungata siccità che tra il 1883 e il 1902 non solo uccise decine di migliaia di loro, ma ridisegnò anche lo scenario ecologico e politico dell’Africa orientale. Lo documenta una ricerca di Lindsey Gillson dell’Università di Cape Town, in Sudafrica, pubblicata nell’ultimo numero dell’African Journal of Ecology, che “getta ulteriore luce sui probabili effetti dei cambiamenti climatici” a pochi giorni dalla conclusione del vertice di Nairobi. “Le previsioni sui futuri cambiamenti climatici ci dicono solo una piccola parte dello scenario. Quello che invece ci dice la storia è come gli shock ecologici siano correlati tra loro e quali conseguenze catastrofiche possano avere sul sistema sociale” sostiene Jon Lovett, del Centro per l’ecologia, la legge e la politica dell’Università di York, in Gran Bretagna, ribadendo che “quel che possiamo imparare dal passato è invece come le società umane reagirono a eventi estremi”. Se oggi in gran parte del Kenya la siccità persistente da tre anni ha già ridotto di due terzi i mezzi di sussistenza della popolazione Turkana e ucciso 10 milioni di capi di bestiame e altri cinque milioni nella regione Maasai di Kajiado, pesti e siccità sul finire dell’Ottocento uccisero tutto il bestiame e falcidiarono la popolazione Maasai costringendola a ripiegare sull’allevamento di capre e pecore e a provocare un’erosione del terreno. Anche la nascita del regno Zulu agli inizi del Novecento coincise con cambiamenti climatici: fu una siccità nell’Africa meridionale a costringere gli Nguni a invadere in Tanzania il territorio controllato dagli HeHe, infine sopraffatti dai tedeschi. Siccità, dislocamenti, lotte: lo studio di Gillson ci mostra “cos’è successo nel passato e ora siamo avvertiti” dice ancora Lovett, concludendo: “Ma la domanda principale rimane: i politici ne faranno tesoro?”.

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KENIA   28/11/2006   8.24

 

CONFERENZA SUI RIFIUTI TOSSICI SI APRE A NAIROBI

Natura ed Ambiente

Natura ed Ambiente, Brief

Dopo l’e-mail, la tecnologia porta anche l’e-spazzatura: computer, cellulari e televisioni obsoleti il più delle volte imbarcati su aerei e navi e poi scaricati e bruciati all’aria aperta nei paesi in via di sviluppo. Lo smaltimento dei componenti elettronici superati sarà uno dei principali temi trattati durante i cinque giorni di colloqui sui rifiuti tossici tra i delegati di circa 120 nazioni apertisi oggi a Nairobi, in Kenya. “Una delle più grandi sfide del nostro tempo è concordare tutti insieme cosa è un rifiuto e cosa è un prodotto di seconda mano. Questa domanda riguarda sia navi sia beni elettronici” ha detto Achim Steiner, capo del Programma dell’Onu per l’ambiente (Unep), aprendo la conferenza che riunisce gli stati aderenti alla ‘Convenzione di Basel sul controllo del trasferimento e trattamento dei rifiuti pericolosi’ del 1989. Steiner ha poi ricordato lo “sfrontato” caso dei rifiuti tossici riversati lo scorso agosto ad Abidjan, in Costa d’Avorio, che ha provocato la morte di almeno 10 persone: un “triste promemoria” dell’incapacità dei governi di proteggere i propri civili. Oltre a cercare di redigere regolamenti internazionali che prevengano il disastro ivoriano, i delegati discuteranno sulla minaccia incombente dei rifiuti da “iper-mole” come aerei e navi. Secondo l’Unep, circa un terzo dei 25.000 aerei civili ora in servizio verrà smantellato tra i prossimi 10 o 15 anni, oltre 35.000 entro il 2035, mentre entro il 2010 circa 2200 navi che hanno trasportato amianto e altri agenti tossici saranno fuorilegge e altre 1800 verranno demolite in America settentrionale, Brasile e Cina.

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KENIA   18/11/2006   13.37

KENIA

RAPPORTO SU DISEGUAGLIANZA, È LA SALUTE LA PRIMA A RISENTIRNE

Diritti Umani

Diritti Umani, Brief

Il 10% più ricco della popolazione kenyana possiede il 42% delle risorse del paese mentre il 10% più povero non arriva all’1%: è un Kenya segnato da profonde disuguaglianze quello descritto nel rapporto della ‘Conferenza Nazionale sulla ineguaglianza e la povertà’ rilanciato oggi dal quotidiano East Standard, una delle principali testate del paese. Nel dossier di 231 pagine, che raccoglie gli atti della conferenza svoltasi lo scorso maggio ed è consultabile per intero su internet, si denuncia una profonda disparità nei servizi alla salute da regione a regione, mentre nelle province centrali c’è un medico su 20.000 abitanti nel nordest del paese ce n’è uno ogni 120.000. Secondo le statistiche, le campagne di vaccinazione nella provincia di Nyanza coprono il 38% della popolazione e il 79% nella provincia centrale, con un immancabile effetto sulla mortalità infantile. Rientra in questa differenza di accesso ai servizi il dato più inquietante: si calcola che mentre a Meru un cittadino nasce con un aspettativa di vita di 67 anni a Mombasa questa scende a 33 anni. I motivi di tale disparità, si legge nelle conclusioni, non risiedono nella crescita economica, che ha raggiunto nel 2005 il tasso di 5,8%, il più alto degli ultimi 15 anni, ma nell’uso delle risorse. Anche a livello politico, sottolinea il rapporto, la normativa esistente permetterebbe di tutelare le fasce deboli e l’erogazione dei servizi, ma spesso le buone leggi esistenti non vengono applicate. [BF]

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KENIA   17/11/2006   12.49

KENIA

INQUIETUDINE PER PRESENZA TRUPPE USA A CONFINE CON SOMALIA

Altro

Altro, Brief

Sta suscitando paura e inquietudine la presenza di truppe americane con “camion carichi di sofisticate attrezzature militari e logistiche” nella zona nord-orientale di Garissa, in direzione del confine con la Somalia : lo scrive il quotidiano di Nairobi ‘East Standard’, affermando che marines Usa avrebbero iniziato manovre congiunte con l’esercito del Kenya “sotto una cappa di sospetto”. Il Commissario distrettuale Kiritu Wamae avrebbe comunque garantito che l’obiettivo della missione è la riabilitazione di una decina di pozzi, in un’area spesso soggetta a forti siccità come quella dell’anno scorso. “Curiosamente – scrive il giornale keniano – i mairnes sono arrivati proprio quando l’amministrazione Usa ha lanciato l’allarme su possibili attacchi terroristici nel paese”, mentre la stampa ha riferito che uno degli esponenti di spicco delle Corti islamiche di Mogadiscio – si legge ancora “sarebbe coinvolto negli attentati contro le ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam nel 1998” . Una decina di giorni fa un responsabile dell’Unione delle Corti islamiche nel distretto di Dhobley, nella regione del Basso Giuba a ridosso della frontiera, aveva segnalato la presenza di “truppe americane” arrivate più volte al confine tra Somalia e Kenya per compiere “missioni nella zona” senza specificarne la natura. In precedenza gli Usa avevano pubblicamente espresso sostegno ai ‘signori della guerra’ che dal 1991 per tre lustri hanno controllato Mogadiscio e che a giugno sono stati sconfitti dopo una sanguinosa battaglia dalle stesse Corti islamiche. La presenza Usa nella regione non sarebbe una novità: secondo diverse fonti, istruttori americani sarebbero presenti in campi di addestramento delle forze etiopiche non lontano dal confine con la Somalia.

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KENIA   14/11/2006   5.19

KENIA

CAMBIAMENTO CLIMATICO, NUOVA MINACCIA PER I POPOLI NOMADI?

Natura ed Ambiente

Natura ed Ambiente, Brief

Mezzo milione di pastori nomadi della distretto di Madera nel nord del Kenya, corrispondenti a un terzo della popolazione nomade locale, ha dovuto abbandonare il suo tradizionale stile di vita a causa delle prolungate siccità che hanno ucciso il loro bestiame; è uno dei dati emersi da una ricerca sul campo commissionata dall’organizzazione non governativa britannica ‘Christian Aid’ e diffusa alla XII Conferenza internazionale sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite in corso a Nairobi. L’incidenza della siccità nel distretto di Madera è quadruplicato negli ultimi 25 anni, si legge nel rapporto, sottolineando che queste crisi ormai sono troppo ravvicinate e le strategie di sopravvivenza apprese nei secoli dalle comunità nomadi non sono più efficaci. Durante l’ultima siccità, il 60% delle famiglie di pastori del distretto di Madera ha dovuto ricorrere ad aiuti umanitari e altre forme di assistenza poiché, dopo la moria del bestiame, i capi rimasti non erano sufficienti per garantire la sussistenza. Lo studio ribadisce come i cambiamenti climatici stiano avendo un impatto durissimo sulla vita delle comunità nomadi nel nord del Kenya, stimate in 3 milioni di persone. Anche alcuni rappresentanti del popolo masai, annoverato tra i nomadi del nord, hanno denunciato l’ingiustizia di una situazione in cui proprio le comunità che meno inquinano sono le “prime vittime” del cambiamento climatico, causato dai gas serra prodotti dai paesi industrializzati. [BF]

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KENYA   10/11/2006   15.33

KENYA

ACQUA NEGATA: LE “LATRINE VOLANTI” DI KIBERA, TESTIMONIANZA DI UN MISSIONARIO

Church and Mission

Church and Mission, Brief

Né acqua potabile, se non poca e a pagamento, né servizi igienico-sanitari: la situazione è drammatica a Kibera, una delle più grandi baraccopoli africane alla periferia di Nairobi, con una popolazione stimata in oltre 700.000 persone e una media di tre-quattro famiglie per ogni abitazione costruita con fango, legno e lastre di metallo. “In mancanza di servizi sanitari, la popolazione è costretta a usare buste di plastica che poi getta per le viuzze che si snodano a stento tra una casa e l’altra” dice alla MISNA padre Francisco Heraldo Hernandez Ocha, missionario impegnato a Kibera. E aggiunge: “Le chiamano tutti ‘latrine volanti’”: le descrive persino l’ultimo rapporto annuale del Programma dell’Onu per lo sviluppo presentato ieri. Un nome quasi ironico per una delle principali cause di epidemie: le strade dello slum sono attraversate da rigagnoli di acqua stagnante, dove galleggiano rifiuti e buste di plastica. “In queste condizioni, vi è un’alta percentuale di malattie trasmesse dall’acqua: infezioni digestive, dissenterie, epatite e anche malaria” prosegue padre Francisco. Secondo il rapporto Onu, in questo slum la copertura di servizi igienico-sanitari è inferiore al 20%: basti pensare che in una delle aree di Kibera, Laina Saba, alla fine degli anni Novanta vi erano appena 10 toilette per 40.000 persone. Eppure secondo il rapporto del governo del Kenya relativo agli Obiettivi di sviluppo del millennio, il 99% degli abitanti della capitale avrebbe accesso ai servizi sanitari e il 93% all’acqua potabile. “Non è vero” sostiene il missionario. “C’è carenza d’acqua pulita. Gli abitanti devono comprarla da commercianti privati e per 5 litri sono costretti a pagare uno o due scellini (1-2 centesimi di euro, ndr) o anche il doppio in periodi di siccità”. Ciò vuol dire che le famiglie spendono circa il 20% del loro reddito – quando ne hanno uno – per comprare l’acqua: ossia pagano sette volte di più rispetto a chi vive in quartieri ad alto reddito di Nairobi e un prezzo proporzionalmente ancora più caro rispetto agli abitanti di Londra e New York. “Queste carenze, oltre a minacciare la salute e la qualità della vita, alimentano malumori e nervosismo. Noi missionari stiamo cercando di promuovere progetti per la raccolta d’acqua piovana o per limitare i costi, ma è indispensabile che intervenga il governo” conclude con una punta di disillusione padre Fernardo.

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KENIA   13/11/2006   14.47

KENIA

MALTEMPO: DECINE DI MIGLIAIA DI SENZA TETTO…-2

Altro

Altro, Brief

Sarebbero almeno 6 le persone morte nel fine settimana per le intense piogge e le alluvioni che hanno interessato varie zone del paese, portando a 21 il bilancio totale delle vittime da quando alla fine di ottobre sono cominciate le piogge stagionali, quest’anno particolarmente intense. Lo riferisce la Croce Rossa keniana, impegnata, insieme alla locale protezione civile, ad aiutare le popolazioni civili. Secondo le ultime informazioni, oltre alle sei vittime vi sarebbero anche due persone ufficialmente considerate disperse. La Croce Rossa e le autorità keniane tuttavia non hanno nascosto il timore che il bilancio finale possa essere più alto, visto che moltissime zone sono ancora isolate e raggiungibili solo con elicotteri. Oltre alla costa sud-orientale del paese, tra le aree maggiormente colpite dal maltempo figurano anche alcuni distretti (Garissa, Wajir, Isiolo e Moyale) della provincia nord orientale, dove si stima che siano almeno 10.000 le persone rimaste senza tetto. Il numero totale di sfollati causati da quest’ultima ondata di maltempo stagionale sale quindi a 70.000, anche se le autorità temono possa triplicare nel giro di pochi giorni. “Alcune aree sono state completamente isolate dopo che i principali ponti sono crollati. Nella zona nord orientale del paese, i danni maggiori sono stati causati dai fiumi che hanno rotto gli argini o che hanno cambiato il loro corso, investendo ogni cosa trovavano sul loro cammino” ha detto Anthony Mwangi, responsabile della comunicazione dell’ufficio della Croce Rossa di Nairobi.(vedi anche Kenya ore 11:17)

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KENIA   13/11/2006   11.17

 

MALTEMPO: DECINE DI MIGLIAIA DI SENZA TETTO PER FORTI PIOGGE E ALLUVIONI

Altro

Altro, Standard

Cinque giorni consecutivi di piogge intense hanno causato estese alluvioni e gravi danni lungo tutta la costa sud-orientale del Kenya. La zona maggiormente colpita sembra essere quella del distretto di Kwale, dove a fronte di una sola vittima, almeno secondo i bilanci in circolazione ieri sera, sono oltre 50.000 le persone costrette a sfollare dopo che alcuni fiumi hanno rotto gli argini portando via con sé abitazioni, terreni, ma anche strade e ponti. Le autorità locali hanno lanciato un appello al governo e alla comunità internazionale chiedendo aiuti urgenti per le popolazioni rimaste isolate; oltre al cibo e ai medicinali sono state chieste anche zanzariere e pasticche di cloro per tentare di contenere la diffusione di malattie come la malaria o il colera. Alcuni partiti hanno chiesto al governo di dichiarare le alluvioni ‘disastro nazionale’, soprattutto alla luce delle previsioni meteorologiche secondo cui le piogge dovrebbero continuare a cadere intensamente ancora per giorni. L’amministratore del distretto di Kwale, Moffat Mangi, sulla stampa locale ha detto di temere che il numero degli sfollati possa salire a 200.000 persone entro la fine della settimana. Gravi anche i danni che il maltempo ha causato al turismo e all’industria locale, dopo che le piogge e le alluvioni hanno distrutto alcuni dei principali ponti (inclusi quelli dell’autostrada che collega Mombasa con la confinante Tanzania ) e sommerso le più importanti arterie viarie della zona. La protezione civile keniana e la Croce Rossa sono già mobilitate nel tentativo di portare soccorso alla popolazione, ma il maltempo e i danni causati alle infrastrutture stanno rallentando gli aiuti.

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KENIA   11/11/2006   12.45

 

NAIROBI: CONFERENZA CLIMA, BAMBINI CONTRO RISCALDAMENTO GLOBALE

Natura ed Ambiente

Natura ed Ambiente, Brief

Guidati da una banda musicale di detenuti, decine di bambini hanno danzato e cantato sfilando per le strade della capitale, seguiti da centinaia di persone, per chiedere un impegno maggiore contro il surriscaldamento globale ai delegati delle 189 nazioni riuniti in città per due settimane per la 12° Conferenza mondiale sulla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfcc). “L’Africa deve alzarsi perché il nostro continente sarà il più colpito dal surriscaldamento globale” ha detto una delle manifestanti. “Non vogliamo ministri ambientali senza spina dorsale, come in passato. Colgano quest’occasione per chiedere all’Occidente un fondo speciale per aiutarci a fronteggiare questa minaccia” ha poi aggiunto, indossando una maglietta bianca con lo slogan ‘Il nostro clima, la nostra sopravvivenza’. Qualcuno innalzava cartelloni con l’immagine del presidente statunitense e accompagnata dalla seguente didascalia: “Ricercato… per crimini contro il pianeta’. “Questi bambini subiranno i cambiamenti climatici, così è nel loro diritto alzarsi e puntare il dito contro di noi” ha commentato uno degli organizzatori della marcia.

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KENIA   8/11/2006   5.32

 

VERTICE DI NAIROBI (2): CAMBIA IL CLIMA E LA MALARIA ARRIVA IN MONTAGNA

 

 

Natura ed Ambiente, Standard

“Abbiamo cominciato a sperimentare la malaria anche fuori dalle zone consuete di prevalenza; la malattia si sta diffondendo anche nelle zone montuose” ha osservato Grace Akumu, direttrice dell’organizzazione non governativa (ong) ‘Climate network Africa’, che partecipa alla Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici in corso a Nairobi. Oltre alla regione centrale del Monte Kenya, sono almeno una quindicina i distretti (erano tre nel 1998) colpiti da epidemie di malaria nell’ovest del paese, secondo Andrew Githeko, responsabile del servizio di ricerche sul clima e sulla sanità dell’Istituto di ricerca medica nazionale (Kemri). Si tratta perlopiù delle zone montuose, le più fredde del paese, le stesse che negli ultimi anni hanno subito un surriscaldamento di 0,5° C o più e stranamente i picchi delle epidemie si verificano tra giugno e agosto, in pieno inverno keniano. Secondo diverse fonti, la malaria ha iniziato a diffondersi nelle regioni montuose a metà degli anni Ottanta, mentre epidemie molto gravi si sono verificate negli anni Novanta e in particolare tra il 1997 e il 1998 mentre il paese era interessato dal fenomeno climatico ‘El Nino’. “Nel 1997 si è avuto un aumento del 150% dei casi di malaria” racconta Githeko. “L’ultima epidemia grave ha avuto luogo nel 2002. Quasi 800 persone sono morte nel distretto di Kisii” precisa François Omlin, scienziato presso il Centro internazionale sulla fisiologia e l’ecologia degli insetti (Icipe), secondo il quale nei distretti circostanti sarebbero morte oltre 2000 persone. Gli abitanti delle zone montuose, infatti, sono stati meno esposti alla malaria rispetto a quelli delle zone costiere e sono perciò meno immunizzati; da qui gli alti tassi di mortalità. Gli scienziati condividono anche gli stessi timori: nel 2007, “la stagione delle piogge di ottobre e novembre si prolungherà sino a gennaio” e le temperature calde di dicembre e gennaio, combinate a precipitazioni inusuali, costituiranno le condizioni ideali per il diffondersi di insetti ed epidemie. “Attendiamo un aumento tra il 50 e il 100% dei casi di malaria nelle montagne” per quel periodo, ha concluso Githeko.[RC]

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KENIA   7/11/2006   13.27

 

CONFERENZA NAIROBI, PROGRESSI CONTRO POVERTÀ ANNULLATI DA CLIMA

Natura ed Ambiente

Natura ed Ambiente, Brief

Il grano è l’alimento base della dieta del Kenya eppure vi sono bambini di cinque anni che – a causa della prolungata siccità – non hanno mai visto una spiga: dopo aver raccontato questo aneddoto, il ministro keniano dell’Ambiente Kivutha Kibwana ha invitato gli oltre 5000 partecipanti alla 12ª Conferenza mondiale sulla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfcc) e alla contestuale 2ª Riunione delle parti sul Protocollo di Kyoto (Mop2) in corso per due settimane a Nairobi ad “adottare azioni concrete sulle priorità immediate”. “I cambiamenti climatici – ha aggiunto Kibwana – minacciano gli obiettivi di sviluppo per miliardi di poveri del pianeta. Si profila il serio pericolo che i recenti successi verso la riduzione della povertà vengano rovesciati nei prossimi decenni, in particolare per i più poveri e in special modo per gli abitanti del continente africano”. Qui milioni di persone vivono di raccolti costantemente minacciati dai cambiamenti climatici: desertificazione o piogge torrenziali e conseguenti alluvioni. Secondo il ministro, è necessario investire al più presto su migliori sistemi d’irrigazione o promuovere colture resistenti alla siccità. A dare la cifra delle necessità africane ai rappresentanti delle 189 nazioni presenti, non sono solo le parole del ministro keniano: data la siccità e la conseguente carenza di forniture d’energia elettrica, scritte luminose invitano i delegati a “spegnere” le luci, a “ridurre, riciclare, ricaricare”.

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KENIA   4/11/2006   15.05

 

MUSULMANI CRITICANO STRANO ‘CENSIMENTO’ DEGLI IMAM

Altro

Altro, Brief

I musulmani keniani hanno denunciato e chiesto spiegazioni al governo per una sorta di censimento degli Imam e dei frequentatori costanti delle moschee attualmente in corso in alcune zone del paese. In una conferenza stampa tenuta a Mombasa, il vice-presidente del Consiglio supremo dei musulmani keniani (Supkem), Alhaji Abdillahi Kiptanui, ha chiesto di mettere immediatamente fine alla pratica che da giorni vede funzionari di alcune amministrazioni provinciali (Kwale, Kisauni, Mombasa, Voi, Taita, Taveta) chiedere informazioni ai capi villaggio sul numero e l’identità degli imam delle moschee. Kiptanui ha chiesto al presidente e al ministero degli Interni di spiegare le ragioni di questo tipo di procedura, definita “ingiusta”, e dietro alla quale secondo il Supkem vi sarebbe “lo zampino di qualche straniero”. “È una mossa che disorienta i musulmani e questo non possiamo accettarlo” ha detto il segretario generale del Consiglio, Adan Wachu.

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KENIA   6/11/2006   10.01

 

SI APRE A NAIROBI CONFERENZA SU CAMBIAMENTI CLIMATICI E GAS SERRA

Natura ed Ambiente

Natura ed Ambiente, Standard

“I cambiamenti climatici stanno rapidamente emergendo come una delle più serie minacce con la quale l’umanità si sia mai confrontata” ha detto il vice-presidente del Kenya Moody Awori, aprendo questa mattina a Nairobi la 12° Conferenza mondiale sulla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfcc), adottata dall’Onu nel 1992 e sottoscritta da 189 dei 192 stati membri, e la 2° Riunione delle parti sul Protocollo di Kyoto (Mop2) ratificato nel 1997 ed entrato in vigore lo scorso anno. “Le economie africane sono le più colpite. Più del 70% della nostra popolazione vive nelle campagne” ha aggiunto Awori dinanzi ai 6000 delegati presenti alla conferenza che per la prima volta si svolge in un paese dell’Africa subsahariana. I partecipanti all’incontro (che si concluderà il 17 novembre) sono chiamati a trovare i sistemi (programmi specifici e finanziamenti ad hoc) migliori con cui aiutare i paesi meno avanzati del pianeta a fronteggiare i futuri cambiamenti climatici. Mentre sul fronte della riduzione dell’emissione di gas serra, si discuterà un nuovo piano per la riduzione dei gas che sostituisca il Protocollo di Kyoto in scadenza nel 2012 e si cercherà di fare nuove pressioni nei confronti dei paesi che non lo hanno ancora ratificato e che risultano anche essere i principali emettitori di gas serra del pianeta: dagli Stati Uniti all’Australia, passando per i paesi emergenti come Cina, India e Brasile. Appena una settimana fa, l’organizzazione meteorologica mondiale (Omm/Wmo) e l’economista britannico Nicholas Stern, ex-capo della Banca mondiale, hanno pubblicato due rapporti allarmanti: secondo il primo la concentrazione di diossido di carbonio (Co2) nell’atmosfera terrestre ha raggiunto l’anno scorso un nuovo record, mentre il secondo studio ha calcolato che il riscaldamento climatico potrebbe costare all’economia mondiale 5,5 milioni di miliardi di euro se i governi non adotteranno misure radicali entro i prossimi dieci anni.

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KENIA   25/10/2006   8.19

 

CRESCE PRODUZIONE CAFFÈ, IL SETTORE CI PRENDE GUSTO

Economia e Politica

Economia e Politica, Brief

Dopo gli anni difficili del recente passato, piccoli ma costanti miglioramenti fanno sperare in un “futuro più luminoso” per i produttori del caffé in Kenya; lo sostiene nel suo ultimo bollettino l’associazione nazionale dei commercianti di caffé (Kcta), che prevede un leggero incremento nel raccolto 2007/8 con 53.524 tonnellate dei profumati chicchi neri. “C’è ottimismo tra i coltivatori e gli standard di coltivazione sono migliorati rispetto agli ultimi cinque anni” si legge nella nota. Buone notizie anche per il raccolto 2006/7, con 52.463 tonnellate di caffé stimate: la siccità che ha colpito il paese nei primi mesi di quest’anno è stata fortunatamente compensata da una buona stagione delle piogge tra marzo e maggio. La Kcta sottolinea il nuovo andamento positivo, ricordando come nell’anno 2005/6, secondo gli ultimi dati governativi disponibili, la produzione era stata di 50.000 tonnellate. Non solo: secondo gli esperti, dopo anni di magri guadagni, attualmente il prezzo del caffé sui mercati internazionali è sufficientemente alto da premettere ai piccoli contadini di ripagare i debiti, ottenere nuovi prestiti e migliorare le tecniche agricole. Secondo la l’associazione di categoria, restano da migliorare riguardano gli investimenti nel settore, le infrastrutture e, in materia di coltivazioni, un maggior uso di trattamenti preventivi per le malattie.

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NIA   21/10/2006   14.19

 

POCHE DONNE NEL PUBBLICO IMPIEGO, PRESIDENTE CHIEDE ‘AZIONI POSITIVE’

Altro

Altro, Brief

La pubblica amministrazione non è un luogo da donne in Kenya: se ne è accorto, e se ne è lamentato, anche il presidente Mwai Kibaki. “Oggi ci sono molte più donne diplomate e laureate che in passato - ha detto il presidente nel suo discorso tenuto alla stadio di Nairobi per la giornata nazionale dedicata al padre della patria, Jomo Kenyatta - nonostante ciò, esiste un serio squilibrio tra donne impiegate nel settore privato e quelle che partecipano alla gestione del paese in generale”. Quindi Kibaki ha sollecitato “l’applicazione di azioni positive, assicurando che nelle nuove assunzioni e nomine nella pubblica amministrazione ci sia un 30% di donne”. Il settore pubblico keniano ha 200.000 impiegati. A differenza di altre nazioni sudsahariane dove la partecipazione delle donne alla gestione della ‘cosa pubblica’ e alla politica è molto altra, il Kenya , al pari di nazioni non-africane, mantiene forti ostacoli culturali e sociali all’accesso delle donne in particolare in Parlamento. Sono solo 16 le deputate keniane su 224 seggi in Parlamento, pari al 7%, mentre, ad esempio, sono il 35% in Mozambico, il 30% in Burundi e il 49% in Ruanda.

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KENIA   12/10/2006   6.23

KENIA

MAU-MAU CHIEDONO RISARCIMENTO A LONDRA PER VIOLENZE DEGLI ANNI '50

Altro

Altro, Brief

Sei cittadini keniani hanno inviato al ministero degli Esteri inglese una richiesta di risarcimento compresa tra 74.000 e 148.000 euro ciascuno come compensazione per le torture e i maltrattamenti subiti dalla ex-madrepatria inglese negli anni '50. I richiedenti, ormai quasi tutti settantenni, affermano di essere ex-appartenenti della società segreta Mau-Mau, composta da combattenti dell’etnia Kikuyu che nel 1952 tentarono una ribellione contro l'Inghilterra per ottenere l’indipendenza del Kenya. La rivolta fu repressa nel sangue. I sei keniani sostengono di essere stati a lungo detenuti in campi di prigionia e di avere subito trattamenti disumani o degradanti e di avere assistito all’esecuzione di molti loro compagni. Gli uomini, attraverso il loro legale inglese, hanno dato tempo a Londra fino a gennaio per pagare i risarcimenti; se il governo inglese dovesse negare le compensazioni, minacciano di ricorrere al tribunale. Il ministero degli Esteri britannico ha reagito chiarendo che non intende pagare e che, se citato in tribunale, si difenderà. La rivolta dei Mau-Mau ebbe luogo nel 1952 ma gli agricoltori male armati poco poterono contro la forza bellica di Londra, che stroncò sul nascere la protesta. Del gruppo di patrioti dell’ala politica dei Mau-Mau faceva parte anche Jomo Kenyatta, uno dei ‘padri della patria’ del Kenya e tra i principali protagonisti africani del periodo dell’indipendenza, che dovette trascorrere anche alcuni anni in prigione. Nel 1963 Kenyatta diventò il primo presidente dopo che il paese da due anni aveva ottenuto da Londra l’autonomia.[LL]

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KENIA   12/10/2006   13.07

 

DIMINUISCE DIFFUSIONE SIDA/AIDS: DONNE E BAMBINI TRA I PIÙ VULNERABILI

 

 

Altro, Brief

Il tasso di diffusione della sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) e del virus dell’immunodeficienza umana (viu/hiv) nel paese è diminuito dal 6,1% dello scorso anno al 5,9% di quello corrente: lo ha dichiarato Alloys Orago, sostituto direttore del Consiglio nazionale di controllo sulla sida/aids (Nacc), aprendo a Nairobi una conferenza di due giorni sul Piano strategico nazionale keniano sulla sid e sul viu. Orago ha aggiunto che il numero delle morti giornaliere legate alla sindrome e al virus è diminuito a 315, ma lo ha comunque definito un dato “allarmante”. Ogni giorno, inoltre, 164 persone contraggono il virus, il 16% delle quali ha tra i 15 e i 24 anni. “Ragazze, donne e bambini restano tra i gruppi più vulnerabili” ha detto inoltre Orago, aggiungendo che “vi è un aumento nel numero dei bambini nati infetti dal virus” e che il tasso di diffusione del viu tra le donne – 7,7% – è più alto rispetto al 4% maschile. Sono 39.000 i bambini che necessitano di farmaci antiretrovirali e 1,2 milioni quelli che rimangono orfani a causa dell’hiv o di malattie legate alla sida. Un milione e 400.000 donne incinte ogni anno hanno bisogno di consulti e test, mentre circa 64.000 donne sono risultate positive al test sulla ricerca degli anticorpi anti-virus dell’immunodeficienza umana (viu/hiv). [RC

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KENIA   12/9/2006   6.18

 

DISSESTO RETE STRADALE: CREATI NUOVI UFFICI, MANCANO I FONDI

Economia e Politica

Economia e Politica, Brief

La cattiva condizione delle strade e autostrade keniane rischia di mettere in fuga gli investitori e di portare al collasso l’economia nazionale: è la conclusione di uno studio governativo secondo cui in tutto il paese solo 2.500 chilometri di strade, soprattutto nei centri urbani, sono adeguatamente asfaltate e oggetto di manutenzione periodica, su una rete stradale e autostradale di circa 195.000 chilometri , 150.000 dei quali avrebbero bisogno di interventi urgentissimi. Il resto è soprattutto sterrato o in attesa di interventi immediati. La mancanza di vie di comunicazione adeguate rallenta il trasporto delle merci; buche e dossi mettono a dura prova i veicoli causando ogni anno danni milionari alle aziende. Il governo ha deciso di creare tre nuovi uffici nazionali per affrontare l’emergenza: la ‘Urban Roads Development Authority’ per lo sviluppo e la manutenzione delle arterie stradali urbane; la ‘Rural Roads Development Authority’ per le vie rurali; la ‘Highway Roads Development Authority’ per il sistema autostradale. Resta il problema delle risorse: secondo un calcolo del ‘Kenya Roads Board’, l'ente attuale del settore, servirebbero 140 miliardi di scellini keniani l’anno (pari a poco più di un miliardo e mezzo di euro) per mantenere in condizioni accettabili le strade nazionali e costruirne di nuove; il governo è in grado di stanziarne poco più della metà, nonostante le recenti promesse del presidente Kibaki. Solo una seria manutenzione delle poche arterie al momento esistenti, sempre secondo la ‘Kenya Roads Board’, richiederebbe annualmente tra 12 e 15 miliardi di scellini, tra 130 e 160 milioni di euro.
[LL]

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KENIA   12/9/2006   8.31

KENIA

UN PREMIO PER I GIOVANI DI KOROGOCHO IN LOTTA CONTRO LA POVERTA’

Chiesa e Missione

Chiesa e Missione, Brief

 

 

I giovani di “People United for a New Kogorocho” hanno ottenuto l’edizione 2006 del premio ‘Mashariki Innovations in Local Governance Award Programme’ (Milgap) per il Kenya, un’iniziativa sponsorizzata dall’organismo dell’Onu Un-habitat, dedicata a progetti per la riduzione della povertà; in una precedente mostra erano stati esposti 50 progetti di lotta contro la povertà. ‘People for a New Korogocho’ è in attività per l’omonima baraccopoli dal gennaio 1990 presso la chiesa cattolica di St John, attualmente diretta da padre Daniele Moschetti, e riguarda l’istruzione, la sanità, il ripudio del debito, la protezione ambientale, la disoccupazione e l’emarginazione sociale. A Korogocho, uno dei quartieri poveri più intensamente popolati e degradati di Nairobi, vivono circa 150.000 persone. Il premio Milgap, che riguarda Kenia, Uganda e Tanzania, contribuisce anche al miglioramento del governo locale “identificando, documentando e riconoscendo importanti innovazioni nell’amministrazione locale e per la decentralizzazione nella sub-regione dell’Africa orientale”. Lo scopo del progetto vincitore in Kenya riguardava la sostenibilità ambientale e l’ecologia, la partecipazione governativa, la diminuzione della povertà il potenziamento economico, le infrastrutture, la comunicazione e il trasporto, i servizi sociali , la condizione di genere e l'integrazione femminile. I vincitori dei tre paesi interessati parteciperanno alle successive competizioni regionali.

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KENIA   1/9/2006   6.14

KENIA

AEROPORTI E FERROVIE, I CINESI CONTINUANO A “COSTRUIRE” L’AFRICA

Economia e Politica

Economia e Politica, Brief

Un’impresa cinese si è aggiudicata i lavori di ampliamento dell’aeroporto ‘Yomo Kenyatta’ di Nairobi, uno dei principali scali del continente, per un importo di oltre 30 milioni di euro. Lo ha comunicato il direttore generale dell’autorità aeroportuale del Kenya, George Muhoho, affermando che la struttura della capitale verrà ampliata per garantire lo stazionamento di 43 aerei invece degli attuali 23, portando il movimento di traffico aereo da 60.000 a 80.000 decolli all’anno. Al di là dei dettagli dell’intervento, l’appalto conferma la netta predominanza di società cinesi nei lavori relativi a infrastrutture del continente africano. Nelle stesse ore – a conferma di una presenza sempre più forte di società provenienti dalla Repubblica popolare cinese – a Kigali è stato annunciato il finanziamento delle autorità di Pechino a uno studio di viabilità per la costruzione di una ferrovia da Kigali – capitale del Rwanda – a Isaka, in Tanzania, passando per Bujumbura in Burundi. In questo caso, come in molti altri, le aziende cinesi sono poi in grado di ottenere gli appalti dai governi locali. Anche in Angola, per esempio, una società cinese sta rinnovando la ferrovia. In Repubblica democratica del Congo, Sierra Leone e Camerun – solo per citare altri casi – le principali infrastrutture sono state realizzate da aziende inviate da Pechino. [EB]


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